Testo e foto di Andrea Semplici

Piazza Broletto

 

Lodi riesce sempre a sorprendermi. Lo fece sei anni fa, la prima volta che venni qui, attratto da un festival che dichiarava di essere di ‘fotografia etica’. Allora, credo, fosse la seconda edizione. Grandi mostre, importanti. E Lodi mi affascinò. Con la sua piazza, le chiese, i chiostri, i giardini. Anche quest’anno, la città è stata generosa: ha cacciato la nebbia. Le mostre sono avvolgenti, da vedere. L’impegno del Gruppo Fotografico Progetto Immagino. Ne vedo la fatica. Il lavoro.

Ecco, una domenica, in coda per il biglietto in piazza Broletto, non ho la tessera da giornalista, ma una ragazza, gentile e diffidente, mi fa passare lo stesso. Non pago (e ho qualche brivido di colpevolezza). Così devo scrivere. Per chi, mi chiedo? Rimedio anche una pennetta con la cartella stampa. Si aprono le foto, ma non i file word. Almeno sono disarmato, non posso copiare per scrivere il diario di una domenica.

 

Chiedo agli amici fotografi: cosa è la fotografia ‘etica’? Mi scrivono: ‘Riportare eventi e notizie in maniera oggettiva’. Seconda risposta: ‘Non lo so’. Devo ritrovare il libro di Susan Sontag sull’essere ‘davanti al dolore degli altri’ (è in un’altra casa, lontano, ma ne ho un ricordo nitido). Già sei anni fa mi chiedevo: etica è sinonimo solo di dolore, paure, sofferenza, drammi? Non può mai davvero andare d’accordo con la felicità, la gioia o, semplicemente, la tranquillità? Comunicato stampa in formato pdf: a Lodi parliamo di ‘tematiche spesso dimenticate, realtà lontane, uomini e donne altrimenti invisibili’. In fondo, quando sono andato al Festival di Perpignan, il più importante incontro di fotogiornalismo, ho avuto la stessa sensazione: guerre e sangue.

Quest’anno, il tema conduttore del Festival di Fotografia di Lodi, mi appare la violenza, non c’è molto spazio per storie personali (c’è la storia di Spartaco, mercenario italiano che combatte in Ucraina, e il suo amore con Liza): magnifico il lavoro di Daniel Berehulak dove la polizia del presidente Rodrigo Duterte (‘Non ne sapevo nulla’) uccide tossici e spacciatori ‘come animali’; coraggiose le foto del venezuelano Oscar Castillo sul dramma del suo paese; da lacrime il ricordo di Giancarlo Ceraudo sui voli della morte nell’Argentina dei militari. Qualche speranza dal bel lavoro di Mads Nissen sulla Colombia (almeno là si intravedono spiragli di futuro). Ma io sono sorpreso da una foto di una giovane,a  me sconosciuta, fotografa giordana, Tanya Habjouqa.

I chiostri di Lodi, la magnolia non ce l’ha fatta

 

Accanto alla fila per i biglietti, appeso a un balcone (forse un edificio pubblico), c’è uno striscione della Regione Lombardia: ricorda che oggi si vota per il referendum sull’autonomia della Lombardia. Nessuno sembra interessarsene. A sera sapremo che in molti si sono interessati. Non erano al festival.

 

C’è una foto di Tanya dove un giovane ebreo, Yossef, agita un pollo davanti alla moglie e ai due figli. Lunga didascalia (già, queste foto hanno bisogno delle parole, del racconto) che spiega come questa sia la cerimonia di kaparot, il passaggio dei propri peccati al pollo. La foto è ‘psichedelica’. Si intravede uno dei due figli che, in piedi, accanto alle gonne della madre, guarda affascinato il pollo. Anche io guardo affascinato questa foto. Perché ne sono sorpreso. E’ inattesa. Come hai fatto, Tanya (ti immagino musulmana) a essere lì. La fotografia etica è fiducia?

Pellegrinaggio dei migranti

 

Passa un corteo, forse è una processione, di uomini stranieri. Hanno l’aria latinoamericana, ci sono arabi, qualche nero (pochi), alcune suore e uno striscione. Molti bambini in carrozzina. Sono vestiti pesanti, eppure fa un buon caldo. E’ un pellegrinaggio dei migranti. Stanno andando alla chiesa. Un altoparlante-megafono diffonde una preghiera, una speranza, una richiesta. C’è un solo fotografo che si mette a scattare. Io mi faccio attraversare dalla processione. Non li seguo in chiesa.

 

Chi è scomparso

Miriam

Giancarlo Ceraudo deve essere uno simpatico. Dissacrante, come lo sono tutte le persone che fanno ‘cose serie’. Quattordici anni per ri-costruire, fotografare, la storia (gli oggetti, i luoghi, i dettagli) dei ‘voli della morte’ nell’Argentina dei militari. So la storia, forse per questo ho il cuore che balla. L’Argentina è uno dei paesi nei quali vorrei vivere. Ho vissuto con ragazzi allora esuli, scampati per un pelo alla morte. Ma vedere il volto di Miriam Lewin, di Osvaldo López, sopravvissuti allo sterminio di una generazione, vedere i luoghi….e poi Giancarlo ritrova uno di quegli aerei, annota meticoloso: Skyvan – PA 51, un bimotore turboelica. E’ all’aeroporto di Fort Lauderdal, in Florida. Come hai fatto, Giancarlo? Un conto è leggere, sapere. Un conto è vedere: su quello aereo sono stati caricati i corpi narcotizzati di centinaia di ragazze e ragazzi e gettati nell’oceano. Dice Giancarlo: ‘La fotografia mi ha dato una giustificazione per osservare’. La fotografia ha consentito a Giancarlo di trovare le prove di verità nascoste. Miriam e Osvaldo lo avevano vissuto sulla loro pelle. Adesso la stanno guardando.

Il taccuino

C’è un taccuino, la foto di un taccuino. Alla pagina 23 vi è una ‘poesia’: Si la muerte/me sorprende/de esta forma tan amarga/pero honesta/si me da tiempo/a un último grito/desesperado y sincero,/dejare el aliento/para decir/te quiero’. Non trovo più il nome del ragazzo che ha scritto questi versi. E’ stato ucciso. Aveva i capelli arruffati, gli occhiali dalla montatura pesante, uno sguardo che mi appare disperato.

I bambini giocano nella vecchia navata della chiesa sconsacrata che ospita la mostra.

 

Oscar Castillo

Oscar Castillo lo conosco. Meglio l’ho visto, l’ho ascoltato. Qualche giorno fa. Ho visto alcuni dei suoi tatuaggi sulle gambe. In uno si legge: posible. Vagamondo, e poi fotografo con studi tenaci. Un cappello nero in testa. L’aria simpatica. Non si è tirato indietro nel mondo sconvolto del suo Venezuela. Va in carcere, dove i poliziotti fanno patti con i detenuti, gira con gente con le pistole sotto le camicie. Deve esserci, perché? Per il racconto, immagino. Perché la macchina fotografica ti conduce in dei luoghi dove altrimenti non andresti. Perché sei parte di quella storia. Ma ne sei spettatore o partecipe?

Gli alpini ai confini di Piazza Broletto

In piazza Broletto, mi avvicina un pazzo, un tossico, uno ‘fatto’. Mi chiede venti centesimi. Mi viene da sorridere, ecco mi ha spiazzato. Tiro fuori il borsellino. Lui prova: ‘Un euro’. Alla fine settanta centesimi. Poi si infila in una sala giochi da quattro slot. Alle macchine due cinesi, un arabo e un lombardo (se devo definire, definisco). Bar di cinesi. Mangio qui: piadina con lo speck, senza forma, piatto ospedaliero. Dunque, ragioniamo: piazza centrale del festival striscione per l’autonomia lombarda, cinesi in un bar ‘storico’ che fanno la piadina, due cinesi e un arabo che giocano come automi, un tossico che non la smette di ringraziarmi. 

 Dimenticavo: ho commesso un errore ai margini della piazza, c’è il banchetto degli alpini che grigliano ‘salamelle’ e danno vino forte. Che errore sedersi dai cinesi. Guardo con l’acquolina in bocca una ragazza che si è comprata un vassoio (di polistirolo) di salamelle. Il panino è minuscolo, ma la salamella è divina. Mancavano gli alpini alla foto, a 360 gradi, di Piazza Broletto. Fotografia etica che racconta quello che non vediamo, quello che è sotto gli occhi di tutti noi.

 

Lodi

La mostra di Daniel Berehualk

 

Come faccio a raccontarvi di Daniel Berehulak, Australiano, origini ucraine, se ben ricordo. Vive in Messico, se ho capito bene, anche se Wikipedia dice che sta a Nuova Delhi. Mi incanto sempre di fronte a queste biografie. Dove ero io mentre lui se ne andava in giro? Perché non l’ho raggiunto? Cosa mi è mancato? Avverto un’invidia, nemmeno leggera, che stazione ai lati della pancia. Daniel passa trentacinque giorni nel mattatoio di Manila, alle nove, ogni sera, si unisce a un gruppo di giornalisti locali e aspetta. In un mese ha fotografato i corpi di 52 uomini e donne assassinati. Ne segue i funerali, le sue foto (a colori, notturne, blade runner contemporaneo e autentico) sono lucenti, cinematografiche, luminose, terribili. Sconsigliano la visione ai bambini, ai sensibili. Io è come se guardassi un film. La gente sgomita, si affolla, si accalca attorno alle foto, nessuno dice nulla, ma c’è attrazione. Io mi inchiodo di fronte al corpo di una ragazzina con ciabattine ai piedi. La sua testa è come appoggiata su cumuli di spazzatura. Come se dormisse scomoda, come se fosse ubriaca, con la testa storta. Ha diciassette anni, i fotografi bravi sono puntigliosi, annotano nomi e cognomi, e l’età. La didascalia gioca sporco e parla di una barbie accanto alle sue braccia. Cerco la bambola. Non la trovo. Da chi è dimenticata la mattanza filippina? Da noi. Nemmeno la prendiamo in considerazione, noi andiamo a Bali, mica a Manila. Ma la gente di là non dimentica certo, ‘ci stanno uccidente come animali’, dice un uomo (anonimo, questa volta) a Daniel e lui ne fa il titolo della mostra. Dov’è il centro del mondo? Cosa pensa questa folla di persone che vede malamente le foto (in troppi, con gli occhi sgranati, serissimi)? Vorrei conoscerti Daniel, ma so che non saprei cosa chiederti. Forse seguirti.

 

Già, le statistiche. Superati già alla terza domenica (il festival è aperto su quattro finesettimane) quasi dodicimila i visitatori dello scorso anno. 26mila like, sempre lo scorso anno. Trecentomila visite al sito. E’ importante? Sì, credo di sì. E’ utile.

In molti siedono sui gradini, quando ci sono, nelle chiese sconsacrate a esempio, e si riprendono dalla fatica della mostra. Guardano i video degli smartphone.

La mia amica si è fatta ‘leggere’ le foto. La tipa che leggeva le ha detto: ‘Non sei dentro questa storia’. Seconda lettura, da un altro: ‘Bene, sei entrata nella storia’. Alla fine il Nyt pubblicherà le sue foto.

 

Si va a Lodi per il Festival, vale la pena, apre squarci, racconta. Continuo a non avere chiaro cosa è etica in fotografia. Bravissimo è Mads Nissen, un danese in Colombia, che racconta di narcos, di guerriglieri, usa il colore (definito ‘scorbutico’, da Giancarlo Ceraudo) con maestria e, per chi sa la storia di questo paese, fa aggrappare a un futuro.

Gli uomini sui calessi

Fuori in piazza ci sono donne e uomini con abiti dell’Ottocento. Sfilano su calessi bellissimi. Notabilato agrario di un secolo fa. Velette e bombette. Cavalli nella piazza di Lodi, lasciano escrementi. Belli, bellissimi, i cavalli. Scialli che volano, il rumore delle ruote di legno sull’acciottolato. Chiedo. ‘E’ per una ragazza scout’, mi spiegano. Non mi dice, ma lo intuisco, che deve essere una memoria, un tributo, un ricordo.

 

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Alla fine a Lodi, trovo anche il tempo per andare sull’argine dell’Adda. Là dove Giuliano Mauri, artista di queste terre, ha innalzato la sua Cattedrale Vegetale. L’altra è vicino alla casa di montagna dove ho passato un ottobre da meraviglia. E’ bella, spoglia, invernale, questa chiesa di alberi in costruzione. Le piccole querce impiegheranno trent’anni a diventare colonne. Due ragazzi amoreggiano, con giudizio e timidezza (lei  sta chiedendo: baciami, lui non lo fa), appoggiati alle impalcature che guideranno gli alberi. A un passo dal fiume, ci sono colorate bandiere tibetane. E a me viene in mente un’ultima foto, non ricordo chi l’abbia scattata. E’ una ragazza con un velo celeste a coprire i capelli. Soffia con dolcezza su un fiore che disperde i suoi petali nell’aria. Una foto dolcissima. La didascalia dice solo: Ayat cammina per i sentieri del Dagestan. Si è appena convertita al salafismo. Sta andando a trovare la sua famiglia sufi.

La foto di Andrea Bruce

E’ nella cartella stampa, questa foto: è di una fotografa, Andrea Bruce