Testo e foto di Andrea Semplici

Devo riscrivere. Ma non ne sono mai stato capace.

Le foto si scattano da sole. Quando provi a essere tu a premere il pulsante (esiste ancora) qualcosa non funziona, si rompe un equilibrio. Il maestro si infuriò quando la freccia fu scoccata perfettamente. Si adirò, voltò la schiena. La freccia doveva lasciare l’arco da sola.

Ma devo riscrivere. Lo devo ad Amalia, per l’incanto. Al mattino, con i rumori della città. E la notte?

Immagino il tetto della piazzetta Panevino ad Aliano. Amalia avrà tirato giù la grande sedia, rimarrà la sbarra che le ha permesso di scendere? Ad Aliano, adesso non ci sarà nessuno. Rimarranno i fiori sulla porta di Adele. I luoghi dopo che è passata una tempesta. La luna adesso c’è per davvero e illumina i calanchi, ma solo la gente del paese uscirà, per un istante, a guardarla.

E Amalia?

E il fantoccio che io chiamavo maschera? Magari ha strisciato sul tetto ed è rimasto fra i calanchi, in attesa del suo ritorno.

Solo con lei il fantoccio acquista il corpo, diventa un altro corpo, due persone che si confondono, varcano i confini, le frontiere che dividono la pelle, i capelli, le unghie e, per una notte doppia, diventano ‘altro’, altro che non conosciamo.

Lei è Amalia Franco. Lei….(è lei? Sì, è lei)…non le ho chiesto il nome, non appare in questa maledizione del web, il suo corpo è confuso, ma sa toccare, baciare, accarezzare.

Dieci foto che faisbuk non ha voluto. Perché i capezzoli inquietano gli algoritmi.

Il senso dell’interruzione. La musica si fa di lato, all’improvviso, senza un annuncio. Dal grido metallico al silenzio, al colpo di buio, a un vestito rosso, ai piedi scalzi, come è salito fin lassù il fantoccio se il suo corpo è diverso. Lei guarda verso la piazza. Lei chiude gli occhi e il buio è cielo.

Toccarsi, trovarsi, assaggiarsi. Le mie dita hanno pelato cipolle, la mia bocca ha provato il piccante della cena, il mio naso cerca odori, il corpo è confuso, la mia mano è la tua mano, i cuori si cercano, la pelle si crepa per trovare un appiglio. Il collo si allunga. Non ho pensieri

E’ un grido? Una sofferenza? Una risata che illumina la notte? Lei si allontana un po’, ha difficoltà con le emozioni, ma le piace guardarla, sta entrando dentro di lei e lei, si, tira la faccia. Ecco, ieri sera avevo trovato la parola: stupore.

 

Il grido. Non lo sento. Lo vedo. E’ solido. Non ha colore. L’urlo. Non è uno strappo, è una ricongiunzione. Un parto, una morte. Una resurrezione. E’ quello che volevi senza saperlo. Adesso il corpo è ‘simultaneo’, non c’è più confine con la notte, non è perfezione, è pelle, è un abbraccio che non può essere sciolto. E’ felicità che raggiunge il dolore e fa il cammino inverso. E’ qualcosa che non può essere raccontato.

Sono qui. Rassicurazione. Affetto. La mia mano è la tua mano, il mio volto è il tuo volto, i corpi sono assieme, la carta e la pelle, sono passati uno nell’altro. Ti sento. Ti sento. Ti sento.

I capelli, un raggio di luna che non c’è, ma tutto è illusione concreta. Quindi appare la luna mentre afferro i tuoi capelli che sono i miei capelli, bacio le labbra che sono le mie e hanno un altro sapore, un altro gusto. Apro gli occhi, non so cosa cosa vedo, me stessa, vedo te, vedo me e non ho bisogno di specchi. Io sono gli specchi. Io sono noi.

Andiamo. Proviamo a uscire/entrare nelle notte. Abbiamo gli stessi timori. Andiamo, con la nostra lentezza. Nessuno ci aspetta, nessuno ci minaccia. Stringimi la mano, la tua mano, conto le dita, sono dieci. Andiamo.

Guarda, la strada, ora siamo in tre. Più di tre. Molti più di tre. Guarda le dita, sono le tue dita, loro conoscono il cammino. Ci perderemo, ma ogni strada è quella giusta, che conduce in un luogo in cui i corpi…

Ecco, guarda, ora, lascia la musica, non rimani sul tetto, sei me, ma questa frase è sbagliata, non c’è un me e un te, non c’è Amalia, non c’è il fantoccio, non c’è più niente da nascondere

Cammino, lo so, mi state guardando, io voglio che mi guardiate, gli occhi costruiscono il corpo, ma voi guardate solo le mie mutande, di sfuggita un gancio ai seni, ma poi distogliete gli occhi, io sono con voi, io sono voi, voi siete me. E non so più nemmeno cosa voglia dire. Sulle frontiere, le lingue si camuffano.

E ora, dopo tanto tempo, passeggio fra di voi, sorseggio un bicchier d’acqua, sono uguale a voi, non mi vedete più, io, china, in silenzio, stremata, con il fantoccio che vorrebbe alzarsi di nuovo, mi guardo, vi vedo, ho un strano modo di guardarvi, dal basso verso l’altro. Prendo un treno, fuori dal finestrino, viaggerò nella notte, il fantoccio aspetta, il corpo non ha più confini. E il piacere?