Alba sui calanchi

Strana sensazione. Prima di tutto il corpo: stanco, la schiena che scricchiola, mostra crepe. Le gambe che hanno il rumore della sabbia, gli occhi…Una settimana con le notti che dovevano essere vissute. Non si può tirarci indietro, non possono esserci prudenze. Aliano, il paese di Carlo Levi (e di cuoche che annaspano dietro a centinaia di pasti da fare, di maghi, di paesologi, di destini, di quaranta immigrati marocchini, di ragazzine che credono al malocchio), è il ritmo dello sfinimento. Un non-festival che ha come attore principale il proprio corpo. ‘La luna e i calanchi’ mette in gioco il tuo corpo. Alle quattro del mattino, Claudia canta con la sua fatica ed è meraviglia e i Verlaine ‘inavvertitamente’ dimenticano il tamburello. Niente taranta, per una volta. Solo la tua attenzione stremata.

Da un paesologia di ‘stranieri’ (all’alba, nei calanchi, vi era solo una donna di Aliano, poi tutte le geografie italiane possibili) alla paesologia della montagna: a Viggianello, camminare per venti e più chilometri per portare via al Pollino un grande faggio squadrato. Albero devozionale, dice il parroco diventato vescovo. Buoi, trattori, pasta al forno, fichi, grande prateria, un passo dopo l’altro. La stanchezza. I ragazzi. Viva San Francesco. I caporali che dirigono le manovre del legno. ‘Buono, buono’, per dire che va bene così. Le notti nel paese che è più piccolo di un paese. Cento persone. Penso ai paesi del terremoto.

La pitu di Torno in viaggio sulle praterie del Pollino

Già, il terremoto. Nella settimana in cui l’Italia si spezza ancora nella sua spina dorsale, io non ho avuto giornali, radio, web. Mathias e il suo amico sono partiti nell’alba da Aliano, quelle sono le loro terre. Io non ho letto, non ho saputo. Mi dicevano le persone che incontravo, le preghiere che ogni tanto si alzavano dai cortei dell’albero, le dediche dei giorni di Aliano. Ma, per una settimana, è stata disconnessione. E ora, lunedì con il settembre addosso, compro due giornali, accendo la televisione, risalgo il drammatico diario della settimana. Italia degli Appennini. Noi eravamo là dove le ultime ossa-montagna tengono la coda dell’Italia, là dove il gancio della colonna vertebrale italiana afferra la Calabria. Leggo Melania Mazzucco: ‘Sugli Appennini si arriva seguendo la bussola del cuore. Non si capita per caso sulla spina dorsale dell’Italia’. Per raggiungere Aliano ci vuole tempo e passaggi affidati al caso. Ma una corriera c’è, bisogna averne l’esperienza. Per raggiungere Viaggianello ci vuole la pazienza di curve che appaiono senza fine e i cartelli delle strade non aiutano, la tecnologia si impunta. ‘In Lucania ogni strada finisce in un’altra strada. Non arriva. Dribbla le frane’. Ma qui c’è voglia di vivere. Io l’avverto, io la vedo. Ascolto una donna alla radio, nelle ore del ‘tornare connesso’: ‘Non vado nelle tende. Non vado giù’. Abita, se ho ben capito, a Pra di Lama, sessanta persone, là verso Arquata. Lontano da tutto. Lontano da cosa? A settembre è già freddo ad Amatrice e a Viggianello, l’autunno atterra sui calanchi di Aliano. Noi siamo andati via. Appennino. Spina dorsale. La mia spina dorsale debole e forte come questi paesi.

Al bivio di San Severino diamo un passaggio a due ragazzi nigeriani. Uno sorridente, l’altro silenzioso come un albero. Gente in fuga. Li hanno sistemati in un grande albergo della montagna. Albergo senza clienti. Chiacchiere di paese su perché sono finiti lì. Migranti come clienti. Albergo isolato. ‘This is forest’, dice il ragazzo che sorride e poi sussurra: ‘We complain’. Li lasciamo. Dovranno passare mesi in una solitudine degli Appennini. Non ci sono case attorno al grande albergo.