Testo e foto di Carla Reschia/

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La Transiberiana é un mondo a sé. A cominciare dall’ora, che è, per tutta la tratta, da Mosca a Vladivostok, ben sette fusi orari, quella di Mosca. In ogni stazione tutti gli orologi, e le partenze, e gli arrivi, seguono una loro agenda, indipendente dal mondo circostante. Entri nell’ atrio marmoreo e un po’ sepolcrale di Krasnojarsk nel quasi tramonto delle sei di sera e scopri che sono le quattordici e il tuo treno partirà tra un’ora, alle 15, mentre scende la sera. A bordo cenerai all’ ora del the e al mattino sarai svegliato dalla solerte provodzina, la responsabile del vagone, a volte con metodi più che sbrigativi, a un’ora solo virtualmente antelucana. In questa realtà separata é accettabile che il tempo abbia ritmi suoi, più lenti e sottoposti a regole diverse dall’ordinario.

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Soste di ore, per lo più notturne, in paesi che non compaiono nemmeno sulle carte geografiche sono considerate normali. E giuste. Il treno non serve ad arrivare in fretta, è un servizio , un collegamento sicuro e non troppo caro tra posti lontani tra loro migliaia di chilometri. Salgono intere famiglie che in poco tempo fanno del loro scompartimento di seconda da quattro cuccette un accampamento e una casa. Hanno stoviglie, pranzi completi in una serie infinita di contenitori e se manca qualcosa interviene la provodniza portando il the in bicchieri di vetro con un rivestimento d’argento o passa una donna che vende merendine e barrette di ogni sorta, giornali e orsacchiotti di peluche.

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I viaggiatori più accorti sono attrezzati di tutto e provvedono da soli rifornendosi di acqua bollente dal grande samovar posto all’estremità di ogni vagone mentre sul lato opposto c’è un piccolo rubinetto che dispensa acqua fresca. Fuori dai finestrini, un po’ offuscati da vecchia polvere ma sempre ornati di tendine bianche, scorre un paesaggio eccezionale che in pochi giorni diventa eccezionalmente monotono, un fronte compatto e quasi ininterrotto di abeti e betulle rotto solo dall’acqua. Acqua in abbondanza: laghi, stagni, paludi, fiumi di larghezza epica.

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Tra una città e l’altra il nulla. I villaggi sono rari, piccoli e quasi invisibili. I tetti verdastri, i muri di legno e i recinti di legno si confondono con il bosco, che sembra pronto a impadronirsene. Poi, fumi di fabbriche e ciminiere annunciano le città. Spazi monumentali e alieni di grandi piazze, viali larghissimi, palazzoni fuori scala. Architettura sovietica che resiste oltre la storia. Bisogna cercare bene per trovare le vecchie case di legno scuro con le finestre dalle grandi cornici colorate che erano la regola nella Russia della letteratura, dei dialoghi degli antieroi di Cechov, dei sogni dei viaggiatori occidentali.

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Mai, in nessun posto, ho visto una separazione così netta, precisa tra le città e la natura. Abituata all’ Italia, ai suoi paesaggi antropizzati, alla transizione ambigua e dai confini incerti fra città, periferia, campi e poi ancora paesi, paesini, sobborghi, mi stupiscono ogni volta queste città grandi, estese, del tutto avulse dal contesto selvaggio e deserto in cui sono calate.. Mondi autosufficienti e autoreferenziali, con monumenti sempre simili, l’immancabile statua di Lenin in fondo al viale omonimo, musei, biblioteche, teatri con stagioni di prosa e di balletto, negozi dove la moda, estiva in questo caso, propone parei e vestiti corti e colorati e leggeri perfetti per la spiaggia, ma impensabili in un clima così piovoso e mutevole, difficili da immaginare indossati.

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Città senza alcun rapporto o legame con quello che le circonda. Un altro universo ancora, da cui entrare e uscire senza transizioni. Sul navigatore, unico conforto tecnologico dato che non solo internet ma nemmeno il telefono funziona, sei un puntino blu immerso nel verde. Sopra la linea della ferrovia e il reticolo squadrato delle città questo verde si estende ininterrotto fino al blu del mare Artico. Pensarci é una vertigine.

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Ed é allora che il treno in poco tempo diventa una casa. Non importa se dopo ogni sosta non è lo stesso. Perché è un rito, una sicurezza, un rifugio in un mondo così vasto e dispersivo, del tutto alieno alla fine, per quanto affascinante. Entrarci ha il fascino della ripetitività, che è il segreto di ogni tradizione. Prima di essere ammesso nel tuo vagone una signora in uniforme vaglia severamente il tuo passaporto e il biglietto. Quando alla fine ti ammette, può sorriderti come a chi è infine entrato a far parte dello stesso club o guardarti storto come un vigile che suo malgrado non è riuscito ad appiopparti una multa. Entri, quindi, badando a non scivolare nella larga fessura che si apre tra il marciapiede e la pedana del treno. Scovato lo scomparto e la cuccetta devi prepararti il letto.

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Il severo servizio a bordo non comprende simili servilismi, così, come a militare, devi fare e poi disfare il cubo composto da cuscino, piumino e materasso, sistemare le lenzuola e la federa, collocare in qualche modo i bagagli in spazi sempre piuttosto stretti. E poi tutto segue una routine che diventa presto un automatismo. Puoi guardare fuori dal finestrino e guardare i boschi che scorrono , fare una puntata al vagone ristorante per una zuppa e una birra o un the. Tentare di leggere un libro se la luce della cuccetta funziona. Forse tentare un dialogo con qualche passeggero che passa presto dalla scontrosità al sorriso e prende a parlare veloce in russo, apparentemente indifferente al fatto di non avere risposta. Italia, Italia, karasciò. Bene, si bene, certo.

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E poi accomodarti in quella sorta di letto sempre troppo corto e dormicchiare accompagnato dal rollio e dai rumori del treno, le narici piene dell’ odore ferroso del treno, la testa di quel rumore monotono. Tutto é regolato, prevedibile, non devi fare nulla di tua iniziativa. Al mattino la provodniza ti sveglierà con un richiamo brusco, un’ora prima della tua fermata. Sono le sei o forse piena notte secondo l’ora di Mosca. Ci sarà il tempo per sciacquarsi la faccia assonnata, fare un salto al vagone ristorante, magari. E dovrai tornare di nuovo in quell’altro mondo, così faticoso dove l’ orologio segna l’ ora giusta, senza misericordia. Il viaggio continua.