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LA BASILICATA

Abbandonato il verde e boscoso Cilento quello che ci colpisce subito della Basilicata sono i suoi spazi infiniti, i suoi paesaggi collinari a perdita d’occhio, le linee sinuose delll’orizzonte che uniscono i colori della terra con l’azzurro del cielo. Attraversarla in bicicletta è un piacere difficile da descrivere. Ci ritroviamo a pedalare lungo strade strette e poco asfaltate che ad ogni curva ci svelano paesaggi e panorami meravigliosi. E siamo soli, nel senso letterale del termine, perché per ore e ore non incontriamo nessuno, se non qualche cinghiale, pecora o mucca di passaggio.

Castelmezzano rappresenta una delle tappe più significative del percorso lucano. E’ un piccolo borgo arroccato sulle Dolomiti Lucane e la sua bellezza è direttamente proporzionale alla fatica che abbiamo fatto per raggiungerlo. 9km di salite e tornanti che difficilmente dimenticheremo. Infatti per raggiungerlo ci abbiamo messo tre ore, tre ore di fatica e felicità, intervallati da improperi vari. 

PARTIRE O NON PARTIRE? QUESTO E’ IL DILEMMA

 

Pedalando per la Basilicata scopriamo una regione delicata e affascinante. Attraversiamo un territorio vasto e vario, le tracce dell’uomo sono minime e sempre in simbiosi con la natura. I paesaggi e i panorami sono romantici. Questa regione conta circa cinquecentomila abitanti, distribuiti in più di cento comuni e un’infinità di frazioni, e piccoli agglomerati di poche case. Considerando il numero di abitanti, è un territorio vastissimo. E’ la penultima regione in Italia per densità abitativa. Solo la Valle D’Aosta ha meno abitanti per chilometro quadrato.

Anche qui, la questione più sentita dagli abitanti lucani è molto legata allo spopolamento. Tutti sono preoccupati perché i giovani vanno via e non c’è nessuno che viene ad abitare questo territorio bellissimo.

Per le strade di Abriola incontriamo solo vecchietti.
Sono gentili, ci indicano come attraversare il paese e poi proseguire sulla provinciale. Ad Anzi arriviamo sulla piazza del paese giusto a mezzogiorno, quando tutti gli abitanti del paese si affrettano a comprare le ultime cose prima del pranzo. Entriamo in piazza passando sotto un arco, percorrendo una salita ripidissima e faticando a ogni pedalata per spingere le nostre biciclette cariche di bagagli. Tutti ci guardano incuriositi. Non ci conosce nessuno. Ci fermiamo e attacchiamo boccone con due ragazzi. Sono gli unici under-30 della piazza. Poi, dopo aver comprato due panini dal negozio di generi alimentari del paese, facciamo due tiri a pallone con i bambini del paese. Sono solo tre. Uno di loro, il padrone del pallone, aspetta che il suo papà, il padrone del negozio di generi alimentari, finisca di lavorare, prima di andare a mangiare a casa. Quando arriva il suo papà, il bimbo prende il suo pallone, saluta tutti e va via. Anche gli altri due bimbi vanno a casa a pranzare.

“I giovani vanno via, cosa devono fare qui? Non c’è lavoro”, ci dice Pasquina a Castelmezzano. “Ho tre figli, è complicato mandarli a scuola. Devono prendere il pullman la mattina alle 7.00 per poter andare a Potenza. Tre anni fa abbiamo chiuso la scuola media. L’anno scorso per far numero e mantenere la scuola elementare a Castelmezzano abbiamo dovuto iscrivere gli anziani. Abbiamo anche cercato di metterci in contatto con i paesi limitrofi come Albano Lucano e Pietrapertosa per fare delle classi comuni, ma quelli del comune non si mettono mai d’accordo.”

 Anche a Muro Lucano incontriamo solo anziani. E’ piacevole chiacchierare con loro nella villa del paese, all’ombra dei pini. Trascorrono lì il pomeriggio, dopo aver mangiato e aver dormito una bella pennichella. Si siedono sulle panchine in pietra dopo aver appoggiato sul loro posto un pezzo di cartone. Così non si sporcano i pantaloni.

I pochi giovani che incontriamo ci parlano sempre di viaggi. Dei viaggi che hanno fatto e di quelli che faranno. E pensano sempre a cosa significa partire e cosa significa restare: “Non so davvero che fare. Potrei partire ma a volte penso sia più giusto rimanere.”; “Avrei voglia di partire ma dove vado? Non ho nessun appoggio. Mica posso andare via così.”; “Ho un po’ paura a lasciare tutto e andare via. Dopo tutti i sacrifici che ho fatto.”; “Non è facile partire. Se ti va bene, ok.
Ma ho visto gente tornare e impazzire.”; “Ma no, che dici? Qui si sta di lusso. Molti partono per lavoro ma non vedono l’ora di tornare per godersi la pensione.”; “Non posso lasciare tutto e partire. C’è bisogno di me qui. Chi si prenderebbe cura di mia madre e mio padre?”.

Cosa significa veramente viaggiare? Viaggiare per conoscere. Viaggiare per necessità. Farsi coraggio e partire. Lasciare tutto e andare via. Cosa significa invece non partire? Rimanere a casa, per scelta o per necessità. Da dove viene questa spinta che ci muove e ci lancia verso posti nuovi alla ricerca di qualcosa che forse non c’è?
E invece cosa ci tiene legati alla nostra terra che amiamo e odiamo? Chi può dire se è giusto partire o rimanere? Chi può dire agli altri di partire e provarci fuori? Chi può dire agli altri di rimanere a casa?

L’ACCOGLIENZA LUCANA

Un altro aspetto costante di questa terra così affascinante è sicuramente l’accoglienza.
I lucani sono gentili, amabili e disponibili. In tutti i posti che attraversiamo tutti ci ricevono con un sincero e amichevole benvenuto. Non abbiamo bisogno di prenotare online dove dormire (si fa per dire, in molti dei paesi che abbiamo attraversato scarseggiava non solo la rete internet ma anche le strutture dove alloggiare).
Non scarseggia però lo spirito di accoglienza. Troviamo sempre qualcuno disposto ad aiutarci.
Per certi versi, quest’aspetto ci sorprende. La Basilicata è una regione isolata. Non esiste un aeroporto in tutta la regione. I collegamenti ferroviari sono lenti e scarsi e ci si muove in macchina o in autobus. Immaginavamo quindi di trovare un popolo isolato e quindi un po’ diffidente verso i visitatori. Invece veniamo ricevuti sempre con grandi sorrisi, con curiosità e genuina disponibilità.

Spesso arriviamo in paese nel tardo pomeriggio o anche a sera inoltrata. Basta recarsi nella piazza del paese e chiedere al primo passante. Tutti ci indicano gli affitta-camere del luogo, ci danno numeri di telefono di bed & breakfast, ma più spesso chiamano personalmente amici e conoscenti, oppure ci accompagnano direttamente. A volte siamo in imbarazzo perché non sappiamo come ringraziare. Sembra che prendano a cuore la questione. Devono sistemarci. Chissà, forse sembriamo proprio disperati e sbandati, li muoviamo a compassione e non vogliono lasciarci senza un tetto.

A Felitto il signor Giuseppe cerca di spiegarci per telefono come arrivare nel suo casolare di campagna, ma è tardi e noi siamo persi tra boschi e colline ed è così che dopo un po’ vediamo sbucare all’orizzonte il signor Giuseppe col suo pic-up: “caricate le biciclette e andiamo”.
A Sasso di Castalda, Rocco, un nostro caro amico, ha prenotato già una camera da suo cugino che ha un ristorante e affitta camere a turisti e amici. A Pignola, mentre attraversiamo un bosco veniamo colti da un temporale. Usciamo dal bosco fradici e con una ruota per terra (Alessio ha forato per l’ennesima volta). Ci soccorre un signore del posto, ci apre il suo garage, ripara la bicicletta e inizia a contattare l’intero paese per trovare un posto per farci dormire. Passeremo la notte nel retrobottega di un bar adibito per l’occasione in b&b.
A Castelmezzano affittiamo una camera doppia con bagno dalla signora Giovanna, a pochi passi dalla chiesa della piazza. Sono già tre giorni che viaggiamo e abbiamo bisogno di lavare alcuni panni. La signora Giovanna si offre di aiutarci. Manda sua nipote Giuseppina a ritirare il bucato prima di cena e poi a riconsegnarcelo lavato, asciugato e piegato il mattino seguente alle 9.00. A San Fele arriviamo alle otto di sera, è quasi buio. Arriviamo nel bel mezzo della festa del paese: siamo nel pieno dei festeggiamenti in onore di San Giustino de Jacobis. Tutte le nonne del paese ci sfilano davanti vestite di nero e con dei ceri enormi in mano. Veniamo tratti in salvo da un gruppo di ragazzi che ci accompagna in uno dei pub del posto per offrirci un gelato, chiacchierare e aiutarci a trovare una sistemazione per la notte. Anche nella murgia, a Spinazzola, troveremo facilmente una camera dove dormire. Vito, un altro caro amico ci aspetta già da una settimana. Ci ha parlato di una festa in campagna. Con formaggi e salumi locali. Poi barbecue. “Non ci sono problemi”, ci ha detto. “Dormirete in campagna, da amici”.

PIC NIC COI BRIGANTI

Le ultime pedalate in Basilicata, prima di raggiungere la murgia pugliese, sono tra Bella, Muro Lucano e San Fele. Arriviamo in treno alla stazione di Bella-Muro. La stazione è un semplice scalo ferroviario a pochi chilometri da Bella e Muro Lucano. Non c’è quasi niente. Di fronte ai binari della stazione c’è una piana, dove pascolano mucche e pecore. Alle spalle dei binari c’è solo la SS7 che collega Potenza a Muro Lucano.

 C’è un bar aperto nella stazione. Beviamo un caffè, e chiediamo informazioni alla barista. “Vorremmo visitare Muro Lucano e poi le cascate di San Fele. Da dove dobbiamo andare?” “Sinceramente io sono di Muro e non ci sono mai andata alle cascate di San Fele.
Ma che ci andate a fare alle cascate di San Fele? Non sono niente di ché! Solo un po’ di acqua fresca, non vi aspettate certo le cascate del Niagara. Comunque per andare a Muro vi conviene prendere la provinciale. Prendete questa strada qui di fronte e poi al bivio andate a sinistra. Mi raccomando, non andate a destra, quella è la nazionale ed è pericolosa. E’ già morto un ciclista qualche anno fa.”
Siamo un po’ perplessi ma continuiamo il nostro viaggio. Muro Lucano è bellissima e soprattutto il belvedere merita una pausa contemplativa. E’ sicuramente uno dei panorami più belli che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio. Però siamo ansiosi di visitare anche San Fele e le sue cascate. Quindi ci rimettiamo in sella.

Nel bosco tra Bella, Muro Lucano e San Fele, alla fine di una lunga salita, incontriamo un gruppo di uomini che, in un’aria picnic presso lo chalet “Acqua del Faggio”, stanno bevendo e mangiando.
Ci fermiamo a chiedere indicazioni per la prossima fontana. Ci invitano al loro tavolo e nel giro di pochi minuti siamo già grandi amici. Scherziamo e parliamo di tutto in libertà. Si parla un po’ di tutto. I ragazzi ci raccontano di un territorio che offre grandi possibilità. Il turismo innanzitutto, ma anche tutte le possibilità legate alla terra che è tanta e costa poco. E poi qui in Basilicata non ci sono mafie che si appropriano e gestiscono il territorio. Circondata da camorra, ndrangheta e sacra corona, sorprendentemente la Basilicata non è terra di mafia. Nonostante ciò, in pochi rischiano. Gli anziani non ci pensano neanche. I pochi giovani che incontriamo ci dicono che non è facile.

“Innanzitutto mancano le persone e in particolar modo i giovani. In pochi possono e vogliono rischiare veramente. Manca la consapevolezza delle nostre ricchezze e manca anche un’educazione all’imprenditorialità. Qui se apri un negozio e poi chiudi sei uno sfigato.”

“Ma che dici? Non è mica vero. La verità è che la colpa è solo nostra. Chi ce lo fa fare a noi a rischiare? Ci vedi qui tu adesso? Che stiamo facendo? Stiamo festeggiando il 29 Luglio col caciocavallo, la provola, il salame e il vino che ti sei bevuto gratis perché l’ho portato io! Capito? E domani che faremo? Festeggeremo il 30 luglio. Capito? Lo festeggiano a Milano il 30 Luglio? No che non si festeggia! E allora? Che vuoi rischiare? Stiamo bene così. Caciocavallo e salame, un po’ di vino e passa la paura. Rischiare, ma che vuoi rischiare!”

Gli animi cominciano a scaldarsi. “Ueeeh, rambo, parla per te!!! Io mi rompo la schiena tutti i giorni da trent’anni. Altro che festeggiare! Ho lavorato da tutte le parti: a Bari, a Bitonto, a Falconara, a Monfalcone, in Svizzera, in Germania, e qua e là. Vedi le mani che ciò. Ciò le mani gonfie e dure per tutto il lavoro che ho fatto. Ciò pure una moglie e tre figli. Non mi venire a parlare di provola e salame perché io mi spacco la schiena da trent’anni. Festeggiare! Festeggiare a me …”

 Non ci sentiamo di dar torto a questa gente. Un po’ capiamo quello che sentono. E anche noi la pensiamo come loro. La questione dello sviluppo economico del territorio in questi luoghi è molto delicata e sempre attuale. La responsabilità individuale e le ingiustizie di uno stato distante si mescolano in un groviglio ormai inestricabile. Questa gente non ha partecipato alla creazione dello Stato ma lo ha sempre subito. In tanti ci parlano del “brigantaggio” e la loro versione non corrisponde a quella dei libri di storia della scuola di stato. Ci parlano di gesta eroiche di compaesani che lottavano per la propria terra contro uno stato invasore. La parola brigantaggio solleva ilarità e sospiri di pacata rassegnazione. A volte qualcuno non resiste, si lascia andare e racconta la “sua” versione. E gli occhi si accendono di passione e risentimento. “Ma tu l’hai visto Cristo si è fermato a Eboli di Gian Maria Volontè? E Li chiamarono briganti lo hai visto? Cosa abbiamo fatto noi per dover subire tanta ingiustizia? Cosa significa essere italiano? Cosa ho io in comune con Bergamo e Bolzano? Mi sono sentito più straniero a Bergamo che non quando sono andato in Spagna, a Malta, e in Albania. Questa è la terra mia, se l’Italia vuole la terra mia, deve venire qui e ragionare con me. E’ vero, siamo un po’ fatti così e abbiamo tante colpe. Pensiamo alla pensione, rischiamo poco e ci lamentiamo. In molti, anche fra i giovani, si lamentano. Ma il lamento è come un canto che aiuta a tirare avanti e a sopportare le difficoltà e le ingiustizie a cui siamo sottoposti da tanti anni. Lo Stato ci considera ancora terra di conquista. Qui lo Stato non è mai venuto veramente a conoscerci. Ci ha sfruttato e basta. Si è portato via acqua e petrolio e ogni tanto ci ha dato un contentino. E quando ha avuto paura di noi, ci ha fatto la guerra, e ci ha ammazzato come bestie. Anche questo è lo Stato. Dovrebbero scriverlo sui libri di storia.”

Cala il silenzio. Non abbiamo altre parole da aggiungere. Ci sentiamo uniti da un’ingiustizia comune che in qualche modo tutti conosciamo. Ma ci sentiamo anche un po’ colpevoli perché non facciamo abbastanza per cambiare, per riscattarci e ribellarci. Poi qualcuno si distrae. Qualcuno si allontana e qualcuno arriva. Ricominciamo a chiacchierare. A bere e a mangiare. Si sta facendo sera. Dobbiamo andare.
San Fele è a pochi chilometri.

( … ultima tappa nella Murgia la prossima settimana).