Castelmezzano e le sue montagne

C’è aria di freddo. Chi dice che a Sud è sempre caldo? Il prete, se fosse piovuto, avrebbe aperto perfino aperto le porte della chiesa per le parole di Erri De Luca, la chitarra di GianMaria Testa e il clarino di Gabriele Mirabassi. Va bene così, sfidiamo un autunno di giugno. Scenografia, la meraviglia di Castelmezzano e delle Dolomiti Lucane. Case che sono diventate roccia, appigli per scalare le montagne. E poi, voce arrochita e leggera, ecco Don Chisciotte, nelle parole di Nazim Hikmet: ‘Dulcinea, più bella sarai…’.  Nazim, che mi riappari di continuo in questa terra. Erri, con il suo viso affilato di rughe, gli occhi a fessura e il microfono che gracchia: ‘Coloro che non hanno mai vinto, ma sempre si rialzano in piedi. E per questo sono invincibili’. Attento, che quasi ci crediamo. Correremo dei rischi. ‘Questo è l’anno 409 d.C, dopo Chisciotte’, l’eroe più grande, l’eroe che ci spinge a uscire da ranghi. I sempre vinti. Per questo invincibili.

Beve un bicchiere di vinto e sussurra le sue parole, GianMaria. Mentre Gabriele si attorciglia nel tentativo di inseguire le note che escono dal suo clarino. Ci prova, a volte ci riesce e allora il suo corpo assume un’altra forma. E’ un tralcio che si arrampica a un albero.

Gabriele, Erri e GianMaria

La piazza di Castelmezzano è piccola. La chiesa ha una facciata a rettangolo. Sedie davanti al suo portone. Conosco questa piazza. Le mie foto sono nella bacheca del paese. Attaccate alle pareti di una piccola stanza pubblica. Stanotte c’è il palco, un tavolo, tre sedie, una bottiglia di vino. Erri al centro ascolta la musica di Gabriele e GianMaria. E’ incantato. Ricambia il privilegio e dona i racconti dei suoi poeti. Della poetessa russa che ribaltò le leggi della gravità raccontando dell’attrazione celeste, la forza che ti porta verso il cielo: ‘L’Everest che ogni cresce di un po’. E gli alberi che salgono verso l’alto. Che allargano l’ombra per gli uomini. Che vivono là dove nascono, ma poi diventano legno che galleggia. Un materiale così pesante che riesce ad andare per mare. E così gli alberi hanno condotto l’uomo a conoscere il mondo’. E’ un omaggio agli alberi di Gezi Park: ‘Gli idranti della polizia hanno irrorato queste piante’. E gli scrittori devono piantare un albero per ogni pagina che scrivono.
Lo sa Erri che qui, in questo paese, ogni anno gli alberi si sposano?
L’eco di GianMaria: ‘E un transatlantico di carta di regalerò quando vorrai partire…’.

Erri

C’è la silhouette di una donna che guarda dalla sua finestra a questo strano concerto in una notte di Castelmezzano. Erri e GianMaria parlano di vento, di acqua, di ombra, di migranti. Parlano di un Cristo zingaro, latitante precoce che cammina su un ‘marciapiede di stelle’. Conoscono le regole del gioco. Illusionisti di paese. Vorrei stare con voi fuori dal palco. Intuisco la felice malinconia, i silenzi dell’andare di paese in paese, la fatica dei chilometri. Poi l’ebrezza del racconto, cancella ogni esitazione. Già, avanti. Invincibili.
Erri parla di Izet Sarajlić, il poeta che non lasciò Sarajevo negli anni dell’assedio. Izet, Dio mio. ‘Con i suoi versi si erano innamorati generazioni di ragazzi e lui si sentiva responsabile della felicità. I ragazzi glieli ripetevano quando era in coda davanti al forno in cui era arrivata una sola pagnotta’. Non poteva andarsene da Sarajevo, Izet. ‘In guerra la poesia è ancor più urgente’. Si scaldò bruciando i suoi libri (i filosofi, lo scaffale del teatro, i romanzi…): si salvarono, per miracolo, le poesie. ‘E’ un poeta chi ha fatto il turno di notte per custodire il mondo’. Izet non fu capace di odiare nemmeno chi bombardava la sua città….

Gabriele

E poi una poetessa africana che divide la sua brioche con due ragazzi bianchi. ‘Si divide il poco….’.
‘Non ve ne andate’. Conosco chi ha gridato dal pubblico questo invito a Erri, GianMaria e Gabriele. Ne conosco la voce. ‘Qua siamo. A meno che non ci scacciate’, replica Erri. Qualcosa colpisce il cuore di chi ha sfidato il freddo per raggiungere Castelmezzano. Incontro gente che ho visto nei paesi di questa montagna. Volti conosciuti. Si scroccano baci e baci. Ci sono i ragazzi. Fabio che insiste: ‘Posso offrire?’. Insiste. E lui che era il più ribelle nei giorni dell’albero, che guidava il primo trattore, che giocava a morra con la maglietta strappata e sporca di vino. Una donna si affaccia sulla piazza e chiede cosa c’è stasera. Poi, si ferma. Rimane lì. Imbambolata. Un uomo e una donna si baciano mentre GianMaria canta. Il bacio dura quanto una canzone. Una lucciola svolazza sotto il palco. Ipnotizza. Le luci del paese alle spalle delle canzoni e delle parole. Uno scrittore di Napoli, un cantautore di Cuneo, un musicista umbro. Al Sud. In uno dei cuori lontani della Lucania. La strada per arrivarci è ancor in frana. Bisogna fare larghi viaggi per venire fino a qui. Parlo con Marilù dei ragazzi di questa terra. E’ come un rito. Un interrogarsi. Un impigliarsi. Ancora un bar, mi offrono Martini. Sorprendo Erri a mangiare un panino al furgone di Poldomania. Vorrei dargli un mio libretto. Ma poi lo lascio nelle mani degli amici. Un ubriaco vuole una foto. Abbraccio i ragazzi del paese.

GianMaria

Fa la sua comparsa Pablo Neruda: ‘Io non sono qua per risolvere nulla. Sono venuto solo per cantare e farti cantare con me’.
Sì, stasera ve bene così. Il cielo, come sempre, abitudine di bellezza, mi sorprende
Castelmezzano, 29 giugno
Dedicato a Margherita Hack e ai suoi 91 anni: ‘Anche questa è fatta’. E uscì dal palco. 
Testo e foto di Andrea Semplici