Testo di Andrea Semplici

Foto di Evelyn Flores Mairena

Seguo, in un mondo virtuale, quanto scrivono/fotografano, postano gli amici carissimi del Nicaragua. Loro escono per le strade. Con paura e coraggio. Le strade di Managua, di Masaya, di Estelì sono in fiamme. Ho difficoltà a scrivere del ‘país bajo mi piel’. Da quattro anni, nei mesi dell’inverno e della poesia, vado, andiamo, là. E’ stato come ritrovare un amore che credevo perduto. Ne vedevo la bellezza e gli scricchiolii. La dolcezza e le ferite. La pelle scintillante e le crepe. Cercavo di nascondere i miei timori. Poi leggevo: è il paese più sicuro del Centroamerica, tassi di crescita del 4%, arrivavano a frotte i turisti, e, in fondo, libertà di parola era nei giornali, nelle radio, nelle chiacchiere in piazza, in quanto i poeti scrivevano. Ho creduto che fosse vero. Era una parte della ‘verità’. Bastava non sfiorare il Potere, questa era la regola. Già, l’immobilità del Potere: Daniel Ortega, vecchio comandante sandinista, ha 72 anni e per 22 anni è stato presidente del Nicaragua. Da sempre guida il Fronte Sandinista. Eterno. La vicepresidente è sua moglie, Rosario Murillo. Vengono i brividi a pensare a una dinastia familiare in un paese dove la famiglia dei Somoza è stata la padrona assoluta del paese per quasi mezzo secolo: Il precedente di Ortega-Murillo è Nicolae Ceaușescu e sua moglie Elena. E Isabelita, moglie di Juan Domingo Peron, spalancò le porte dell’Argentina all’oscenità dei militari.

Scrivo con difficoltà del Nicaragua insanguinato. Dai racconti conosco il nome di chi è stato ucciso per primo: Darwin Urbina. Il New York Times scrive che era un ‘lavoratore di un supermercato ed era bello’ (io ricordo quando scrissi che Carlo Giuliani era bello e ne venni rimproverato con sdegno). Al secondo giorno della ribellione degli studenti, il 19 di aprile, Darwin riconosce sulle barricate di un blocco stradale alcuni studenti che aveva conosciuto quando vendeva tamales davanti all’università. Si avvicina, vuole dare una mano. Viene colpito da una pallottola. La polizia lo accusa di essere un ‘vagabondo’. In un mese e mezzo di proteste, moriranno oltre cento persone, la maggioranza ha meno di trent’anni. E’ il peggior massacro in tempo di pace in Nicaragua. Come ai tempi della tirannia di Tacho Somoza, essere giovani è un crimine.

Scrivo con dolore del Nicaragua insanguinato. Il ‘900 era stato generoso con la mia generazione. Era stato generoso con me: ho visto, quasi da vicino, due rivoluzioni. L’incredibile trionfo dei sandinisti in Nicaragua e la vittoria degli indipendentisti eritrei in Africa. Ho vissuto il crollo del Muro di Berlino e pensavo che mai l’umanità ne avrebbe costruito altri. Il nuovo millennio è stata una delusione, ben più di una delusione. E’ stato una voragine nera, una caduta all’inferno. I Muri sono risorti ovunque nel mondo. L’Eritrea è calpestata da una tirannia opprimente e spietata. In Nicaragua, il sandinismo spara sugli studenti. ‘E’ la terribile delusione dello strapparsi, dopo un lungo sfilacciarsi, di un pezzo di storia’ che ci è appartenuta. Apparteneva a noi, che speravamo nella Rivoluzione.

Scrivo senza saperne scrivere del Nicaragua. Qualche anno fa, Fernando Cardenal, gesuita, ex-ministro dell’istruzione nella Rivoluzione, straordinario architetto dell’alfabetizzazione del paese, mi disse: ‘In questo paese vi è una dittatura, non una tirannia’. Il potere era concentrato nella famiglia Ortega-Murillo e nei suoi alleati. Ma non vi era una visibile repressione. Oggi, Fernando cambierebbe idea. E’ bastato togliere una pietruzza alla costruzione di un potere familiare perché ogni impalcatura crollasse: è bastato che Rosario Murillo annunciasse l’intenzione del governo di ‘controllare’ Internet; è bastato che andasse a fuoco la foresta tropicale della foresta Indio-Maiz nella indifferenza del governo; è bastato che si minacciasse un taglio alle pensioni. Gli studenti hanno cominciato a occupare le strade. ‘Come comincia una Rivoluzione?’, si chiede Martín Caparros, giornalista argentino (avrebbe dovuto essere al festival degli scrittori a Managua: non ci sarà il festival, lui è venuto lo stesso). Comincia con i ragazzi. La polizia e gruppi paramilitari hanno sparato subito. Hanno ucciso. E niente, finora, si è più fermato. Gli studenti, i ragazzi, come nelle Primavere Arabe (e berbere), come ovunque nel mondo, chiedono qualcosa che chiamano ‘libertà’. Non sanno definirla, non sono organizzati, non hanno un’ideologia che non sia un bisogno vero, di pelle, reale di una intera società. E’ accaduto sempre così: ai ragazzi puoi togliere tutto, ma non ‘la libertà’. Gli studenti sono la miccia di una necessità, dichiarano la loro stanchezza del potere e che un limite è stato superato. Il Potere non se lo aspettava e non riesce a fermare l’incendio. Con gli alberi tropicali, brucia l’intero paese. (Gli avvoltoi arrivano dopo, arrivano sempre dopo a spolpare le ossa)

Scrivo con paura. Da lontano. Mi raccontano di un rapper di Estelì, si chiamava Renfán, e scriveva: ‘Sandino aveva un sogno/e vi giuro: non era questo’. Renfán, già lo immaginate, è stato ucciso. I ragazzi del Nicaragua sono i nipoti della Rivoluzione, apparivano indolenti, apatici, senza memoria. Ma bastava guardarli nei giardini delle università per capire che così non era. Bastava guardarli nelle piazze per intuire la loro energia disperata, basta guardarli nelle strade con i loro gesti febbrili, con gli occhi in cerca. Hanno tirato fuori le antiche parole dei sandinisti e le usano contro chi, quarant’anni dopo, le ha dimenticate. Chi va al Potere, non è capace di abbandonarlo. E’ così in Eritrea. E’ così in Nicaragua. Sono insorti le città e i quartieri che già mezzo secolo fa furono rifugio e avamposto della Rivoluzione dei Poeti.

Scrivo con il lutto addosso. Per i ragazzi uccisi. Per me. Per le mie speranze di quaranta anni fa. Per quel che credo di essere stato. La parola ‘sandinismo’ non era come ‘comunismo’, non era stata macchiata dalle tirannie della Russia sovietica o dall’orrore dei gulag, adesso come posso ancora credere che un ideale sia possibile? In Italia ci hanno rubato le parole: non ho più voglia di usare ‘identità, radici, cambiamento’, parole che ho amato. Che parole posso usare? In Nicaragua (che non appare sui nostri giornali e io, giornalista per trent’anni, capisco tutte le ragioni di questo silenzio. A chi importa del Nicaragua? A me, a me importa) hanno fatto annegare la parola ‘sandinismo’ nel sangue. Ho pensato che sono io a portare sfortuna ai paesi che ho amato (la bellezza di Asmara, il deserto della Libia, il lago Cochibolca in Nicaragua…). Aveva ragione Eduardo Galeano quando si rifiutava di tornare in questo paese perché ne aveva già intuito la deriva. Per lui era un dolore insopportabile. Una sofferenza che è stata risparmiata a Julio Cortázar. Era meglio morire con il ‘900? Noi che non avevamo conosciuto gli anni delle guerre in Europa.

No.

Posso ancora cantare, e lo faccio, sottovoce, a squarciagola, io che sono stonato: ‘Ay Nicaragua, Nicaragüita/la flor mas linda de mi querer’.