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(Da Il Post, 8 giugno 2012)

  1. L’8 giugno del 1972, il fotografo dell’Associated Press Huynh Cong ‘Nick’ Ut si trovava sulla Route 1, assieme a soldati sud-vietnamiti, a poca distanza dal villaggio di Tran Bang, al confine con la Cambogia. Cacciabombardieri sudvietnamiti avevano appena sganciato bombe al napalm su quelle case e sul tempio dove si erano rifugiate numerose famiglie. Una bambina di nove anni, Kim Phùc, ha il braccio destro in fiamme, i suoi vestiti si erano inceneriti. Assieme ai fratelli, Kim fugge. E’ nuda, corre gridando per il dolore. Accanto ai bambini disperati, i soldati e i fotografi appaiono quasi indifferenti. Alle loro spalle l’incendio del villaggio, il fumo nero, le strisciate bianche delle bombe.

Nick Ut fa il suo mestiere: scatta. E soccorre la bambina. L’ospedale non vuole accoglierla, è troppo grave. Nick Ut ha in tasca un tesserino stampa statunitense, ne usa il potere e Kim viene salvata. Poi Nick stampa la foto e la manda alla sua agenzia. Le regole dell’AP sono rigide: nessuna foto di nudo deve essere diffusa. Horst Faas, capo dei fotografi, disattende quella legge (sette anni prima aveva vinto un Pulitzer con una foto scattata proprio in Viet-nam): rende pubblica la foto della bambina ferita, nuda e in fuga. Il New York Times, il giorno dopo, la mette in prima pagina (ne taglierà la parte destra, quella dove compare un altro fotografo). Hass deciderà di pubblicare anche la foto del generale Nguyen Ngoc Loan mentre spara alla testa a un prigioniero Viet-cong.

Io ricordo perfettamente quella foto. Era la storia dei nostri giorni di allora, la storia che ci passava addosso. Quelle foto non svanivano dagli schermi dopo poche ore. Non so se lo scatto di Nick e la decisione di Horst abbiano, come è stato detto, davvero accelerato la fine della guerra del Viet-nam. So che quella foto seppe raccontarla. So che, a oltre quarant’anni di distanza, è ben presente nella mia mente.

(Da www.ildiscorsivo.it 2015)

(Da www.ildiscorsivo.it 2015)

 

  1. Il bambino ebreo alza le mani di fronte ai soldati nazisti. Rastrellamento a Varsavia, dopo l’insurrezione del ghetto ebraico. Foto scattata nel 1943. E fu un fotografo nazista a scattarla. Era un ordine del generale Jürgen Stroop, capo delle SS in città: voleva documentare la cancellazione degli ebrei da Varsavia, voleva mostrare il dominio dei nazisti. Non potevano essere fermati da nessuna umanità, avevano una missione da compiere e un bambino inerme non era ragione per avere esitazioni.

Solo vent’anni dopo, quella foto, nonostante fosse già pubblica ai tempi del processo di Norimberga, cominciò a diventare un’icona. Appare in film, diventa copertina di libri, viene pubblicata, nel 1960, da Life. Nel 1966 è l’ultimo fotogramma di un film di Ingmar Bergman.

Nessuno conosce la vera identità del bambino. Non sappiamo se sia sopravvissuto ai campi di sterminio. Frédéric Rousseau, in un libro dedicato a questa foto, scrive che quella fotografia si è trasformata ‘in un’icona universale utilizzabile per tutte le buone cause del momento’. Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, qualche anno fa, riprendeva gli interrogativi di Rousseau: con il suo continuo ‘sovrapporsi’ ad altre immagini, quella fotografia è ancora capace di testimoniare?

Mieli cede la parola a Georges Didi-Huberman, storico dell’arte francese, che sostiene che quella foto è vittima della sua efficacia: ‘sfocata, travestita, abusata, stravolta, sequestrata ha perduto la sua capacità di messa in guardia: non informa più, è erosa dagli usi distorti’.

Non so, riguardo più volte la foto. Il bambino con una coppola, gli abiti invernali, ma i pantaloncini corti, i calzettoni lunghi (si è vestito con gli abiti importanti, il bambino), le donne vestito di nero (senza che si capisca chi è la madre), le borse, i soldati nazisti con i fucili. Cerco gli occhi del bambino, vorrei seguire il suo sguardo. Questa foto mi racconta un’oscenità, mi sbatte in faccia un destino. Lo fa senza ferocia, mi mostra la banalità del male. Io, uomo occidentale, nato dieci anni dopo quella foto, me ne sento colpevole, mi sento figlio di colpevoli. E vorrei riscattarne il silenzio, la paura, l’indifferenza. Voglio sapere, vedere, ricordare. So che ci saranno, ci sono, mille bambini che ogni giorno sono costretti ad alzare le mani, non posso fare altro che dire che vorrei impedirlo. Facile a scriverlo, seduto in un prato, in una giornata di bel sole, davanti a un computer. Ma sono d’accordo con Mieli: quella è la foto di un bambino ebreo a Varsavia, non usiamola in mille raffronti, non strumentalizziamola. Quel bambino ha diritto alla sua storia, al suo nome ignoto.

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  1.  3. E alla fine c’è Aylan al-Kurdi. Il bambino siriano con la maglietta rossa e i pantaloncini corti. Aveva tre anni, Aylan. Era vestito con cura, i genitori lo aveva vestito con cura. Come se lo volessero elegante per il viaggio. Mario Calabresi, direttore della Stampa, scrive di aver scartato subito il suo primo istinto: non bisogna pubblicare foto di morte. Poi ha visto la foto, il bambino con la faccia nel bagnasciuga della spiaggia turca di Bodrum (un luogo di vacanze), e ha deciso che quell’immagine doveva andare in prima pagina. Quasi tuti i giornali hanno preso la stessa decisione. Il Canada, adesso lo sappiamo (almeno così scrivono i giornali) aveva rifiutato il diritto di asilo alla famiglia al-Kurdi. Loro (solo il padre è sopravvissuto al naufragio: sono morti tutti) vengono da Kobane, città martire sul confine fra Siria e Turchia. Adesso il problema non esiste più: Aylan, sua madre, suo fratello, non hanno più bisogno di asilo.

La fotografia è stata scattata da una fotoreporter turca, Nilufer Demir all’alba del 2 di settembre. Nilufer, a leggere le sue parole, testimonia da quindici anni l’esodo dei migranti. I giornali hanno pubblicato immagini diverse: il bambino steso a faccia in giù, su quel confine fra sabbia e acqua, riportato a terra da quel mare che lo ha ucciso; il soldato che lo prende in braccia e lo porta via. Quasi nessuno, ricorda Michele Smargiassi, fotografo e studioso della fotografia, ha pubblicato la foto dello stesso soldato che annota qualcosa su un foglietto con quel piccolo corpo a un passo dalle sue scarpe.

Questa immagine diverrà il racconto della più grande tragedia dei nostri anni? Rimarrà nei nostri occhi come la bambina viet-namita e il piccolo ebreo di Varsavia? Ci aiuterà perché almeno qualcuno di noi sappia impedire un altro orrore senza che noi si sappia del suo coraggio? Sì, mi illudo di sì. I direttori dei giornali hanno deciso di pubblicarla. Di tenerla in prima pagina. Noi, oggi, sappiamo che Kim è sopravvissuta ed è fuggita dal Viet-nam. Non sappiamo niente, nonostante numerose ricerche, del bambino di Varsavia. Forse potremo sapere dove sarà sepolto Aylan (e dovremmo andarci in processione, in corteo, per cercare un perdono a quanto gli abbiamo fatto). I bambini non ci salveranno, noi non siamo stati capaci di salvarli. Che almeno siano indignazione per gli uomini e le donne che non vogliono più essere complici (e che sappiano cosa vuol dire essere complici) di queste oscenità irracontabili.

Pubblicate ancora, ogni giorno, la foto di Aylan. Fino a quando questa tragedia non sarà fermata.