Dichiarazione in movimento

 

 Una volta tanto, le foto quasi niente hanno a che vedere con il testo. Forse non ci sono nemmeno le parole, solo frammenti di qualcosa che riappare, senza alcuna ragione che non siano giochi casuali di neuroni.

 E prendetevi tempo, se ne avete voglia, questo post è lungo. In maniera inaccettabile

Il festival, i palloncini, il panino

C’è un preludio.

L’aerea di sosta di Roncobilaccio, a esempio, per chi viaggia da Firenze. Venditti, i Pooh, il motel e una barista slava. Un panino alla mortadella e un caffè nel vetro, ‘perché i bordi sono sottili’. Roncobilaccio, il deserto della modernità. Il benzinaio aspetta da settimane un cliente. Vi è una leggera ebrezza a Roncobilaccio, appare come un tramonto, un’attesa. Dovremmo farci qualcosa di ‘teatrale’.

Allo svincolo di Ferrara, due ragazzi fanno l’autostop. Con tanto di cartello di cartone. Lei seduta sul guard-rail. L’autostop ai tempi di bla-bla car e di flixbus. Cavolo, ho la macchina stracolma, ragazzi. Ma ho voglia di abbracciarvi.

Mi faccio una strana idea: che i festival siano il commosso e ostinato tentativo di uscire dal web. Hai voglia di vedere, toccare, stringere una mano, conoscere di persona. E hai voglia di farlo, alla faccia delle code, assieme a mille altri.

Coda per i tagliandi

La mia amica L. ha un’idea diversa: si viene ai festival perché si parla di ‘giustizia’ e ‘diritti’. Così, poi, si può tornare a casa ed essere convinti di aver assolto i propri doveri. Si viene ai festival per dormire tranquilli per il resto dell’anno.

Dov’è la gente dei festival (oltre mille e cinquecento in Italia, ogni anno) a novembre?

Mattinale, via san Romano alle sette del mattino

Vagare

Non ho programmi, non voglio ‘seguire’ niente, voglio camminare ed essere distratto. Voglio incontri casuali (ma sono tutti giovani qua). Vorrei molto scrivere sull’albergo che, ogni anno, mi ospita. Sempre la stessa camera. Letto singolo, arredi anni ’50, caffè e torta in cucina (ospite con privilegi e amicizia). Ma non posso farlo. Fremono le dita e il cuore. Dai, fammi scrivere.

Emanuele

Incontro Emanuele. Promessa da festival: ‘Ci vediamo’. Ma poi vado davvero ad ascoltare la presentazione del suo libro sugli orienti e sui califfi. C’è un levriero magrissimo e vecchio sul palco.

Il levriero

Conosco questo chiostro. Anni fa vi fu un abbraccio che avrebbe dovuto consigliarmi, suggerirmi, indicarmi una strada. Ho ancora quella sensazione addosso. Qualcosa vibra. Poi apro gli occhi. Le sedie di alluminio sono vuote.

L. e i suoi amici giocano con le macchine fotografiche e i bambini. Fotografate qualcosa di rosso, qualcosa di felice. Con macchine di carta.

L’albergo di Ferrara

Impariamo, a tavola, a sera, cos’è una commis di sala (si imparano molte cose a Internazionale). Consulta di wikipedia: ‘durante il servizio, il commis di sala fa la spola avanti e indietro per portare i piatti che escono dalla cucina’. A noi, ha chiesto quale acqua volevamo. La commis studia filosofia, ultimo anno. Il cameriere (che avrà un altro nome e si occupa del vino e del cibo) ci dice che ha lavorato a Parigi, in uno stellato. Sarà per questo che si è pagato venticinque euro per un piatto di pasta (e una buona bottiglia di vino).

Sax e cellulare

Corrado! D’istinto, lo chiamo. Ma C. non mi riconosce al volo. Deve essere la penombra, la fretta, l’inatteso. Ma poi dico il mio nome e allora riappare una vecchia storia di Paese Sera e di un appartamento dal pavimento in legno a Firenze. Strana sensazione, dov’è il bivio che ha deciso i nostri destini? Bello, però, quell’anno, con il ricordo di quasi trent’anni più tardi.

Non si può entrare, e allora c’è il sole

Attesa serena

Ma poi andiamo, a buio, a vedere la notte del photoeditor francese. Parla come se fosse un’ombra. Non si vede nulla. Ci addormentiamo. Ma ci sono gli alberi del piccolo giardino e la notte è bellissima. E Ferrara e l’aria di Internazionale è dolce, non appena si ferma il gioco dei palcoscenici.

Giovanni

Ascoltare

Hector Abad ascolta Rock me da un ragazzo che suona un sax come Dexter Gordon. E i suoi occhi sono felici.

Oscar Castillo ha tatuato su una gamba: posible e poi nada es seguro.

Héctor

Alexandra

E’ bello il circolo Arci Bolognesi. C’è la piccola folla e un ragazzo-guardiano implacabile. Non si entra, si fa finta di ascoltare da fuori, al sole. Una photoeditor spiega come si scelgono le foto: ho un’altra sensazione, che è cambiato il mondo, ma le contraddizioni sono sempre le stesse.

Circolo Bolognesi

E poi c’è il solito gioco degli accrediti, il badge con su scritto ‘stampa’. Fa saltare le code. Privilegio. Chissà chi è giornalista oggi? Alle otto del mattino, con il box tagliandi che apre alle nove e trenta, vi sono già cento metri di coda. Nascondo in tasca il mio accredito.

Pietro

Le voci della radio: lo avresti detto che Pietro Del Soldà ha i capelli ed è un ragazzino? Gli occhiali, sì, questo lo avevo pensato. Ed è bravo. Come immaginavate Pietro?

Vorrei ricordarmi due parole dette da Héctor Abar: essere sé stessi (ensemismarse?), essere un altro (no, questa proprio non la ricordo). In spagnolo suonavano benissimo. Dice: ‘La poesia è dare ai suoni qualcosa che non è soltanto senso’.

Circolo Bolognesi

Circolo Bolognesi

A Ferrara danno un bicchiere d’acqua con il caffè. Come al Sud. Naturalmente si scoprono i bar con il buffet. La ragazza dice: ‘E’ servito’. Folla sulle tartine, sulla pasta, sui crostini. Spritz. Cerco vanamente il Punt & Mes.

Khaled

Faraj

Khaled è sicuro, sembra un leone dai capelli bianchi: ‘Torneremo a raccogliere olive ad Aleppo’. E dice: ‘Vivo nella lingua’.

‘A volte arriva perfino la nostalgia del carcere’, sussurra con la sua aria immobile, Faraj. Che vi ha passato quattordici anni. E ha fatto uscire poesie su frammenti di carta.

Francesca

A notte, nell’umido della notte, ai confini del centro, un cinema Fatcory Grisù, c’è la bellezza di Mauro Rostagno. Il più disponibile a prendersi tutte le vite di quegli anni. ‘Le vite che abbiamo in offerta’, ha scritto Adriano.

Al chiostro di San Paolo, quel chiostro, leggo, in piedi, un racconto erotico di Cognetti. Bello, molto bello.

Mona

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L. ha seguito davvero il festival. E, in treno, ha scritto questo:

Paolo

Per me il Festival di Internazionale 2017 è stato il Festival della Parola. La Parola ha vinto sui Diritti, altro tema trattato negli incontri a cui ho partecipato e che spesso ė andato a braccetto con la Parola, ma che si ė guadagnato solo il secondo posto.

 Parole e diritti delle bimbe per permettere loro di diventare ciò che vogliono, anche degli splendidi maschiacci se questa ė la loro vocazione. Parole e immagini che invece le possono condizionare fin da picccolissime per fargli apprendere i clichè della nostra società e insegnare loro ad adeguarcisi. Questo è il succo della presentazione del libro Leggere senza stereotipi di Elena Fierli e Sarà Maraini.

Le mani (la foto di Fausto)

Di diritti negati hanno invece parlato Loris De Filippi di Medici Senza Frontiere e Erri De Luca, quel diritto di lasciare l’orrore, la guerra, la miseria del proprio paese con la speranza di costruirsi una vita diversa. Quel diritto d’asilo di cui parlerà anche Alessandro Leogrande quando, nel suo lessico contro il razzismo, contesterà l’idea che il diritto di asilo sia visto come un privilegio concesso a pochi eletti, e non un universale che spetterebbe a tutti.

 

Parole sulla sessualità femminile per descrivere la vagina e viverla non solo come organo di riproduzione femminile, ma per saperla raccontare, per farsela amica, perché le donne riacquisiscano gli stessi diritti degli uomini sul proprio corpo. Mona Chalabi, data journalist, Mae Ryan, regista e fotografa, e Liv Stromquist, autrice di fumetti hanno tenuto il loro corso accelerato per rompere i tabù sulla sessualità femminile.

Liv

Le parole di Vasco Brondi (più conosciuto come Le luci della centrale elettrica) che con le sue canzoni riesce a mettere “le viscere sul tavolo” e far diventare bandiere i suoi difetti, acquistando a meno di 40 anni un bell’equilibrio interiore. Le sue parole che dialogano con Paolo Cognetti, vincitore dello Strega di quest’anno che invece il suo equilibrio lo sta cercando ancora e, dopo tanta fama, ha bisogno adesso di un po’ di silenzio per ritrovare la propria voce e raccontarci ancora qualcosa.

Angela

Le parole forti e chiare di Angela Davis che, dopo una vita spesa a lottare per i diritti vivendo sulla sua pelle le discriminazioni in quanto donna, in quanto nera e in quanto donna e nera, ha ancora una splendida energia e la lucidità per distinguere fra la positività dell’individualità e l’egoismo dell’individualismo, per proporre l’intersezionalità delle lotte politiche e sociali e per ribadire che ogni impegno su un tema specifico è in realtà un impegno che ha valore per l’intera umanità. Se la vita di un nero diventa importante per il mondo, ciò significa che finalmente ogni vita ha valore.

Le parole di carta e quelle sul web, in un confronto fra stampa e rete che, surprise-surprise vede vincente la carta, perché ciò che è scritto su un foglio per l’immaginario collettivo mantiene più valore e rimane più serio. Come ci spiega amabilmente Iris Chyi, è lo stesso rapporto che c’è fra una buona bistecca e un hamburger di Mac Donald.

Coda al Bolognesi

I soldati delle parole, che ci ha presentato l’autore Frank Westerman e che racconta il lavoro degli intermediari che intavolano trattative con i terroristi, di chi ha solo la parola per sconfiggere la violenza e l’odio di un attentatore.

 E infine le parole dell’odio sul web raccontate con ironia da Chiara Lalli, Kure Lien e Claudio Rossi Marcelli, che trasformano in leggerezza parole pesanti come pietre e descrivono la figura dell’hotel e le sue motivazioni sminuendo tutto il suo potere.

 Perché si va al Festival di Internazionale? Per ascoltare e scambiare parole, per ricordarci che possono diventare bombe a mano o ponti per superare le incomprensioni, e che comunque le usiamo hanno un enorme potere e possono cambiare le vite. Nostre e di chi ci sta intorno.

 

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Marino

E poi gli appunti sono illeggibili e sono passati troppi giorni

Ci sono i tifosi del Crotone (strappano un pareggio alla Spal), c’è il falafel di un simpatico oste turco. (e poi non troverò Antonio a cui avevo promesso di mandare questa foto. Troverà lui me?)

I colori del Crotone

Cosa non ho visto in Eritrea? Cosa non ho capito? Come è stato possibile? Ho salutato Mussiè, ma non mi sono fermato a parlare. Peccato, ne avrei avuto voglia.

Mussié

Sulaiman

Meron

Quelle parole come un bacio sul collo.

Non ho comprato la camicia da diciannove euro. Più grave: non ho comprato le cartoline.

La gente di Internazionale

Sono lento, arrivo sempre in ritardo, gli altri sono già andati. Arrivo sempre (mi sento arrivato) quando stanno smontando i palchi, sotto una pioggia di ottobre. Ecco, sono qui, voi andate, siete andati, osservo gli operai, i ragazzi con cacciavite nei pantaloni e borse porta-attrezzi. Sono rapidi, impietosi, hanno un’aria tosta. Fanno bene il loro lavoro, con gesti consapevoli. Bravi. Ma graffiano la mia malinconia. E’ il loro mestiere: mettere fine. Dopo i titoli di coda.

Marta

Si viene in questi eventi per scoprire che ci sono belle persone nel mondo.

Faccio la coda per andare a vedere ‘L’ordine delle cose’, arrivo fino alla biglietteria, e cambio idea. Me ne vado, esco nella pioggia leggera. Confesso: ho già visto il film, ma volentieri lo avrei rivisto.

Già, il programma, un programma ci vuole

Maledetti smartphone: ho percorso quattordici chilometri nella piana urbana di Ferrara. Così mi sono accorto che sono stanco. Se non mi avvertiva, non avrei saputo della stanchezza delle mie gambe.

La notte del castello