Mi scrive Fabrizio. Da Quito, in Ecuador. Una cartolina.

Anni fa, cercai di fondare una Lega per la Difesa delle Cartoline. Mi sembra una delle tante microbattaglie perse e sacrosante che vanno combattute negli anni degli sms. Per questo siamo felici di riceverne. Scriveteci cartoline, dunque. Scriveteci microracconti normali. Storie semplicissime. Come se fossero messaggi per un amico, per un’amica, per una sorella, per un fratello, per una persona amata. Per un genitore. Per un figlio o per un figlia. In questo caso, per noi, di Erodoto. Sono anche molto tentato di darvi un indirizzo fisico. Prima o poi lo faccio. Intanto grazie a Fabrizio per questa prima cartolina dal Latinoamerica.

A proposito, Fabrizio Ghilardi vive in Argentina. Nel Nord dell’Argentina. Una terra splendida. Se innamorò anni fa e da allora non l’ho più lasciata. Allora ne scrisse uno dei più bei e piccoli libri di viaggio che mai abbia letto: ha il titolo di ‘Socompa’. Con qualche fortuna si trova ancora: è edito da ArpaNet.

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Una strada di Quito in festa

Cartolina di Fabrizio Ghilardi

Se siete a Quito in Equador, 2400 metri di altitudine, a pochi chilometri dalla latitudine 0’0”000”’, nel mezzo delle Ande, capitale incaica antagonista di Cuzco durante la guerra civile che ha consegnato ai conquistadores spagnoli l’impero….

Se siete a Quito, vi raccomando di non visitarla con la luce del Sole.

Di giorno il centro historico, primo sito al mondo ad essere dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, è deludente, sporco, confuso da centinaia di negozi di brutti prodotti di plastica, disseminato di mendicanti che mendicano ad altri mendicanti. Il centro è di proprietà di un commercio di basso profilo senza contenuti e tradizioni a parte rare eccezioni. Karaoke e televisori trasmettono match di wrestling. Dopo una giornata passata a lavorare in albergo, nel quartiere della Ronda, il più bello della città, sono uscito a fare due passi. Alle nove di sera, zero traffico, altro flagello della città. Palazzi coloniali illuminati alla perfezione. I cavi elettrici sospesi nell’aria, tipici di tante città sudamericane, scompaiano alla vista. Cammino lungo Calle de las 7 Cruces e mi scontro con la chiesa Gesuitica del 1607. Sono solo, dinnanzi a questa meraviglia. Qualche sacco di basura a testimoniare la faccia triste di questa città.

 

La cattedrale di Quito

La cattedrale di Quito

Qui, qualche passo ancora tra palazzi improvvisamente puliti e dignitosi di rara bellezza, mi ritrovo. Qui comincia il viaggio a Quito, dopo più di due giorni dal mio arrivo. Nella piazza del Palazzo di Governo, sembra di essere tornati al XVIII secolo. Allora mi animo, vedo un ristorante al piano superiore di un bell’edificio. Si chiama Mea Culpa. Una sala tipo museo mi da il benvenuto. Soffitti stuccati, marmi, tappeti e sedie degne di un salone aristocratico. Mi siedo a un tavolino con vista sulla piazza, ci sono sei persone in tutto. Sul palazzo opposto leggo un murale, dice “Es Gloria de Quito el descubrimiento del Rio Amazonas“. Ecco questo è Quito. In mezzo alle Ande, ma strettamente legata all’altro mondo, quello verde e ricco dell’Amazzonia.

Un cliente chiede al mozo un succo di frutta e a pochi metri tra arazzi e simboli coloniali, viene frullato un mix di frutti colorati. Nel ristorante più tradizionale di Quito si cena a base di frullati. Io ho gia terminato il mio pisco sur che sempre segna i momenti felici della mia vita. Ricordo l’aperitivo sulla Piazza di Arequipa, in Perù. Assieme a Vale, mia fresca sposa.

Ecco, vi dico il mio menù. Ho mangiato fantasia de pescaraz: gamberoni, asparagi, zucchine e tomate. Con una salsa di vino bianco, paprika e zucchero. Infine una torta casera di mele con crema di fragola. Fuori dalla finestra, la piazza è vuota, le cupole luccicanti di azuleos, lo splendore del tempo, quando il regno d’España, viveva il lusso concesso da un vulcano alto cinquemila metri metri fatto d’argento. Ho chiesto al mozo una penna e dei fogli di carta e ho ripreso a scrivere con gioia dopo circa dieci anni.

Ciao, Fabrizio

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