Alberto Bile è un giornalista e fotografo napoletano. ‘Una Colombia’ (edizioni Polaris, pp. 215, 13 euro) è un libro-canzone. Un vellenato. Una musica popolare, un inconsapevole blues. Quasi un jazz. Una musica creola. Solo uno scrittore di Napoli poteva avere questi occhi sulla Colombia.

Andrea Semplici ha scritto la non-prefazione per il libro di Alberto.

Leggo in fretta. Un manoscritto, avremmo detto un tempo. Pochi giorni per scrivervi una prefazione. Che, forse, diventerà una post-fazione. Questo libro è attorno alla Colombia. A un viaggio in Colombia, a uno ‘stare’ in Colombia. E non posso tirarmi indietro. La Colombia è un immaginario. Un ‘luogo fantastico’ che ha popolato i miei anni.

Cerco di scansare una promessa difficile da mantenere. Dico: ‘Non sono mai stato in Colombia’. Poi mi rendo conto di aver detto una inconsapevole bugia. Una volta, anni fa, ho attraversato il Grande Fiume, il Rio delle Amazzoni. Là dove si sfiorano le sponde del Perù e del Brasile. E, dall’altra parte, lontana come se fosse un altro mondo, vi è Leticia. Nome bello per una cittadina amazzonica, presidio di frontiera, crocevia dei traffici di ogni luogo ‘lontano’ che, in realtà, è uno dei centri del mondo. Naturalmente, l’albergo si chiamava ‘Anaconda’. Conservo un ricordo di riflessi d’acqua di quel frammento di terra. Ecco, questa è tutta la mia Colombia. Posso scrivere qualcosa attorno al libro di Alberto, che vi ha passato mesi e mesi, solo per aver messo piede, una volta, nell’Amazzonia colombiana? Ci provo.

 

Ho l’età giusta per essermi trovato fra le mani, mille anni fa, una edizione economica di un libro della Feltrinelli. Fu un imprevisto regalo di mio padre. Universale Economica. Copertina blu, una caravella arenata. Bastava aprirlo quel libro per cambiare storia. Bastava sfogliarlo per veder scappare da ogni lato personaggi magici e reali. Bastava alzare gli occhi per ritrovarsi di fronte Aureliano Buendia e avvertire nella pelle la necessità del latinoamerica. Io avrei voluto riscrivere il finale e concedere altre opportunità, una seconda, una terza, una quarta opportunità, alle ‘stirpi condannate a cento anni di solitudine’. Sì, quel libro attraversò i miei (e i nostri) anni giovanili e li rese certamente più allegri, più malinconici, più belli, più affollati. Gabo divenne lettura compulsiva, amico di altri tempi. Combattemmo ogni solitudine con le sue pagine. E ora, scorrendo nella notte il libro di Alberto, mi accorgo che dalle sue pagine, un’altra volta, si alzano in volo nuvole di farfalle gialle. Mauricio Babilonia è entrato nella mia stanza. Alberto, nel suo cammino colombiano, segue le tracce invisibili di queste farfalle gialle. Eppure ha trent’anni meno di me. Vuol dire che Gabo ha attraversato il tempo. Apro la finestra, adesso è appena passata l’alba e il sole fa risplendere le montagne oltre la pianura. Vado al bar, a vedere se riesco a scrivere questa storia. Le farfalle ne approfittano per volarsene via. Le guardo mentre spariscono nei riflessi del mattino.

 

Adesso ho una bussola per andare in Colombia. Dalla nevera Bogotà al Caribe, terre al lato opposto della mia unica Amazzonia. Scopro foreste e oceani che mai ho visto, ma conosco a menadito. In fondo, per anni ho vissuto, in Italia, assieme a una comunità di colombiani. Almeno in tre si sistemarono nella casa di campagna dove allora abitavo e hanno condiviso con me tempi di nostalgia. C’è stata una donna colombiana nella mia vita. Apparve all’improvviso, inattesa, aveva solo il mio indirizzo, lasciato, mesi prima, sulle strade del centroamerica. Altri tempi, in cui gli incontri non venivano preannunciati da facebook e si lasciava al fare alla generosità del caso: Costanza rimase per un altro tempo destinato a diventare nostalgia. Ecco, mi sorprendo: non sono mai stato in Colombia (tranne Leticia), ma ne ho nostalgia. Saudade, direbbero i brasiliani, parola bellissima e intraducibile. Alberto fa riapparire queste farfalle gialle della mia vita. Adesso mi stanno seguendo mentre cammino verso l’unico bar aperto del paese dove ho passato la notte. Tavolino tondo, metallico, un po’ storto. Caffè.

Non c’è musica, però. A Mompox, grande isola di fiume, sarei già immerso negli accordi fragorosi del vallenato. Acordeón, caja y guacharaca. Lasci andare le gambe oppure ascolti tranquillamente trasognato. Musica insopportabile: rimbomba in ogni autobus che Alberto e il suo amico prendono. Musica indispensabile: è la colonna sonora di questa terra. Non è possibile farne a meno. E, alla fine, si balla, si suda, si canta. Si maledice e, per qualche minuto, vorremmo pace e silenzio, ma poi, come attratti da un suono magico, si corre verso la piazza dove uomini dei suoni stanno cantando ‘testi raffinati’. Ecco, per leggere questo libro è quasi necessario andarsi a cercare il ritmo del vallenato e lasciarsi un po’ andare. A suon di musica, si può farsi trasportare a Cartagena o Medellin. In fondo Gabo ha sempre sostenuto che Cent’anni di solitudine fosse un semplice vallenato di trecento pagine. Fin dal primo ruotare di fisarmonica e incrocio cantato di versi, vi sentirete in un altro universo. Proseguite il viaggio.

 

Per anni, la Colombia è stato un paese di guerre. Ci avvertiva Gabo: ‘era più facile cominciare una guerra che finirla’. Liberali e conservatori si sono sparati addosso per anni mezzo secolo fa. Poi guerriglie, Tirofijo e i suoi tredici figli, controguerriglie, paramilitari, sequestri, narcotraffico, Pablo Escobar, generali, desplazados, cinque milioni di profughi interni. Ma oggi, miracolo e ostinazione, la guerra è finita, le armi sono state deposte, la pace dei coraggiosi. Fragile, come ogni pace. Incerta come ogni pace. E, quasi per incanto, la Colombia di questi anni va di moda. Gli amici che viaggiano la inseriscono nei programmi del loro vagare per il mondo. Appaiono articoli sui blog di viaggio. Si va in Colombia, dunque. Il libro di Alberto esce nel momento migliore, avete le valigie pronte. Strani capovolgimenti della storia. Eppure, anche negli anni della violencia, delle guerre, vi erano, in questo paese di folli, giorni di pace. Mi raccontano che a Medellin (venti anni fa la città più pericolosa del mondo, adesso la più innovatrice, almeno a leggere il Wall Street Journal) vi è sempre stato il più importante festival di poesia del mondo. Ecco, i poeti. Bisogna andare a trovarli.

 

La poesia è un’altra delle bussole per viaggiare in Colombia. Conosco una poeta, Camila Charry, che scrive questo: Escrivo/desde la segarradura de la tarde/cuando el último pájaro/trina en una rama/mientras lo imagino. Il latinoamerica è terra di poeti. Dal Cile al Nicaragua, la poesia non è un semplice fremito per intellettuali, è anima e corpo, pensiero e carne di un continente. I poeti hanno fatto rivoluzioni in queste terre. Hanno sparato e sono stati uccisi. La poesia non era dissimile dalla vita di ogni giorno. Poesia e Rivoluzione. Le parole in latinoamerica sono carne e anima, pelle e spirito. A Medellin, nei giorni della poesia, si fermava anche il narcotraffico. Le parole, per un tempo breve, avevano potere. E la palabra inganna perfino gli aghi della bussola, diventa filo che conduce Alberto per le strade della Colombia. Le sue pagine non sarebbero state scritte senza i cuenteros. Che Alberto va a cercare. Ecco Pedro Edison, il ‘raccontatore’ più celebre della Candelaria, il barrio antico di Bogotà, che spiega: ‘Prima di raccontare bisogna vedere, ascoltare ed emozionarsi’. Lezione indispensabile per tutti noi, venditori di parole. Ecco Josè Alberto Gutierrez Sandoval che, quaranta anni fa, trovò nella spazzatura una copia di ‘Anna Karenina’ e da allora non ha smesso di sfogliare pagine e distribuire libri: ‘Quello di cui ha bisogno il nostro paese è leggere, leggere, leggere’, dice Josè Alberto. Leggere come speranza, con futuro, come cammino. E Gómez Jattin? Che di mestiere fa il ‘programmatore di parole’. Lui mette accordi alle parole. Spiega: ‘Il colombiano ha tanto da raccontare che, a volte, deve cantarlo’. A Medellin vi è una scuola che dà i rudimenti essenziali a chi vuole provare a fare il cuentero. L’universo della parola si popola di cento personaggi e interpreti: i culebreros, i cabarettisti, gli habladores, i parlatori del Parque Bolivar. Sono i cuenteros de la calle. Le parole e la Colombia. Che meraviglia.

 

Sobbalzo, mentre ho già bevuto due caffè e il paese si sta svegliando. Il sole sta conquistando le case. Devo andare, devo chiudere qui, mi accorgo che potrei continuare. Avevo detto che non sapevo cosa scrivere. Stasera rileggo, non correggo, mando ad Alberto, che si senta libero di fare quel che vuole con le pagine scritte di prima mattina in un bar di un paese del Sud dell’Italia. Sobbalzo, dicevo, perché in questa pagina del libro di Alberto appaiono Dylan, Cohen e Walt Whitman. ‘La forza poetica’. Sì, per viaggiare in Colombia bisogna essere poeti. Avere la sensibilità di un poeta. Bisogna scrivere. Riempire taccuini.

 

Ecco, ora davvero siete pronti per partire. Alberto usa Gabo come alibi del viaggio. Lo usa per farsi condurre fino al laccio delle parole. Poi le segue per tutto il paese. Forse raggiunge Macondo. O, forse, la Colombia è Macondo. O, forse, Macondo è questo paese attorno a me, senza musica e mille chiacchiere (dal bar sta passando chi è già sveglio in un giorno di festa: oggi si farà il pane, il pane in piazza, intendo, per un giorno riapriranno i vecchi forni del paese).

 

Non finirò con l’inizio, non vi dirò di quel giorno in cui il colonnello Aureliano Buendia mise una mano sul ghiaccio e Macondo era un villaggio di venti case di argilla e il ‘mondo era così recente, che molte cose erano prive di un nome’. Passarono i cuenteros e, come in una ‘via dei canti’ latinoamericana, tutto ebbe una parola nella quale riconoscersi. Fino a diventare vecchi, fino a farmi finalmente conoscere la pelle di Giovanna Mezzogiorno (perdonatemi, è un altro amore) che è la pelle (‘Non ti piacerà quello che vedrai’) di Fermina Daza. C’è una nave, un fiume, una passione incrollabile. Si può solo ordinare di andare e venire per sempre. Perché la Colombia ti entra addosso e non ti lascia più in pace. Alberto e il suo amico si fermano, spiaggia dalle parti di Cartagena, le onde che sfiorano i piedi, la birra, i libri. ‘Ciò che c’era da vedere è stato visto’, ciò che c’era ‘da camminare, camminato’. O forse no. Già, forse no. E allora salite sulla nave agli ordini di Florentino Ariza. Come saranno i prossimi giorni, mesi, anni, già lo sapete, se siete arrivati fino a qui: ‘Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
“E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?” gli domandò.
Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
“Per tutta la vita
’.

 

*Il paese dove ho scritto questa ‘cosa’ di chiama Atena Lucana. E, a paradosso del nome, sta in Campania. Guarda la piana del Vallo di Diana. Il sole ha illuminato le montagne del Cilento. Dietro al bancone del bar che mi ha ospitato dal levar del sole fino a ora, c’è un’immensa barista che si chiama Grazia, personaggio che troverebbe il suo posto nei ‘Cent’anni’. Il bar si chiama Memis. Se ci fosse musica, potrei davvero essere in Colombia. Ora vado a fare il pane.