Sulle bancarelle, capi vestiari di ogni tipo, animali imploranti, residuati elettronici e marchingegni preistorici. Galline e bambini in festa si rincorrono, fra sacchi pieni di qualsiasi cosa.

In fondo, una piccola chiesa che per la sua semplicità esteriore, bianca con ricami di fiori colorati, ha l’aria di essere stata disegnata e realizzata proprio dai bambini e non da missionari cinquecenteschi. E’ la chiesa di San Juan Chamula, nella piazza principale dell’omonimo paesino, poco distante dalla celebre San Cristobal de las Casas. Chiapas, Messico.
Fuori la porta c’è un tavolo con un uomo e un ragazzino sui dieci anni. Stranamente è quest’ultimo a prendere la parola e a spiegare che dentro la chiesa non è permesso fare foto, pena l’immediata espulsione.
L’entrata potrebbe essere il momento più sorprendente della vostra vita, specialmente se non vi è stato prospettato niente, e allora forse è meglio smettere di leggere questo articolo.

La chiesa di Chamula

La chiesa di San Juan de Chamula

Testo e foto di Alberto Bile

Sotto il tetto di legno scuro, cinque o sei tele colorate con motivi floreali attraversano la piccola e unica navata.

Ai lati, migliaia di candele accese, uniche luci nel buio, e statue di santi vestiti all’indigena: Sant’Antonio, San Francesco, San Pietro, tutti abbigliati come i maya, con stoffa azzurra, rosa, verde acceso.

Molte statue hanno specchi appesi, per risaltare la luce delle candele, altre ne sono invece sprovviste: sono in punizione per avere permesso che la chiesa subisse un incendio alcuni anni fa.
Al centro della navata non ci sono banchi, ma aghi di pino ed erba profumata sul pavimento. La gente, seduta o in piedi, si dedica ai propri sconvolgenti rituali.

Dove trovano spazio, facendosi largo nell’erba, i fedeli dispongono candele a gruppetti di tre (la Luce, l’Intermedio e le Tenebre, e non la Trinità), per un totale che supera le trenta candele, attaccandole al pavimento con la stessa cera fusa.
Dopo aver bevuto per secoli un intruglio di colore marrone scuro, ora utilizzano Coca Cola e un liquore chiaro, mischiato ad aguardiente, che li fa sonoramente ruttare per espellere il maligno. Si ubriacano per pregare meglio, e portano con sè Fanta, Coca o altre gazzose come se fossero a un pic-nic.
Se ne stanno lì per ore, spesso tutta la famiglia. Nel caso di malattie gravi, sacrificano galline, tirando loro il collo dopo aver fatto dei giri propiziatori intorno alle stesse candele. Chi non ha soldi si accontenta delle uova. Forse è opportuno ricordarlo: siamo in una chiesa cattolica.
Il rito con le galline costa, tra pennuto e candele, circa duemila e cinquecento pesos (centocinquanta euro), tre o quattro mesi di entrate dei contadini più ricchi. Certo a pochi chilometri ci sarebbero ospedali con cure molto più efficaci a cinquanta pesos (tre euro), solo che sfortunatamente gli indigeni tzotzil non ci credono. La nostra medicina ufficiale è la loro ultima spiaggia; ammazzare una gallina, sotterrandola poi nel terreno di casa, curerà invece l’ammalato.
Nel caso non si possano recare direttamente in Chiesa, si affidano allo sciamano: dandogli la gallina o trasferendo su di lui, attraverso una cerimonia, le energie negative dell’ammalato.
Egli successivamente, accovacciandosi per ore e ore di fronte alle candele accese, si libererà di tali influssi.

Il mercato di Chamula

Il mercato di Chamula

C’è tanta gente, di ogni età: basta dire Hola ai bambini del posto perché gli occhi brillino di gioia e le loro guance straripino definitivamente. Una signora trecentenaria se ne sta mezz’ora a parlare con San Sebastiano, vestito verde con motivi floreali; non recita preghiere o frasi predefinite: gli racconta i fatti suoi e poi se ne va.
Nessuno, dentro e fuori la chiesa, chiede l’elemosina. Mi spiegano che il movimento zapatista ha convinto la gente che se la Solidarietà è un simbolo orizzontale di umanità, la carità è una umiliazione verticale.

La chiesa

La chiesa

A parlare con i fedeli presenti, ci si rende conto che dietro il fascino di questo luogo si annidano tristi controversie: la Chiesa approfitta dell’ignoranza delle persone per vendere loro costose candele e sconsigliando cure efficaci. Anche le divisioni religiose sembrano essere montate ad arte e inghiottite dalla comunità senza porsi troppe domande: una ragazza racconta di avere avuto paura di sposarsi con un pretendente avventista. Perché avventista? Perché accende il fuoco e cucina anche di domenica e perché non beve Coca Cola: così è scritto nella Bibbia, gliel’ha detto il prete.
Dall’altro lato il popolo tzotzil sembra aver ottenuto un’affascinante e beffarda vittoria: anche se c’è un crocifisso e santi con lo stesso nome di quelli cattolici, in realtà questa chiesa è simbolo di una resistenza culturale efficace di un popolo di fronte al suo oppressore, al quale sembra dire: Bueno, si, per farti contento prego Sant’Antonio ma con i riti dei miei antenati e lo vesto come mi pare. Senza i banchi nella navata, ma con erbe sparse sopra le quali sacrificare galline e bere aguardiente.

All’uscita dalla Chiesa il bambino di prima spiega che le foto non sono permesse perché altrimenti si ruba la cultura. Ma non si accorge che ce ne siamo messi un poco in tasca.