A cena, ad Addis

A cena, ad Addis

Diario di Andrea Semplici

23 dicembre

Eppure per la gente di Report l’elettricità non mancava mai ad Addis Abeba. Cena a lume di candela, il lampadario Ikea fa ambiente. Ho sempre desiderato quella grande carta dell’Etiopia. Rende l’idea dell’altopiano che nemmeno GoogleEarth

Le ragazze della Parisienne

Le ragazze della Parisienne

24 dicembre

Abitudini di Addis. Il succo spriss, l’avocado che galleggia a filo bicchiere, il rosso delle fragole, il giallo del mango e poi altri colori. Insomma, sei in altopiano, le ragazze ridono dentro le loro camicette azzurrine, lo stradone della Bole, un sabato mattina, vigilia di Natale e il caffè si chiama La Parisienne.

La ragazza dell'arcangelo

La ragazza dell’arcangelo

25 dicembre

Ora mi rendo conto, avevo scelto un’altra foto. Ho cambiato idea. Ancora una ragazza del caffè. Meku Ture, junction della strada degli altopiani. Per fotografare lei, ho fotografato tutte le altre. Ma lei aveva un arcangelo al collo. Era ‘qualcosa in più’. Era un desiderio, un istinto, una protezione. E poi era l’inizio del viaggio. Gli altopiani, una strada sconosciuta. Alla fine, non le ho chiesto nemmeno il nome. L’ho chiesto alle sue colleghe e a tutti gli altri che ho fotografato. A lei no. La donna dell’arcangelo.

La famiglia di Ketau e il televisore

La famiglia di Ketau e il televisore

26 dicembre

Ho chiesto a Ketau qual’è l’oggetto più importante della sua vita. Non parla amharico e la domanda non è facile. Yared ha provato a tradurla al meglio. Ho conosciuto Ketau perchè stava battendo, assieme ai suoi vicini, il raccolto del sorgo. Ci siamo fermati perchè erano belli questi uomini che facevano volare polvere di sorgo. I buoi giravano in tondo pestando la paglia e liberando i chicchi. Un lavoro lungo. Qui ci si dà una mano a vicenda. Ketau aveva il viso pieno di pagliuzze. E’ andato a sciacquarsi e ci invitato a casa. Ha otto figli, Ketau. La moglie è apparsa solo con la ‘njera e lo shirò. Ci siamo lavati le mani e abbiamo mangiato. Ketau ci ha pensato un po’. E poi ha deciso: ‘Il televisore’. Comprato tre anni fa. Ha il satellite. Dovete sapere che Ketau vive a Tagora, un paese dell’altopiano, lontano da qualsiasi grande città. E’ l’Etiopia che ho conosciuto venti anni fa. Non so quante volte non ci sia elettricità, di questi tempi manca spesso ad Addis Abeba, immagino a Tagora. Ma Ketau protegge la televisione con un centrino e ha scelto. Il mio pensiero: la televisione come simbolo di benessere. Come la casa che sta costruendosi per quando sarà vecchio. Ha 67 anni, Ketau. Una bella età. Immagino le sere a casa sua: i bambini che vengono a vedere la televisione. Orgoglio della televisione. Ha comprato due casse di coca-cola e preparato la talla, la birra di cereali, per gli amici che gli danno una mano a battere il sorgo.

Rosa prepara l'njera

Rosa prepara l’njera

27 dicembre

Rosa prepara l’njera. Faccio sempre le stesse foto. Ma lei si chiama Rosa ed è una donna amhara e musulmana dagli occhi che cercano sempre cosa guardare: e allora, sì, faccio la stessa foto di trent’anni, una donna che prepara l’njera. Rosa vive in altopiano. Lontana da qualunque città. Una donna accanto a lei è velata ed ha occhi sorridenti. Rosa dice che odia (almeno così ci traducono) questa terra. ‘Perché fredda’. E’ vero, fa freddo ai duemila e cinquecento metri dell’altopiano del sud Wollo. Un freddo che spezza le ossa: c’è un paese che si chiama proprio così ‘ossa rotte’.

Mi piace questa foto perché ci sono più luci diverse: il sole che trova il suo raggio per filtrare nella capanna, il fuoco alimentato da cacca di capra, qualche riflesso, i buchetti nella paglia del tetto, il chiarore che entra dalla porta, la polvere che si illumina e diventa linea di riflettore. Questa è una capanna-cucina. L’ingresso è piccolo e sporge dal cono: la geometria diventa un naso, ogni casa ha la sua capanna cucina dal fumo denso come nebbia che fa tossire. Il gruppo familiare di Rosa vive in una casa due piani: sotto gli animali, sopra loro, in grandi stanzoni un po’ pericolanti. Rosa, non so come sia stato possibile, è stata Ryiad, in Arabia Saudita. C’è un commercio di donne per le fatiche delle case dei ricchi arabi dall’Etiopia verso le città saudite. Ho ascoltato racconti osceni. La gente di Ryad fa strame delle ragazze nere. Rosa, donna dell’altopiano, è andata da qui, da questa lontananza, a là. Ed è tornata, è riuscita a tornare. Le è piaciuto il caldo, credo. Che altro? Ha una smorfia. E risponde con bel volare di occhi: ‘Money’.

La vallata del Yemma river

La vallata del Yemma river

Mi rendo conto che, alla fine, non vi ho mostrato questa terra. Ma io non so fotografare i paesaggi. Mi distraggo, non trovo un centro, non ho pazienza, devo trovarci un uomo da mettere nel mezzo. E lui stava lì, a guardarsi il suo panorama, la sua bellezza, la sua idea di meraviglia. Ho camminato per qualche minuto buono per raggiungerlo e non si è mosso, non si è voltato. Datemi un suo pensiero. Sta appoggiato al bastone, ma è giovane. E’ la posizione del riposo, del niente-da-fare, delle chiacchiere fra amici, dei silenzi fra amici. Ecco, quella terra, così faticosa, così costruita dalla fatica degli uomini che scalfisce il progetto della geologia, è sua amica, anche se a volte lui la maledice. O la benedici quando le sue mani e il destino delle piogge dona un buon raccolto. Sapeva che ero alle sue spalle, non si è mosso di un millimetro, non si è voltato. Io non esistevo. Oppure ha voluto darmi una mano a mostrarvi la sua terra.