12899647_10201776367367891_1858347488_nTesto e foto di Sabrina Maio

È giovedì. È giovedì Santo a Buenos Aires ed è il 24 marzo 2016. Sono trascorsi quarant’anni dal golpe militare del 1976 che ha visto scomparire trenta mila Cristi argentini tra uomini e donne. E le Madres sono lì, sempre lì, a ricordarli i loro ninos desaparecidos. Ne indossano da quaranta anni l’ immagine in un girotondo continuo a plaza de Mayo. Ed è li che sono accorse migliaia di persone, sbucate da ogni avenida. Cantano inni di protesta contro  l’ ennesimo governo che non li rispetta, in una città asserragliata e blindata per la presenza del presidente Obama (e un seguito di mille e duecento persone).

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Tutto a lustro con i tanti striscioni per la democrazia in quella che può essere considerata a pieno titolo l’ombelico della città. Scomparse le bandierine americane che adornavano la plaza il giorno prima, rimane il lamento delle tante Madres, siano esse donne o uomini, che reclamano giustizia e memoria. Tante le voci in campo, gruppi politici di vario tipo, peronisti, kirchnerinisti, comunità boliviane e sudamericane in generale, tra balli musiche a ritmi tribali forsennati. Si entra nel flusso di persone ballando e se ne riesce allo stesso modo, ‘Siamo il pueblo, perché i valori ed i principi che vogliamo sono di tutti e li vogliamo per tutti,in nome della giustizia e del rispetto dei diritti umani a tutte le latitudini. Tutti madres, tutti ninos, chiamati a fare il nostro, a fare politica perché, come ha detto Hebe de Bonafini dal palco ‘è bello farla,come fare l’amore’.

 

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Questo giovedi gli argentini si sono ripresi la città, da ogni angolo con cortei festosi, con la bella gioventù ed i veterani che a distanza di anni di dolore non hanno smesso di credere. I ninos desaparecidos, i Cristi di questo 24 marzo, sono con noi. Vengono chiamati ad uno ad uno e il popolo urlando inneggia alla loro presenza. Sono con noi anche nelle foto esibite dalle madri, nei bimbi in braccio ai loro padri, nelle famiglie accorse con i pranzi a sacco ed i termos per l’immancabile mate. E’ tornata la Capital Federal in questo Terzo Stato sceso in strada, tra i fumi del pife de lombo arrosto e cerveze, ed è tornata sulle labbra delle giovani ragazze a cantar la libertà.

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Questo jueves riscatta una Buenos Aires fatta di assenze: di cura in alcuni quartieri, nelle strade, nelle case coloniali abbandonate e sventrate; assenze di sorrisi e di luce, ed in modo latente, anche di memoria storica. Troppo grande la città forse per poterla sedimentare o troppe le invasioni esterne che si sono sedimentate nel corso dei secoli, tanto da darle mille colori e facce in cui una identità unica si è smarrita, lasciando che vi siamo mondi contrapposti tra disperazione e fame. Una città che dietro una sontuosità coloniale, ormai decrepita, non ha più pretesti, convivendo con il mercato nero e l’assenza notevole di tutto ciò che nelle nostre città dona svago e benessere sociale. Buenos Aires indossa un abito lacerato che, al momento, non è, e non si vuole rattoppare. Per noi viaggiatori, e solo per noi, indossa l’abito della festa con il suo struggente tango.