La mossa di Jorge nella piazza di Masaya

Non si prende il bus per Masaya. Senti il grido del ragazzo (che spesso non è un ragazzo): masayamasayamasaya (ditelo a voce alta e sussurrata, ne sentirete l’effetto…)…ripetuto tre volte, un ritmo, la voce che scorre su un tappeto volante e ‘atterra’ alle tue orecchie, ai tuoi occhi, allora fai un passo e sei preso. Lo sguardo del bus incrocia il tuo, capisce, a volte alza un dito per puntarti in mezzo al trambusto.

Conexion

I bus, alla fermata davanti all’Università centroamerica, incrocio di taxi, studenti, corriere urbane, bagni pubblici, venditori di quadernetti con la spirale e la faccia di Messi (lo voglio), non si prendono, si viene afferrati, dal grido, dal braccio del muchacho, dalla portiera. Se hai bagaglio, vola via prima di te e non serve che tu dica: noTranqui, svanisce nel ventre del bus (e allora paghi un sovrapprezzo) oppure in collo all’autista (e allora passaggio gratis per il tuo zaino, strane cose). Il muchacho ti solleva da terra, ti ritrovi sul primo gradino e ti spinge oramai indifferente a te, sei già nella rete. Non c’è mai posto, se non vai fino al terminale e aspetti che il bus parta quando è pieno. Stai lì fermo e il muchaco ti guarda rassegnato: que pasen adelante, se ponga al centro. E i corpi assumono un’altra consistenza, diventano morbidi, flessibili, smontabili e rimontabili. Culi e pance si incastrano come un lego di carni e jeans e, alla fine, ci stiamo davvero tutti, mentre il catino delle enchilladas passa volando sopra la tua testa e un bambino si sistema fra le tue gambe. Insomma, ho deciso che è domenica. E la domenica si va alla laguna di Apoyo come un romano va a Coccia di Morto (citazione superdotta, da ‘Come un gatto in tangenziale’, se credi nelle favole il primo di gennaio, lo credi per tutto l’anno).

Il lustrascarpe vende giornali

Golosinas

Catedral

Mi va di fermarmi a Masaya. Mi piace il nome di questa città, mi piace la sua piazza centrale. Ha un suono rotondo, incerto, ma con un suo orgoglio. Devo avere un’aria smarrita se mezzo bus si sente in dovere di mettermi sulla strada giusta e una donna vestita di nero fa ampi gesti per spiegarmi dove devo andare.

La piazza

In piazza, i giocatori di scacchi, i vecchi lustrascarpe (che tentazione) che vendono anche i giornali, i venditori di raspados (altra tentazione), il caffè tanto per fare, i ragazzi che ci provano e un gruppetto di americani trotterellante verso il mercato turistico. Ho deciso che cedo sola alla tentazione della sopa di res, il bollito, insomma, il brodo del lesso con pezzo di carne a galleggiare in bolle di grasso. Specialità dei chioschi della piazza di Masaya.

Domenica

Poi otto cuadras, alla rotonda di San Geronimo, taxi per la laguna di Apoyo. Mi tratto bene. Carlos mi tratta bene. Carlos è di Dirià. Insegna al collegio tedesco a Managua, ogni mattina si sveglia alle quattro, ma non vuole vivere in città e gli affitti nella capitale non sono alla portata nemmeno di un professore. Ha l’aria gentile, Carlos. E sa di letteratura. Mi trova i poeti giusti, le parole giuste. Non è mai uscito dal paese.

Il bagno, la felicità

Ma perché davvero non sono mai andato a Coccia di Morto, la peggior spiaggia italiana a passare la domenica? Perché ho preferito Capalbio a Viareggio a luglio? Ho perso molto nei miei anni, non ce la farò a recuperare. Ma almeno questa, in Nicaragua, è stata una domenica-domenica. Spiaggia libera alla laguna di Apoyo, lago di un vulcano, lago-cerchio, lago-effetto ottico, lago rotondo, perché lo chiamano ‘laguna’? Profondo duecento e passa metri, acque che ruggiscono, hanno onde e vento. Acque grigie che riflettono il cielo. Spiaggia libera per evitare i territori de los extranjeros che si riconoscono dalla pelle bianca-latte o rosso-carota da raggi folgoranti, dai bikini-bikini, dai pedalò, dalle piattaforme per i tuffi, dai libri in mano e dal cocktail stretto fra le dita. E poi non hanno le borse-frigorifero piene di fagioli, riso e pollo asado. E non bevono la rojita. E, in genere, hanno corpi da sardine, con addomi ben piatti. Mentre i nica hanno sedie di plastica portate da casa, tavolinetti, sacchi di leccornie unte, costumi a coprire mezzo corpo (che normalmente, negli altri giorni, stringono in magliette aderenti e jeans di due taglie più piccole), mutandoni e camiciole, e se ne stanno a godersi la domenica-domenica familiare. E così che incontro Angel che ci tiene al pipistrello inciso sulla spalla destra (a proposito, in spagnolo: murcielago), Jenni che con felicità indossa orecchi da Bugs Bunny di velluto nero, Eliazar che mi racconta della sua Yamaha e i suoi amici che azzardano movimenti di dita simil-rap. Lascio il mio biglietto da visita (gesto così, però a loro lo lascio con il senso da piccola gioia dell’inutilità) e così mi ritrovo con richieste di amicizia di ragazzine.

Bugs Bunny/Jenni

Domenica-domenica. Posso anche fare un diario senza fare sfoggio di altri linguaggi.

El descanso en una dia/Eliazar

Quattro del pomeriggio, i bagnanti sbaraccano, traslocano, hanno fissato taxi per tornare. Oppure fanno i taxisti. Sono previdenti. Noi riusciamo a perdere il bus, camminiamo un po’, tanto per non stare lì un po’ fessi, passa sempre un taxi, in fondo, con un taxista che non nasconde un’immediata aria felice e furba non appena ci vede e capisce che non abbiamo altra speranza che lui.

Libertà/Il pipistrello