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Testo e foto di Andrea Semplici

Le mani di Berhane. Scorticate. Adunche come uncini. Le cicatrici sono diventate pelle. Sono artigili callosi. Non hanno età. Da anni e anni strappano rami, foglie, raccolgono legna di eucalipto, tirano corde per legare fascine, si graffiano nelle corteccie, stringono i legacci che saldano il carico alla loro schiena. Le ossa di Berhane sono incurvate dalla fatica di ogni giorno. E’ minuta, Berhane. Appare fatta di cartavelina, ma il suo corpo ha la forza di una testarda e disperata sopravvivenza.

Collina di Entoto, periferia di Addis Abeba. La capitale dell’Etiopia è a oltre duemila metri di quota. Le donne come Berhane sono una molitudine. Quindicimila ragazze, dicono. Originarie del Sud del paese, immigrate (da una, due, tre generazioni, altre appena arrivate) dalla regione del Gamo Gofa. Ma nessun censimento è sicuro, le donne cercano di sfuggire a ogni indagine. E molte ragazze continuano ad arrivare dal Sud e questo è un lavoro possibile. Sono donne dorze, uno dei mille popoli dell’Etiopia. Ogni mattina si arrampicano verso la montagna che domina la conca di Addis. Vanno in foresta. Salgono mille metri di quota. Per la legna dell’eucalipto. Lo fanno da sempre, da quando esiste questa città. Un lavoro illegale. Corrompono le guardie forestali, ne sono vittime predestinate. Potrebbero raccogliere solo rami già caduti. Ma, spesso, non basta. Addis Abeba ha ancora bisogno dell’energia della legna e del carbone. I dati sono contradditori: dal 13% al 30% del fabbisogno della capitale etiopica (cinque milioni di abitanti? Le periferie si stanno dilatando) è soddisfatto dalla legna. Legna pessima. L’eucalipto non brucia, si incenerisce. Fa poco calore. Ma questi sono gli alberi della capitale etiopica: Addis Abeba esiste perchè, a fine Ottocento, un botanico francesce piantò gli eucalipti e il negus Menelik II, certo delle scorte di legna, decise di costruire qui la capitale del suo impero.

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Le donne della legna si mettono in cammino prima dell’alba. A fine mattinata hanno legato le fascine. Trenta, trentacinque chilo di peso (e ricercatori stimano che il peso medio di queste donne sia di 46 chili). Stringono le cinghie al petto. Ridiscendono verso la città. Assomigliano a grandi uccelli che non riescono a prendere il volo. Camminano a passi brevi, goffi. Non riescono  a rallentare, il peso le spinge verso valle. Ogni tanto si accasciano su un parapetto, non si siedono, si appoggiano, cercano di trovare forza e fiato. Il sudore cola sul loro viso. Al pomeriggio devo già essere al mercato. Hanno percorso fra I 15 e I 30 chilometri. La fascina potrà essere venduta per 50/60 birr, poco meno di tre euro. Se si fermano nel loro quartiere (perchè non hanno più forze), il prezzo crollerà. Potranno avere non più di venti birr, meno di un euro. E un chilo di farina di teff, il cereale-base dell’alimentazione etiopica, costa fra 50 e gli 80 centesimi di euro.

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Il bisogno di legna di Addis Abeba è la deforestazione delle sue montagne. La povertà delle donne si salda con la crisi di un sistema naturale.

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Le donne della legna sono così visibili da aver attirato l’attenzione e le ricerche di sociologi e antropologi. Nel 1994, è nata la Former Women Fuel Wood Carriers Association. Appare come una piccola speranza: qui le donne tessono (e vendono a buon prezzo belle sciarpette), costruiscono cesti, hanno orti familiari e gestiscono un mulino. E’ un mestiere. Un lavoro. Forse un futuro. L’associazione promette microprestiti a quasi quattromila donne. ‘Ma spesso questo lavoro non è sufficiente, le donne sono sole, hanno figli da mantenere – spiega Salem, responsabile del piccolo negozio di tessuti della Fwfca  a Shiromeda, quartiere-mercato prima della salita a Entoto – e allora riprendono la via delle montagne e della legna’.

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A Entoto salgono i turisti e i viaggiatori. Là, nell’800, sorgeva l’antica capitale dell’Etiopia. Vi è una chiesa celebre, si guarda la città dall’alto, si respira l’aria degli eucalipti. Il mondo occidentale sfiora le donne della legna. Le vedono scendere (nessuno viene alle cinque del mattino quando loro cominciano a salire). Fanno fermare il fuoristrada (io l’ho fatto). Non si avvicinano, ma montano teleobiettivi sulle loro macchine fotografiche. Le donne hanno un sussulto nervoso: accelerano la loro corsa, rischiano di inciampare, liberano una mano dalla stretta della cinghia e chiedono: money. La fotografia è un business molto più redditizio della legna da ardere. Ci sono troppe donne per i pochi fotografi. Solo le più coraggiose riescono ad afferrare un biglietto da dieci birr. Trenta centesimi di euro. E, spesso, il turista è così rapido che riesce a chiudersi nel suo fuoristrada senza metter mano ai birr che ha in tasca.

La sede principale della Former Women Fuel Wood Carriers Association si trova nel quartiere-mercato di Shiromeda, là dove comincia la salita alla montagna di Entoto. Qui vi è un piccolo negozio di tessuti, sciarpe e cesti. Un buon posto. Da visitare.