L’isola

Testo e foto di Andrea Semplici

E’ da tempo che non uso, che non voglio usare, che ho bandito la parola ‘tornare’, regresar. Questa sera, sulle sponde del lago, la perfezione di una bellezza, le acque che cercano un azzurro che non sanno dipingere, ho pensato: ‘Ecco, sono tornato’. E ho aggiunto: ‘Se anche Julio è tornato…’. Ha passato la sua notte a pochi metri da dove sto scrivendo.

Silvio, il pilota

L’attesa della barca

Qui, all’isola grande, saluto la ragazza incinta che dipinge tucani, so della superbia troppo furba del negoziante, conosco a memoria i racconti di chi racconta, so dei rospi, dei ragni, delle formiche, so di Lucy cane da guerra che è un gattino simpatico, conosco il rosso dei dipinti sulla calce della chiesa, so del sapore del gallo pinto cucinato a legna. E questo non è per una consolazione: è qualcosa che dà piacere e malinconia. Già avverti, in questo momento in cui il sole non cerca nemmeno di illuderti con gli sfolgorii di cui raccontano gli scrittori, che non è la tua terra. Eppure lo è. Il ragazzo finge di pescare, non ci sono pesci attorno al molo. ‘Es un momento distractivo’. Ha davvero detto così? mentre lancia ripetutamente la sua esca fasulla più lontano possibile. Ernesto compra due birre e le beve con suo amico su una panchina. ‘Qui fa più fresco’, dice.

Dalla mia veranda

Non faccio le stesse foto. Non fotografo le padelle annerite nelle quali si cucina il gallo pinto.

Percorro, sì, lo stesso cammino. L’uragano ha fatto cadere alberi. L’estate non è ancora cominciata, è in ritardo. Fronte frio. Piove a scrosci, a spostamenti d’aria, il vento mette sull’avviso. Camminare è un andare in equilibrio, a volte lasci andare i piedi come pattini, cerchi pietre per scavalcare i torrentelli, i pantaloni si infangano, ti fai largo nella foresta. Nessuno lungo il sentiero. Sali e scendi, con qualche fatica. Con qualche incertezza. Sento il respiro. Gli alberi sono verdissimi. Riconosco gli sbalzi. Perfino le deviazioni nell’erba alta.

In cammino

In cammino

C’à Diana, piccola donna ovale, di una bellezza boteriana, la sua pelle, morbida come una piuma, è tesa nella sua rotondità. L’ovale si allarga alla pancia. Daniel è via, a vendere le sue medicine oltre la frontiera. Don Francisco ha compiuto ottanta anni. Conta i giorni e le ore. Io invento, ma lui sa con esattezza: ottanta anni, quarantadue giorni e una manciata di ore. Guarda l’orologio per essere preciso. Don Francisco tiene i conti. I conti della vita di ognuno del suo villaggio. Sa delle nascite e delle morti. Gli mostro il manifesto della barca che non gli ho portato, Daniela me lo ha spedito per fargli vedere le vele al vento, distese nella loro magnificenza. Lui mi fa l’elenco delle sue mogli: Amparo, Erika, Alicia, Angela, Esperanza, Flavia che aveva tredici anni. E mi dice dei venticinque figli. Nove sono morti. Gli altri dispersi fra le sponde del lago e il Costa Rica. La vita ai confini del mondo. Nel luogo più lontano che posso immaginare. Tre ore di cammino da un villaggio che ben pochi sanno trovare sulla carta del paese. Eppure questo è il centro del mondo: c’è la scuola, il campo da baseball (domenica ci sarà un triangolare), la chiesa protestante (nessuno ama il pastore in questa chiacchiera sotto il mango), c’è il negozio di Domingo Antonio, fratello di don Francisco. Quando don Patricio de Jesus, padre di don Francisco, morì, venti anni fa, lasciò duecento e settantasei parenti in Macarrón 2, e per questo queste poche case di assi sconnesse e amache sono conosciute come Reparto Ortega, la famiglia di don Francisco.

‘Ho lo stesso nome del Papa e il Papa è un rivoluzionario, anche se non lo dice’.

Diana

Don Francisco e l’albero che lui ha piantato

Qui si fa i contadini: ora è la stagione della raccolta dei fagioli. Ci sono le banane e i cocomeri. Qualcuno pesca. Si va a vendere, dribblando i controlli, ai mercati della costa. C’è una donna che fa il pane e lo vende al paese.

Hanno ucciso un boa nel campo dei fagioli. Vogliono farcelo vedere. Fotografo. Il boa aveva appena mangiato un roditore, io penso al Principito. Non è un sombrero, guarda meglio. Fotografo, ma penso che potevano lasciarlo strisciare questo animale lungo due metri dall’aria mansueta, come il serpente del Giardino.

Il boa

L’invito inevitabile: dormi qui, non spendi, ti lascio il mio letto. Vado a vedere il letto. C’è la zanzariera e ci sono i manifesti delle donne in mutande di pizzo. Bionde come mai si sono viste da queste parti.

Domigo Antonio y Josè Luis

Josè Luis

Domingo Antonio

Domingo Antonio ha baffetti da guappo argentino, riccioli nerissimi e sguardo da ballerino di flamenco. Suo cugino Josè Luis ha occhi tristi e un’aria rassegnata. E’ sempre una nota indietro, un passo indietro. Mi piacciono i ‘secondi’. Pancho invece del Chisciotte. Il mozzo Ismaele invece di Achab. Assieme, Domingo Antonio y Josè Luis, suonano chitarre, seduti su due sedie di plastica. Suonano per noi. Per Paula, per Luciano, per Emiliano, che hanno camminato fino al Reparto Ortega. Vorrei avere lo stupore di questi ragazzi argentini. Paula, piccola, minuta, solitaria, fumatrice, è in viaggio da oltre anno. Tornerà a Mendoza per San Valentino. Fra pochi giorni, ne ha paura. Paura del ritorno, più che dell’andare. Luciano, chico bello e allegro, capelli riuniti sulla nuca, curioso di ogni foglia, invece andrà in Messico, e poi a lavorare in piantagioni di marjuana in California. Ci sono le piante da potare. Tornerà a Santa Fè a dicembre. Emiliano ha un’aria malinconica, avvolto in una bontà che lo difende, sarà anche lui a Mendoza (incontrarsi in Nicaragua ed essere della stessa città ha i suoi rischi) a fine di aprile. Storie. I ragazzi dell’Argentina sono questi, come Ernesto, come Leonardo, vanno in giro per il mondo. Un anno, due anni. Hanno dalla loro il tempo. Qualcuno di loro si è smarrito. Un pensiero per chi si è perduto.

La stanza del musicista

Los cuentos de don Francisco

Don Francisco crede in Cristo, in Sandino, in Fidel. Ogni tre di maggio porta una grande croce bianca, la pianta nel suo terreno e vi s’inginocchia davanti, ha visto croci in cielo e beve acquavite di mais e chibcha di coyol. Vorrebbe avere il dono di poter vedere il tempio di Diana e lo stretto di Gibilterra. Ha strani desideri. Non si perde un centimetro della pelle di Paula. Ha letto un libro sulle meraviglie dell’antichità. Mi parla del faro di Alessandria e del colosso di Rodi. Recita poemas rivoluzionari lunghi come romanzi.

El otro Francisco

Questa volta don Francisco mi chiede: ‘El secundo mantilla’, un libro di racconti. Se solo riuscissi a trovarlo, se solo facessi in tempo a tornare (quante volte ora uso questo verbo) con il manifesto del veliero.

La novela en la tela

La novela en la tele

Noel è ubriaco. Beve acquavite a ripetizione. Mi punta, mi addita. ‘Vi porto a casa. Con la mia barca’. I ragazzi accettano. Ci cacciamo nei guai, lo so, ma non ho voglia di fare il vecchio saggio. La casa di Noel è sulle sponde del lago. Televisioni, galline e un maiale guardano teleonovela, con tre bambini, una donna nell’amaca, un vecchio pallido come un lenzuolo e l’aria morente, una nonna senza espressione. Mi metto anch’io a guardare la novela. Nel fango ci sono due vacche e un figlio dalle grandi spalle e i capelli ossigenati tagliati alla mohicana, bello e forte come una divinità nahuatl.

Lupita y su abuela

E poi sono le onde prese di lato, come una carambola. Come il gioco di un biliardo. Noel beve. Butta a terra la bottiglia. E il lago prova a divertirsi. Ci sbatacchia come un pendolo fuori controllo. Ridiamo con i denti che scrocchiano e un timore silenzioso. Nessuno accenna una sola parola. Il cane di don Francisco ha cercato di seguirci. Ha nuotato a lungo prima di stancarsi. Lo perdiamo nel riflesso del sole.

I ragazzi dell’isola

I ragazzi dell’isola

Soldi per la benzina. Troppi credo, Noel ha fatto le sue birre e la sua giornata. Don Francisco mi prende da una parte e accusa: ‘E’ un caprone’.