Tre donne, tre uomini e due asini in cammino. Verso la Madonna Nera.

testo e foto di Andrea Semplici

Non so dove sto andando. Mi lascio portare. Solo i piedi sono i miei. Come le ossa che scricchiolano, i muscoli sfilacciati. In fondo, da mesi dico (e non si dovrebbe mai fare) che voglio scrivere del corpo. E allora questa, a ben vedere, è una non-storia attorno al corpo. Al mio corpo. Che si trasforma con i passi. E quasi diventa una storia di natura, amicizie, petrolio, devozioni, domande senza risposte, macrobiotici, biologi, carnivori, salsicce e creme naturali, farro e pomodori e grandi formaggi, case in costruzione e yoga, vento, pioggia, decine di semi di fagioli diversi fra loro e orzo nero, grandi e ingombranti fuoristrada e due ‘ciucci’. Preghiere, canti, storie che non si possono scrivere, storie che si scrivono in maniera diversa, storie che non sono vere e storie che non si possono capire. Altre albe. Pioggia. Sole spossante. Pietre. Pastori. Allevatori, contributi europei, trattori, la miglior acqua del mondo che nessuno beve nella valle d’Agri. Colpa del petrolio. O degli uomini che il petrolio maneggiano? Questa è la non-cronaca di un camminatore lento e acciaccato verso la Madonna Nera di Viggiano. Tre giorni, se faccio bene i conti. Questo è anno di pellegrinaggi: ai primi di gennaio, andavo, con cinque ragazzi, verso Lalibela, città santa del cristianesimo ortodosso d’Etiopia. Altre montagne. Altissime per il mio fiato, ma avevo ossa meno in frantumi. Stavo indietro di due chilometri rispetto alla forza dei ragazzi, ma ero in compagna di centinaia di pellegrini, che, in ciabatte cinesi di gomma, andavano al Natale dei cristiani di questo altopiano. Mi sorpassavano di slancio. Ma ero sempre con loro. Non parlavo la loro lingua. Solo un cenno della testa. Qui, monti della Maddalena, Lucania rara e ‘nera’, eravamo soli. Io, indietro, ero spesso solo.

In cammino

E ho visto gli occhi di Pietro, asino con i suoi anni, che si impuntava senza sforzo e non voleva più salire. In Etiopia c’è un comando per far ripartire l’asino e si solleva il bastone in una minaccia. Che, a volte, diventa schiocco sulla schiena. Pietro, invece, ha tempi suoi. Bisogna assecondarlo. Qui si fa così. Pietro si faceva convincere dopo aver spiegato che ripartire era una decisione sua.

Ho visto gli altopiani della Laura. E sì, ho pensato: vale la pena. Si vive e sopravvive per questi attimi quasi perfetti. Laghi che scompaiono negli inghiottitoi, il verde delle praterie che cambia a ogni giro di occhi, le pietre bianche che sostengono la montagna. Un uomo, laggiù. Cavalli attorno all’odore dell’acqua.

Ho visto l’ombrello di Luigi, pastore di Pergola. Che ha un figlio ingegnere che sta costruendo ‘la funivia’ a Pisa. Ma ha quasi finito.

 

Parole nella stalla

Ho visto la fatica. Già lo sapevo: è fatta dalla pietra che vedi cento metri avanti, la fatica è quell’albero troppo lontano, sono i compagni di viaggi che sono in alto, troppo in alto, dai passi che vanno a zig-zag. Un respiro, due passi. Un respiro, un passo. Un respiro, mezzo passo. Senti il tuo fiato e vedi il petto che si sgonfia. Eppure a quella pietra, a quella curva, a quell’albero, arrivi. Pensi: posso aspettare notte qui? So dove sto andando? La fatica non ha pensieri, ho in mente solo quel ciuffo d’erba davanti a me. C’è chi conosce la strada. Non mi affido, semplicemente seguo. So che è un pellegrinaggio. La pietra è già indietro, ora ce ne è un’altra da raggiungere. Se fossi davvero da solo quassù?

Cicirinella

Ho ascoltato (e visto) due uomini cantare nella notte senza sonno della chiesa. Hanno un foglio in mano. Ma sanno a memoria, hanno la voce della memoria. Sono qui da sempre. Hanno un’aria strana. Non sono monaci. Hanno un viso felice, ecco. Ora capisco: sono felici, il loro corpo ondeggia lievemente. Una felicità sconosciuta. Credo di poter chiamare il loro canto con la parola ‘serenità’. Uno dei due uomini ha piedi scalzi e anneriti dal cammino. Veste di nero e i capelli raccolti a crocchia. L’altro uomo ha gli occhiali, le mani raccolte in grembo, gli occhi che girano. Mi appare come un maestro attento ai suoi allievi. La voce percorre la pelle di chi ascolta. Si piange molto in cima al Sacro Monte. I due uomini sono seduti sulle panche, in mezzo ai fedeli. Non so dirvi le parole. Forse ho segnato qualcosa fra gli appunti. Incrociano lo sguardo con la Madonna, cerco di disegnare la linea che unisce la loro voce a quegli occhi.

Ivan

Scopro che Ivan e Simone hanno portato con loro acqua delle loro terre. Che la Madonna Nera protegga le sorgenti di queste montagne. A maggio, Ivan aveva portato grano e lo aveva gettato verso la Madonna. Un gesto antico.

Mi avevano detto che questo pellegrinaggio era compiuto per chiedere la protezione della Madonna contro la minaccia del petrolio. Questa è la terra del petrolio d’Italia. Terra di trivelle. Ma anche terra di energia ricavata da pale eoliche e impianti fotovoltaici. Al momento della partenza mi avvertono che così non è: non cammineremo per protesta contro l’Eni. Camminiamo per la Madonna Nera. Cammino per andare dalla Madonna Nera.

Vi avverto: cammino piano, trascino i piedi, l’ho sempre fatto. Era così da ragazzo e così è ancora. Sono lento, distratto, disattento, maldestro. E mi sono appena tolto di dosso un’armatura che ho portato per tre mesi. Qualcosa non funziona nei miei muscoli. Le foto che vedrete sono scattate tutte alle schiena dei miei compagni di viaggio. Io stavo dietro.

————————————————————————————-

‘E’ tempo di mollare gli ormeggi’, ho scritto questo nel mio taccuino. Ma credo di averlo scritto prima dei giorni del pellegrinaggio. Partenza con la calma dei lucani. Anche se ad Atena Lucana siamo in Campania. Le terre di Salerno sono devote alla Madonna Nera, mi dice Simone. Che sa di lucanità.

Ore nove, dunque. I biscotti di Valentina. Il risveglio di Daniela. L’arrivo di Marianna. Con Marica facciamo colazione. Pietro e Cicirinella davanti a noi. Vecchio basto, gli animali camuffano indifferenza. Cicirinella è mansueta. Pietro è più spinoso, scontroso senza farlo intendere. Cicirinella è scura, Pietro ha la croce sulla schiena. E’ uno stallone. Camminando, schiviamo la loro merda. Andiamo. Un sentiero breve, umido della pioggia della notte. Sole di bellezza sui monti del massiccio del Cervati. Asfalto. Le strade deserte del confine fra Lucania e Campania. Da Satriano, da Caggiano, da Marsico Vetere, da Senise altri pellegrini si mettono in movimento. Saliamo. I monti qui si chiamano la Serra di Arrapanza e Pezzafarina, dove ogni inverno arriva polvere di neve. I nomi significano.

Ricopio frammenti di appunti che non riesco a tradurre da una calligrafia in cammino. Pioggia che acquerella l’inchiostro. ‘Il ruolo esoterico della Madonna’. ‘Regina delle genti lucane’. Una Lucania che si allunga nei paesi del salernitano. ‘La Madonna incoronata dal Papa, tre Papi che hanno avuto a che fare con la Madonna Nera’.

Il campo di pannelli fotovoltaici

Ore dieci: pale eoliche da 120 megawatt e campo di pannelli fotovoltaici. ‘Danno una manciata di euro ai contadini e si prendono la terra’. Terra fertile, la miglior erba medica della valle. Scompare sotto i pannelli riflettenti. Cambia le gente, cambia la mente degli uomini. Lascio la parola a quanto ha scritto lo scorso anno Simone passando di qui: questi pannelli ‘resteranno qui per trent’anni, cambieranno le pecore che vi pascolano in mezzo, cambieremo noi che li attraversiamo, cambierà la modalità di ricavare energia dal sole. Mentre loro resteranno lì, uomini e animali se ne andranno. Queste lastre entreranno a far parte del paesaggio, non ne saranno più un corpo estraneo, ne diventeranno elemento, come la grande cava che ci apre la salita verso un bosco magnifico’.

La cava

Saliamo ancora. Verso un incrocio di strade. Gli alberghi stanno in trono nelle solitudini lucane. All’improvviso appaiono come castelli della contemporaneità, sono gli alberghi dei matrimoni, della prima notte di nozze, degli ospiti con giacchette color panna e cravatte rosa. Questo si chiama Eden Hotel, che vive anche dei tecnici Eni. Ha buffi colori postmoderni. Blu e azzurro. Venti matrimoni sono sufficienti a tenere in piedi alberghi così ingombranti? Quanto viene pagato un cameriere per la giornata? E quanto costa un pranzo da matrimonio?

Eden Hotel

 

Di fronte all’Eden Hotel passava una ferrovia scomparsa. Andava da Atena e Marsico. C’è il silos dell’acqua, la cancellata in cemento grigio, lo scheletro di un’auto arrugginita, il vecchio casello. Niente più treni.

Il casello della vecchia ferrovia

Mi dicono che Annibale sia passato da queste parti. E ci è rimasto a lungo, difficile andarsene dalle terre lucane. Siamo a Pozzi di Brienza. Siamo in Lucania. I vecchi pozzi sono divorati dai rampicanti o difesi da una malridotta rete arancione. Terra di cave. Cave di inerti, di sabbia, di sassi. Mangiano le scarpate delle montagne. Le fanno a fette, la frantumano, mutano le geografie. Una grande quercia si mette nel mezzo, ferma le ruspe e la dinamite. E’ albero celebre: ‘La quercia di Annibale’. Una panchina per sedersi. Un rinforzo di cemento per cicatrizzare la ferita di chi voleva bruciarla. I ragazzi che ci scrivono dei loro amori.

La quercia di Annibal

 

 

La grande piana del Vallo di Diano, patrimonio Unesco, conca appenninica, dagli inverni di ghiaccio. Gli occhi di Atteone avevano ammirato il corpo di Diana. E la dea non voleva che quell’uomo sopravvivesse a quanto aveva visto. Lo trasformò in cervo e gli scatenò contro i suoi cani. Venne sbranato sulla collina di Atena Lucana. I cani impazzirono.

I cani di tutti

Al Nord avevano avvertito Paolo Rumiz prima di cominciare il suo viaggio lungo la via Appia: ‘Non andate al Sud, ci sono i cani’. I cani dei pastori, i cani dei casolari, Argo che ci aspetta con il suo abbaiare roco e minaccioso a contrada Vivo, i cani maremmani dal pelo pieno di spini, Teresa che spulcia il suo cane arancione, i cani di Luigi, il pastore con il figlio ingegnere, i cani che si avvicinano con abbaio ringhioso. Sì, qualche timore. I cani che si moltiplicano attorno alle case di campo. Il cane sordo e quasi cieco di Tazio e Francesca. ‘Vuoi un cane?’. I cani, qua, non sono randagi. Sono di tutti.

Il cielo, lentamente, si è trasformato nel grigio senza spiragli.

Garaguso 1. Pozzo improduttivo

Garaguso 1. Pozzo improduttivo

Distrazioni al paesaggio. A mille e più metri di quota, paesaggio selvatico e un improvviso Campo Giochi. Ivan ci aveva avvertito. Ma lo stupore, comico e sorpreso, non viene intaccato. Ecco, sono arrivato a Chernobyl. Questo piccolo pianoro ne ha la stessa atmosfera smarrita e stupefatta della follia degli uomini. E’ il parco per bambini di una cittadina abbandonata in fretta e furia. Immagino che la prima casa abitata sia a chilometri di distanza. Penso che ci abbiano messo anni a trivellare il pozzo Garaguso 1. Gli andò male quella volta, niente petrolio, buco da ricoprire, ma, a quanto pare, una ferita non si rimargina con facilità. Chiuso il pozzo, fatte sparire le terre di risulta, qualcuno ha ben pensato che qua si poteva giocare calcio, andare in altalena, salire su uno scivolo, volare su una microfunivia, forse anche giocare a tennis e certamente tenerci cavalli. E’ uno scherzo, vero? La natura si sta rimangiando girelli e cavalli a dondolo, frammenti di giostre mentre le reti delle porte sono state già fatte sparire dagli inverni. Un cartello avverte dove ritrovarsi in caso di pericolo e precisa che questo è un ‘Centro ricreativo per attività sportive’, risarcimento dell’Eni per aver perforato una montagna. Mi perdo, qui bisogna davvero fare pellegrinaggio, qui bisogna venire, che qualche divinità spieghi. Il cartello dice che l’idea è venuta al comune di Brienza nel 1999. Voglio conoscere il sindaco, il capocantiere, i muratori. Immagino le risate oblique della gente dell’Eni quando, al settimo piano di un grattacielo a San Donato Milanese, hanno deciso di accogliere la strana richiesta di quelli di Brienza. Chissà se chi ha autorizzato il ‘Centro ricreativo’ ha portato il suo nipotino fino a qui. Ho voglia di giocare a calcio in questo campo.

Raccolgo una patata da un piccolo campo di montagna.

In cammino

Cicirinella fra i faggi

Poi è foresta, faggeta, foglie cadute a terra, alberi dritti, aria di bosco, profumi intensi, passi bagnati. Via dall’asfalto. Le bellezza degli alberi. Un bivio. Una lieve discesa scivolosa di fango. Pioverà, ma intanto, ore tredici, siamo a Lago, radura nella foresta. Pozzo al centro, abbeveratoio, il pastore che mangia una pera e ha l’ombrello, i cani che gli ubbidiscono, le capre che alzano la testa. Tempo del vino, del formaggio, della salsiccia, del soffritto di fegato e polmone, della ciambotta. Una meraviglia. Piove. Luigi apre l’ombrello, noi ci teniamo l’acqua addosso. Le foglie dei faggi a proteggerci. ‘Scampa in un’ora’, previsione errata. Pioverà per tutto il pomeriggio.

Luigi

Simone e Pietro

Nella radura non può che esserci un pastore. Non può che passare una pandina con due uomini dalla grande pancia. Luigi sale da Pergola con le sue capre. Ci parla subito del figlio. Rocco, che fa l’ingegnere, casa a Padova, lavoro a Pisa. Ha fatto sei anni e mezzo di Algeria. E l’altro sta a Tito e fa l’elettricista. Sorriso grintoso, scuote la testa: ‘Si sta meglio a combattere a casa propria. Lassù guadagni, ma spendi anche’. Ma a Padova a trovare Rocco, Luigi c’è andato e la storia gli è piaciuta. Piove forte, ora. Lui apre l’ombrello. E si rimette a guardare le pecore.

In cammino

Di nuovo in Campania. Una rete segna il confine con la Lucania, con le terre del parco dell’Appennino Lucano. Monti della Maddalena. Monti d’acqua. Paesaggi sulla piana del Vallo. Non ricordo molto. Le tracce delle sorgenti. Il bosco. La pioggia che fa concerto. La giacca impermeabile. Il tetto delle foglie resiste. Il sentiero atterra su una strada bianca. Va al Casone, grande casa dal tetto di cemento. Luogo da scout. Dovresti andare in cerca delle

La Madonna del Casone

In cammino

In cammino

Una piccola Madonna nel bosco, non è la nostra. Altra sorgente. I boschi si confondono. E’ tempo di scendere. Altra grande fonte, tubo nero che afferra l’acqua. Per dissetare, irrigare, dare vita. Ora i vecchi campi. Un tempo patate e fagioli. Alcune arnie. Siamo arrivati, ore sedici e trenta. Conti approssimati: sei ore e poco più di cammino. Una ventina di chilometri? Nessuno ha una mappa, nessuno ha mai contato la distanza. Siamo a Contrada Vivo. Otto abitanti. La stessa famiglia. Grande proprietà dei Bruno. Ecco Ivan con la tuta Gym Club 1961, suo padre Franco, sua sorella, sua madre, una nipotina, la moglie. La grande casa in ristrutturazione, coppia di manovali che ogni giorno salgono su da Sala Consilina. Fattoria macrobiotica. Tè eccellente. Panni, giacche, scarpe, calzini ad asciugare al fuoco. C’è aria di autunno. Pattuglie di cani. Argo ha occhi arrossati e non distoglie lo sguardo. Franco lo rimprovera.

Contrada Vivo

Fanno creme, oli e balsami. Un mondo di ying e yang nell’Appennino più lontano. Niente pomodori, melanzane, patate. Niente vino, niente dolci e zuccheri. Caffè di cereali. Un piatto unico. Equilibrio. Forze di espansione/contrazione. Mi raccontano dello sforzo per ripiantare alberi nelle città. Il sindaco di Bologna è macrobiotico e ha varato un progetto per un bosco di quattromila alberi nelle periferie Nord della sua città. Ci parlano di Cuba, di battaglie contro il diabete. Un racconto in un luogo dell’Appennino. Un luogo che trovi solo nei 25mila delle carte militari.

Il campo a Contrada Vivo

Mi guardo attorno. Il paese più vicino è a sei chilometri. La neve arriva ogni anno anche se non isola più la contrada come faceva un tempo. Pentole sul fuoco, il grande orto, canizze improvvise al solo odore del cinghiale. La tenda da montare, gli asini da mettere al riparo, i letti da preparare nella casa in ricostruzione, il caffè sport, il fuoco accesso, i piedi ad asciugare. Le sedie in cerchio. E noi che mangiamo salsicce e fegato, beviamo vino. ‘Credevo di avervi convinto’, sorride la moglie di Franco. L’arrivo fragoroso di Raffaele nella notte. Che nasconda subito Simmenthal e tonno Rio Mare. Notte leggera. Marianna legge per il fuoco e per noi ‘Ode dell’andare a piedi’. Marina Cvetaeva, poeta russa, appare a contrada Vivo. Le nuvole se ne vanno.

 

1.continua (forse)