(Da finkino.com)

Testo di Andrea Semplici

Ho l’età per ricordare Harold e Maude e un carro funebre che vola in un dirupo. E il suono di un banjo. A distanza di decenni ricordo perfettamente la gioia che donava quel film. Il ragazzino e una donna di ottanta anni. Agnès ha dieci anni più di Maude. Non lo avresti mai pensato, Maude, vero? Altrimenti ti saresti regalata almeno altri dieci anni. E avresti ascoltato ancora quel banjo.

Gioia è la parola che voglio usare per Agnès Varda e JR. Lei, quando il film è stato vissuto (non è stato girato, è stato vissuto), aveva 88 anni. Oggi ne ha novanta. E’ alta meno di un metro e mezzo, ha un caschetto di capelli bicolore. Bianco e rosso-ruggine. Tutti scrivono che ha un carattere brusco. A vederla sullo schermo, non sembra. Lei è una grande regista, che ci emozionò trenta anni fa, con le storie di Cleo e di Mona. E’ la sola donna ad aver ricevuto un Oscar alla carriera.

Lui, due anni fa, aveva trentatré anni. Ed è alto quaranta centimetri più di lei. E’ un celebre ‘fotografo di strada’ (questa è un definizione snob: è un grande artista, che sull’identità e sullo sfuggire gioca il suo fascino), maneggia una Leica, incolla su mura, fabbriche abbandonate, treni, navi, caseggiati, immense foto, in genere ritratti. Oppure occhi, piedi, mani. Non si toglie mai il cappello e gli occhiali scuri. Si camuffa, JR. Mi piace. Mi piacciono lui e lei. Sono da solo al cinema, ho malinconia addosso, ai confini delle lacrime, ma sono ben disposto. Mi nascondo in attesa che le luci si spengano. Non cerco volti amici. Sono rannicchiato, ma qui voglio essere.

Il furgone-macchina fotografica (da serengo.net)

Ci vuole poco: si accarezzano i cattivi pensieri e, per un po’, ci lasciano in pace. Grazie a questi visi, a questi villaggi. Il cinema può essere un taumaturgo.

Agnés e JR non si sono conosciuti per strada, né in panetteria. Non si sono incontrati in discoteca, né su Meetic. JR, il misterioso JR, è andata a cercarla e lei sapeva chi era quel ragazzo. Aveva visto le sue foto gigantesche disperse per il mondo, le piacevano e appena ha dato un’occhiata al quel furgone-macchina fotografica-stampatrice ha deciso: ‘Andiamo in giro’. E così è stato. Per diciotto mesi. Una settimana al mese. Chilometri sulle strade rurali. Verso i villaggi. Il caso come sceneggiatore, una giornata sfaccendata come tempo di ripresa. E se arrivi in un villaggio c’è il postino, c’è l’ultima donna che vive in case per minatori senza minatori, ci sono contadini, portuali a Le Havre, ferrovieri, postini, vagabondi, eremiti, ragazze innamorate. Bisogna guardare il mondo da vicino. Assieme alla ‘gente vera’. Agnés e JR sono andati a cercare questi uomini e donne, hanno parlato con loro, li hanno fotografati e i loro ritratti sono diventati giganti.

Ci sono parole guida per questo film in viaggio, per questo racconto dei racconti. Allegria e gioia. Sorridi, piangi. Commovente. E ancora: curiosità. Generosità. Nostalgia. Non so scriverne, sto cercando un nuovo linguaggio, ma oramai si è confuso con quello vecchio. Stupore. Agnés e JR chiedono, si impossessano delle storie delle persone che incontrano, le restituiscono, le trasformano. La donna dei minatori osserva con occhi emozionati il suo volto che è diventato la sua casa. Guy Bourdin, fotografo parigino, sarebbe stato felice di trovarsi ‘incollato’ su un bunker della Normandia precipitato su una spiaggia: la marea farà vivere il collage solo una notte. Qualcuno dice: ‘Il mare ha sempre ragione’. Queste parole mi rimangono, al buio le annoto sul taccuino di Matera.

Le mogli raggiungono i mariti, portuali a Le Havre, e i loro ritratti si arrampicano sui container. Una gru e una nave porta via le foto. Un treno andrà in luoghi per noi irraggiungibili e si porta con sé le immagini di JR. Mi accorgo che questo film è mille film, è storia di comunità resilienti, che una coppia strampalata vuole incontrare. Si consolano fra di loro. Jean Luc Godard ha uno sgarbo verso Agnés. JR porta la regista da sua nonna. Arrivano le lacrime. La vita è fatta anche del pianto. Si va a trovare la tomba (dov’è? Voglio andarci anch’io) di Cartier-Bresson. Scopro che il viaggio di Agnés è nei suoi anni passati. Nelle assenze. Lasciano una pietruzza sulla lapide di Henry, abbellita dal fiorire della lavanda della Provenza. E’ il più piccolo cimitero del mondo. Voglio andare anche io a trovare Henry. Il cinema come speranza di poter ripetere quello che accade sullo schermo.

E’ una meraviglia, la corsa sulla sedia a rotelle nei corridoi del Louvre. E’ bellissimo sentire la voce dall’accento francese che dice: Ghirlandaio, Botticelli….e vola via come un uccello…e JR che saltella con le sue lunghe gambe…e lei che scivola sui pavimenti lucidissimi del più famoso museo del mondo. Felicità pura.

Alla fine, solo per lei, JR compie l’inimmaginabile: si toglie gli occhiali scuri. Lei, nella miopia, ne intravede gli occhi. Sono seduti di fronte al lago.

Le gigantografie di JR appaiono là dove non te le aspetti. Dove nessun influencer o intellettuale del web andrebbe a vederle. Visages Villages è un film fisico. C’è la gente, ci sono denti, braccia, volti, corpi. C’è la gioventù geniale del fotografo franco-tunisino e ci sono le rughe (e i piedi piccolissimi) di Agnés. I suoi buffi capelli.

Non so dirvi cosa sia Visages Villages. Non so come abbiano spiegato cosa volevano fare ai molti che hanno dato mano a finanziarlo (il film si apre con una lista infinita di donatori). Non è un documentario e non credo, nonostante i chilometri, che sia un road-movie. Credo che sia un desiderio, un sogno. L’ultimo, dice Agnès. Dici sempre ‘l’ultimo’, replica un po’ seccamente, JR. Anche io dico sempre: ‘L’ultimo’. Poi c’è il caso, la curiosità, la leggerezza di questa coppia che, per la durata di un film, ti regala una pulsazione felice del cuore. A volte, solo a volte, accadono i miracoli. Durano il tempo di una pellicola che non è più tale. E qualche minuto dopo.

Andate a vederlo, questo film. Vi darà un’euforia dolcissima.