Gli uccelli dispiegano le ali al passaggio del fotografo

Testo e foto di Andrea Semplici

 Un tempo leggevo Pasternak in Sahara. Poi ho smesso.

La donna ha una bambina in collo, siamo stretti fra sedili incastrati, contorsioni per leggere Natalia, la bambina mi sfiora il gomito, rispondo con un dito sulla guancia. La donna ha due stivaletti rosso-vivo. Il bus sconquassa contro ‘qualcosa’, un botto trascinato, l’ho visto prima che accadesse. ‘Contro un chapulin’, mi dice la donna. Non sono cosa sia un chapulin. Non mi tolgo dall’incastro. Ho un’ora in più per leggere. Sono il solo gringo en el bus por el norte. C’è un marito della donna. Un ragazzo, dagli zigomi forti e labbra che vogliono essere baciate. Ha abiti sdruciti.

La tartaruga vorrebbe essere uccello, l’uccello è indeciso

Le nuvole si distendono, si addensano, fanno le prove. Tempeste casuali. Caffè nero y empanada. Son riuscito a chiederle, dopo aver girato a lungo attorno alla muchacha che le vendeva.

Adriano Olivetti aveva occhi ‘spaventati, risoluti e allegri’.

Le tempeste passano in fretta (o forse non passano mai)

La tempesta ci fa riunire uno accanto all’altro sotto una tettoia. Jesus mi mette sulla strada giusta. ‘Apriti, non chiudere’, grazie Simona.

Doña Alba mi aspetta al cancello giallo, una ragazzina dalla camicetta rosa mi avvisa che devo scendere, ho una stanza gialla, dalle coperte gialle. Mi piace. Molto.

La stanza gialla

Marlon mi porta sul rio Frio. Una barca solo per me. Stagione secca colma di acqua. Fiume e humedal si scambiano correnti. Ci sono uccelli che dispiegano le ali color di lutto lucente e caimani dagli occhi vitrei, apparentemente indifferenti. Non so fotografare la natura, un paesaggio, un fiume. La macchina non si muove, rimane immobile, insensibile alla bellezza perfetta. Devo essere io a scattare e gli uccelli si mettono in posa. Ci sono cavalli al galoppo spinti da un motoscafo. Ci sono vacche che nuotano. Non faccio in tempo.

Non immaginare i pensieri di un caimano

Le case hanno pavimenti lustri di cencio. Le porte sono aperte, e lasciano passare correnti dal retro al giardino davanti. Si cercano refoli, le case si fanno attraversare dall’aria che prende velocità. Le sedie sono addossate alle pareti, lasciano spazio al vento della sera.

In queste terre, i passi rallentano, i gesti rallentano, ogni movimento è in moviola, le idee si accendono al caldo, ma sono insoddisfatte, mai arrivano a un finale. Non ne hanno bisogno. Fernando si affatica anche sedendo. I pensieri svaniscono in un brillio di caldo. Il mio gomito se la gode.

La foresta, già

Cammino nella foresta, con scarpe di fango. Faccio volare i guardiani delle vacche. I vitelli vengono ad annusare l’intruso.

E’ più forte di me, sono troppo belli

Vado al Los Chiles con una biologa. La gente di Cano Negro non semina foraggi, muove gli animali, insegue le stagioni, in stagione secca vanno nelle isole che l’humedal lascia a godersi il sole, i contadini tagliano il bosco per il pascolo. Riserva mista, si prova una convivenza fra uomini e natura.

Rayuela a Cano Negro

Rosa ha un fascia a tenere i capelli, un viso ossuto, occhiaie e denti in fuori. Ride di gusto. Al mattino saluta la figlia al telefono: Buenos dias, mi corazon, como almaneciò? Mi dà le chiavi della stanza, poi si accorge che non so dove andare e allora mi spinge in un corridoio umido e in penombra.

La camera oscura

La mia stanza è diventata color blucupo, un oceano con onde scure. Ne avverto la minaccia, mi prendo l’aria del ventilatore, con la speranza che la paura esca da una finestra che non c’è.

Cesare Pavese se ne andava con la sua ‘spalla scontrosa’. Giuro che la vedo questa ‘spalla scontrosa’. So com’è, lo vedo camminare per il corso. Vedeva ‘oltre la morte’. Aveva ironia, ma, ricorda Natalia, non riusciva a farla diventare scrittura. I suoi libri sono di malinconia irrimediabile. Cosa non riuscivi a essere quando scrivevi? Chi scriveva al tuo posto?

Los zapateros

La zapatera e il mio zaino

Una donna-botero mi rappezza lo zaino, lo zapatero ha preso in affitto un vecchio negozio di fotografo. Peccato, avevo trovato la bottega perfetta, foto e scarpe. Il fotografo se ne è andato e lo zapatero è arrivato  dal Nicaragua. Vedo le creme per il viso mischiate con la colla. Gli racconto del poeta, mentre la donna-botero mi ricuce lo strappo della tela.

Lourdes

La barista Lourdes mi racconta storie grandiose: ‘Un gringo del kansas si innamorò di ne. Allora ero una lavandaia di diciassette anni. Lui andava e veniva dall’Alaska. Arrivava con una barba lunga fino ai piedi e capelli che scendevano fino in fondo alla schiena. Chiedeva che glieli tagliassi. Voleva portarmi in America. Aveva occhi celesti ed era ben alto. Una volta, per scherzo, gli dissi: voglio fare l’amore in elicottero. Arrivò con il più bell’elicottero del mondo. Poi il suo socio lo uccise e gli prese tutti i soldi’.

Luca proverebbe a dare un calcio

La gran voglia di giocare

E poi c’era un canadese. Girava per i fiumi, studiava i pesci. Una volta mi vide pescare un piccolo pesce. Avevo quattordici anni. Si avvicinò e cominciò a fotografarmi. Poi scomparve, ma aveva il mio indirizzo e ogni mese mi arrivava una cartolina. Si chiamava Douglas. Le cartoline divennero mille e l’umidità cominciò a mangiarle. Continuavano ad arrivare. Buttai via le più vecchie. Poi gettai via tutto. Un giorno apparve un vecchio ricurvo, camminava con un bastone, venne a trovarmi: ‘Sono Douglas’. Ci abbracciammo come matti. Mi chiese di seguirlo in Canada. Non andai con lui, mi spaventava il freddo, allora avevo un lavoro in un allevamento di pesci. Una volta venne un altro canadese e mi disse che nell’università c’era una mia foto con un pesce a cui avevano dato il mio nome. Un pesce chiamato Lourdes Miranda, chissà se è vero’.

Giulio Einaudi era ‘bello, roseo, col collo lungo, i capelli lievemente ingrigiti sulle tempie come ali di tortora’.

La tomba di Miguel

 Compro un ombrello verdolino. Piove a ondate. Me lo vende una ragazza morbida. Piove a scrosci violenti, annunciati da un vento privo di pietà per gli umani. Poi il sole avvampa. Apro e chiudo l’ombrello mentre al cimitero cerco le tombe di Coronel e doña Maria. Non le trovo, mi diranno che sono all’entrata, sulla destra. Fotografo la tomba di Miguel, la sua croce è avvolta di fiori rossi.

Los Chiles mi incanta perché non ci sono doveri da assolvere

Lourdes mi dice che il poeta, dopo la morte della moglie, si lasciò divorare dai vermi. ‘Una storia tan triste’. Nessuno lo vedeva mai, stava sempre a scrivere. ‘E’ vero – mi conferma Santiago – Coronel si alzava solo per uscire nel corridoio. Era Maria a mandare avanti la finca. Lui scriveva, in una stanza piccola’.

Il vecchio bar ha chiuso, al frontiera se ne è andata

La mia camera ha pareti verdolino-ospedale. Mi chiudo dentro. La paura si allunga sui muri, si infila nella lenzuola, mi guarda. Esco, la lascio sola.

Il gazpar è un pesce allungato, con una bocca che punta verso l’alto.

I chicos e l’uomo delle empanadas

Tre ragazzi inforcano occhiali scuri per farsi fotografare con il mansueto uomo delle empanadas.

Alla fine, dopo ore di attesa, leggendo Natalia Ginzburg, appare Santiago. Indossa una camicia verdolina e in testa ha un cappelluccio. Parcheggia l’auto quasi andando a sbattere contro un palo, è distratto, forse il cervello ha avuto qualche danno. Mi dice che il poeta non era sottomesso a sua moglie. Era un uomo fermo, deciso. La moglie lo contraddiceva, ma erano litigi tanto per ingannare il tempo. Morì perché era vecchio e non poteva vivere senza di lei.

Santiago

Mangio maduro e bevo succhi di limone dolce. Guardo il fiume, mi sveglio prima dell’alba e Oscar mi offre il caffè nella cucina della sua casa.