femijet

 

Testo e foto di Nicola Pedrazzi

Per tutta la domenica, la Galeria Kombëtare e Arteve rimane aperta al pubblico. Il piano terra ospita esposizioni (con)temporanee e il Cinquecento iconografico di Onufri, albanese per nascita, veneziano per colore. Al primo piano (che in albanese è il secondo, poiché qui la terra conta) si trovano le opere del “periodo comunista”, lungo mezzo quasi mezzo secolo: dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1991. Il quadro che ho di fronte si intitola Fëmijët, “I bambini”, ed è stato dipinto da Spiro Kristo nel 1966. Sullo sfondo gli adulti edificano la Nuova Albania, l’Albania Socialista. Il paese si elettrifica, si alfabetizza, si ripopola: rumori nuovi e nuovi palazzi si innalzano al cielo dell’avvenire. È il lavorio frenetico dello Stato-Partito: PPSH è stato scritto in bianco, a cappella, sui mattoni freschi di calce: Partia e Punës e Shqipërisë, Partito del Lavoro d’Albania. Là in fondo i grandi lavorano, qui davanti a noi i piccoli giocano a immaginarsi grandi. Un giovanissimo partigiano, tanto in anticipo quanto in ritardo sui tempi, fa proseliti tra i coetanei, due dei quali ancora disarmati. Secchiello, paletta e macchinina giacciono abbandonati ai piedi di un giovane virgulto appena innestato. È giovane ma è forte: saldo e sicuro delle sue radici, proteso verso un futuro certo che certamente è il suo. È giovane ma è forte la Nuova Albania nascente, terra dell’Uomo Nuovo. Un unico elemento sfugge (consapevolmente?) alla retorica futurista della composizione, garantendo peraltro la continuità storica necessaria a renderla credibile: il fucile, compagno ancestrale (solo temporaneamente prestato alla Resistenza). Non v’è alcun dubbio: albanese è il regista e albanese è il pubblico di questa Storia comunista.