Testo di Andrea Semplici

Sono passate più di due settimane dal rogo della Grenfell Tower.

Un altro incendio a Londra.

Hanno ritrovato i corpi abbracciati di Gloria e Marco. Noi sappiamo di loro perché sono italiani.

Ben Okri, poeta nigeriano, ha scritto alcune parole. Sono apparse sul Financial Times. Queste:

‘Se volete vedere come muoiono i poveri, guardate la Grenfell Tower.
In quest’ era di austerità, i poveri muoiono per l’ altrui prosperità. Sono morti affinché si potessero risparmiare soldi’

If you want to see how the poor die, come see Grenfell Tower.

Make sense of these figures if you will
For the spirit lives where truth cannot kill.
Ten million spent on the falsely clad
In a fire where hundreds lost all they had.
Five million offered in relief
Ought to make a nation alter its belief.
An image gives life and an image kills.
The heart reveals itself beyond political skills.
In this age of austerity
The poor die for others’ prosperity.
Nurseries and libraries fade from the land.
A strange time is shaping on the strand.
A sword of fate hangs over the deafness of power.
See the tower, and let a new world-changing thought flower.

Scorro i nomi delle vittime del rogo della Grenfell Tower: Rania, Marien, Abdul, Marco, Gloria, Nura, Amalahmedin, Zainab, Farah, Anthony, Mohammed….settantanove persone uccise da un incendio spaventoso in un grattacielo popolare di ventiquattro piani e 127 appartamenti in North Kensington a Londra. Da giorni non riesco a togliermi dalla testa le immagini di quel palazzo nero che brucia. Leggo dei mestieri di tutte queste persone: camionisti in pensione, fotografe, erano giovani architetti Marco e Gloria, studenti di ingegneria, domestiche, donne del marketing, disoccupati, impiegati.

Scorri quei nomi. Ho altri pensieri e ho altre immagini nella testa. Quando la follia di Al Qaeda abbatté le Torri Gemelle a New York scoprimmo che, in quei due grattacieli, epicentro e specchio di uno dei mondi contemporanei, si trovavano uomini e donne di novanta nazionalità: afghani, ivoriani, italiani, filippini, domenicani, israeliani, giordani, coreani, tredici ecuadoriani, dieci italiani, otto pakistani, indiani, ghanesi.

E’ come se due tragedie, ingiuste e colpevoli, ci rivelassero quello che spesso non vogliamo vedere: che il mondo è già cambiato. Guardo le foto di chi è scomparso nella devastazione di Grenfell. Volti meticci, sorrisi, orgogli, veli e capelli scoperti, eleganze per il fotografo, visi anziani, occhi di ragazzine felici, la gioventù di Gloria e Marco, gli anni di una donna malata di alzheimer, Isaac e i suoi 5 anni, Sheila e i suoi 84 anni. E’ il mondo, era il mondo di Grenfell. E’ il mondo che ci è attorno. Si vive e si muore assieme. Un mondo meticcio e variopinto. Che ora scorre sotto i nostri occhi perché le fiamme lo hanno divorato e ce lo mostrano. E che, forse, vogliamo continuare a non vedere.

 

E poi questi messaggi mandati via facebook mentre le fiamme si avvicinano, mentre sai che non hai più speranze, mentre il fumo ti impedisce di respirare. E allora gridi la vita, è il tuo addio, la tua disperazione. Vi è la lucidità, la voglia estrema di ricordare, nell’ultimo istante della tua vita, nel momento di una morte assurda e violenta, le persone amate, i tuoi genitori, i tuoi figli, gli amici, le amiche. E, a quel che leggo, sono parole di coraggio, quasi di rassicurazione per chi, all’altro capo del telefono, naufragava nella disperazione. Cosa farei io se fossi chiuso in un palazzo in fiamme, se non ci fossero vie di fuga, se sapessi che sto per morire e avessi il tempo di pensare, di prevedere, di sapere, di avvertire, di dare un addio?

Khadija (da www.arttribune.it)

E poi il gioco dei soldi. Questo è quasi un urlo nel vento, un lamento nella tempesta. Inutile e rabbioso. Come è stato possibile? Ci dicono: forse non sapremo mai quante sono state le vittime di Grenfell. Molti dei 127 appartamenti del grattacielo erano in subaffitto. Giro di soldi, economia nera, avidità. Un sacco di soldi per due stanze. Metà dello stipendio inglese di Gloria e Marco se ne andava nell’affitto. A chi appartengono le città? E poi: allarmi inascoltati, proteste accantonate dagli amministratori del ‘condominio’, questo si legge nelle cronache. Scrive Roberto Calabrò, un giornalista che ha vissuto in questi council estate, grattacieli di edilizia popolare tirati su negli anni ’70: ‘Il meccanismo è semplice e rodato: abbandonare gli stabili al loro destino riducendone al minimo la manutenzione fino al punto da renderli inagibili. A quel punto si provvede a sgomberarli per “ragioni di sicurezza”, apparentemente nell’interesse degli stessi inquilini, poi murarli per evitare le occupazioni, infine cedere l’area ai developers che li butteranno giù per ricostruirli in versione lussuosa’. Questa tragedia inaccettabile e reale tira su il sipario, per un momento, solo per un momento, sulla logica inattaccabile di un ‘sistema’. Se puoi risparmiare sui materiali con i quali restauri un vecchio palazzo, lo fai. Se puoi subaffittare in nero una stanza, lo fai. Se la voracità è la sola bussola che guida il tuo agire, che vuoi farci? Non c’è giustizia in questi meccanismi. Non c’è risarcimento possibile per le vittime. C’è solo il dolore di chi ha avuto la vita strappata di un figlio, di un amore, di un amico da questo incendio. Ci sono quelle voci nei cellulari, quei messaggi nell’oceano impazzito di facebook, quel mondo, che non è multietnico, ma che è solo il mondo, che vorrebbe una qualche giustizia

Una foto di Khadija esposta alla Biennale di Venezia

E c’è Khadija. Kahdija Saye. Aveva 25 anni. Origini gambiane. Fotografa. Giocatrice di rugby. Gioisco del suo sorriso esuberante, ne intuisco l’energia. Guardo le sue foto, tecniche antiche, ferrotipi su metallo, e mi chiedo se mi sarei accorto di lei se non fosse morta nella sua casa di Grenfell: ‘Non posso scappare’. Ha lasciato un messaggio su facebook, spedito all’amica più cara: ‘Per favore, prega per me e per mia madre’. Le foto di Khadija sono esposte a Venezia, alla Biennale, al Diaspora Pavillon, a Palazzo Pisani. Aveva scritto: ‘Vado alla Biennale, una benedizione’. Andate a vedere le sue foto: www.sayephotography.co.uk/