Testo e foto di Andrea Semplici

 

Dal Sud, dai confini fra Campania e Lucania, lo dice il nome: Atena Lucana. Monti della Maddalena e Cilento. Vallo di Diano, al mattino. Terrazza, mattoncini forati come balconata. Il sole dell’alba: noi rimaniamo nell’ombra, siamo verso occidente, spettatori della luce che scintilla sulle montagne oltre l’antico lago. Grano e capannoni, così a occhio. Giù c’è l’autostrada. Mi raccontano che la gente del paese è scesa a valle, lasciando le antiche case di questo paese-barca: sembra ‘na barca n’miezzo a le montagne. Stanchezza addosso, troppi chilometri, dal Sud al Nord. Un altro universo, scrivo a mille chilometri di distanza. Questi sono solo frammenti, frammenti di crosta di pane. Ben dorata, ben cotta nei vecchi forni. Almeno dieci sono stati accesi, dopo molto tempo, per la la festa della Liberazione, per la festa del pane, per la festa. Pane e Libertà. Memoria della Puglia di Di Vittorio. A me ricorda la Spagna repubblicana che ci provò a resistere. Ad Atena Lucana, insomma, al 25 di aprile, si inforna in pane. Arrivano ‘strani’ e splendidi panificatori.

Già, Rocco Scotellaro. Mariana legge Rocco. Nico appende un immenso manifesto con il suo volto nel vicolo del paese. Ecco, la festa è la sua, anche la sua, sessanta anni dopo il suo amore con Amelia. La festa è dedicata alla terra. ‘Sradicarmi? la terra mi tiene/e la tempesta se viene/mi trova pronto’. Parole scritte nel 1942. Come erano i panificatori nel tempo della guerra? Rocco, allora, aveva diciannove anni.

Vi devo spiegare, anche se non ne ho la forza, non ne ho il fiato: ad Atena Lucana ci sono contadini della ‘restanza’ o del ‘ritorno’ (e se fossero contadini e basta?) che credono nel grano, nei grani, li mischiano, li annusano, dicono nomi bellissimi che già ho dimenticato. Vogliono vivere di terra, di cibo, di ospitalità, di grano. Mi avvertono: non vogliono attorno gli ‘intellettuali della nuova ruralità’. Cerco di nascondermi, credo che, sbagliando, potrebbero confondermi.

Mi metto a seguire la traccia del lievito, del luvato, lievito madre. Crisciu, insomma. Entrate in un forno, è ‘buona norma’ augurare: criscite. Ma io sono straniero e mi smarrisco in questo grammelot incomprensibile solo ai miei orecchi. Non ho voglia di essere preciso. E, in fondo, Ivan mi aiuta quando avverte: ‘Qui non ci sono regole, una volta tanto non le rispettiamo, la festa è di gente libera’. Il che vuol dire: che si fa il pane in forni chiusi da anni, si fanno le cose per bene e niente qui è asettico. Ci sporca, ci si impolvera, ci si sfarina. E non si rispettano regole. Non è vero: se ne rispettano ben altre. Migliori. Anche io posso violare le regole del giornalismo, quelle che mi hanno insegnato, non potete più arrabbiarvi, vi ho avvertito.

Carmela

Carmela

Riconosco il tatuaggio

Riconosco il tatuaggio

Forno

Forno

Mio nonno (no, mio nonno non credo, era più o meno anarchico e sciupafemmine e mai ne ho scritto) sarebbe sobbalzato a vedere i capelli rasta di Claudio, l’eleganza hippy di Francesca o i capelli volanti di Michele o la timidezza sorridente di Altea. (Non sono affatto certo dei nomi, questa volta non ho voglia di essere attento, questo non è un articolo, perdonatemi). Mio nonno (no, mio nonno, no: si sarebbe messo a corteggiare le ragazze) avrebbe detto: ‘Questi fanno il pane?’. In fondo ha ragione: non corrispondono allo stereotipo del panificatore. Quello che è nella mia testa. E allora al diavolo gli stereotipi, mutazione antropologica: ecco i panificatori di questi tempi. Tazio cerca di spiegarmi mentre fatica con un carrello e la farina: ‘Siamo circondati da porcherie, qui cerchiamo una diversità, una nuova storia, innovazione’. Mi fermo: tradizione e innovazione. Al sabato si rinfrescano i lieviti, al tardo pomeriggio nella stanza dei pellegrini dove c’è, la ricostruzione del miracolo di San Ciro (cercatevelo su internet, lo racconto un’altra volta). Claudio ha lievito secco e attira attenzioni. E lo sa. Poi ci sono crisci liquidi, più solidi, dai colori diversi, dalle consistenze diverse. Biodiversità del pane. I compari si danno da fare.

Rosa

Rosa

Jah

Jah

Tazio

Tazio

Pane dalla Libia, dal Marocco, dalla Nigeria

Pane dalla Libia, dal Marocco, dalla Nigeria

Ci vuole forza, abitudine, ostinazione a fare il pane. Carmela è energia purissima, scosse elettriche agli impasti. Tazio ha un’aria elegante, da gentiluomo, Francesca ha gentilezza verso la farina, Michele appare uno scienziato un po’ matto (guarda il pane in controluce) e allegro, c’è chi liscia il suo lievito perché mica lo può lasciare ‘disordinato’. Claudio se ne va al sole a impastare Poi ci solo le ragazze del Mediterraneo, della Libia, del Marocco, delle Afriche nere. L’Italia, con buona pace, è cambiata. Panificatori di un Italia creola. I ragazzi del Mediterraneo indossano jeans strappati, giubbetti lucenti e rullano tamburi. Non c’è tarantella, Manuela ballerà altre danze. Si fanno i selfie. Tradizione e innovazione. Il lievito viene coperto da stracci, panni caldi, cenci rassicuranti. Che dorma in pace il lievito.

Michele e Altea

Michele e Altea

Pane, bambini e treccine

Pane, bambini e treccine

Maria

Maria

Si impasta al mattino. Farina che filtra attraverso setacci. Crusca e semintengrale. Ci si mettono a precisare: saragolla, carosella del Cilento, grani dal Medioriente, grano rosso, duro Perciasacchi, Timulio. Voglio una mappa. Cambiano i gesti. Mani aperte, cerchi nell’impasto, pugni a piallare, dita a tirare, aggiungere acqua, vasche di legno, madie, catini di plastica. La calma di chi sa, la frenesia di chi sta provando. Vino, crostate, pane e formaggio. La festa si affolla. Quattordici panificatori. Solo dieci forni. Condivisioni. Legno di olivo per dare vita al forno. ‘Bisogna mostrare come  sono, abbandonati e crepati, ma possono vivere, vivere di nuovo, vivere diversamente’. Abbandono e nuova vita. Arrivano i compari in visita. Incontri. Ci si ritrova, si ritrovano fra gente dei paesi. Francesca  mi dice dei tre ettari di terra: sarà frutteto misto, orti biointensivi, sperimentazione. Niente mezzi agricoli. E per questo nessuno dà loro finanziamenti. Non ci sono soldi per chi non li spenderà in un trattore. Ecco, il paese che è difficile raccontare. ‘C’è qualcosa che non va nelle monocolture’, dice Francesca. Penso che lei ha trent’anni, altissima e che la terra è bassa. Ma poi guardo il suo sorriso e vedo il frutteto. Poi guardo la forza fisica di Rosa e sua madre che stanno modellando una massa immensa di impasto. Dodici chili di farina. Mi appaiono due pugili alle prese con un sacco. Sono bravissime. Chissà perché mi vengono in mente Ivan e Simone che gettano grano e fagioli al passaggio della Madonna Nera di Viggiano. Hanno lauree in tasca, buoni studi e sono andati a pregare la Madonna con il grano. Proteggici. Modernità intrecciata alla tradizione. Questi paesi, visti da qui, sono ben vivi.

Nico, il cantastorie

Nico, il cantastorie

Rosa e sua madre

Rosa e sua madre

Claudio

Claudio

Tazio

Tazio

Tazio fa i mischegliSi dirà così? Il suo pane è diverso. A un certo punto faccio il censimento di chi è nel suo forno (per un minuto, comunità variabile): un contadino pugliese, una ospitaliera lucana, un fotografo marchigiano, un apprendista contadino piemontese, un percussionista nigeriano. Miscugli, appunto. Si inforna. Ci si dimentica di illuminare il forno. Come torcia, uno smartphone. Tazio si inquieta: ‘Concentrazione, ragazzi’. Attenzione e distrazione. La festa è questa. Forni mai usati. A volte il pane brucia, ma la farinata di ceci è venuta che è una meraviglia. Le pizze sono strabuone. Carmela e Maria mettono salsa di pomodoro sul frammento del pane. Ora ci sono anche gli artisti. Distendono addobbi per il paese, montano pentole come strumenti. Ci sono gli artigiani con strumenti di legno, c’è la ricotta, chi offre saponi e tamburelli. Piero si mette sul gradino della chiesa con la chitarra. I ragazzi di Salerno hanno le gambe che scalpitano. Nei forni, si informa e si offre salame e focaccia.

Michele e Altea

Michele e Altea

Anna e Rosangela

Anna e Rosangela

Francesco, Francesca e Pietro

Francesco, Francesca e Pietro

Nico racconta delle avventure meridionali. La Conquista del Mondo. Mi piacerebbe chiacchierare con lui attorno a Garibaldi. Marianna va in chiesa a leggere Scotellaro. Si accorge che deve spiegare chi è Rocco. Mi perdo Marianna. La festa si disperde e si raggruppa. Odore di pane e libertà dai forni. C’è una giuria che comincia a girare per i dieci forni: doratura, dolcezza (dolcezza?), elasticità, umidità, il sapore dei grani. Variabili: i tipo dei forni. Che acqua avete usato? Che strumenti avete usato? Non-verdetto complesso. Alibi per assaggiare mille pani. Nessuno è uguale all’altro.

Applausi per Vincenzo

Applausi per Vincenzo

Michele

Michele

le chitarre

le chitarre

La giuria

La giuria

Il sole se ne va. Mutazione di vestiti. Appaiono giacche e sciarpe. Mani in tasca. La giuria ha lavorato con intensità e discussione. Votazione complessa. Pani sul tavolo. Ma in giro c’è la musica. Mi accalappia il senso di Filomena, di Virginio, la chitarra di Enzo. Non so definirli. Non so definire lei, la sua voce e i suoi occhi bassi, è la musica che ci vuole questa sera, in un vicolo, senza una piazza, stiamo stretti. Non so nemmeno come si chiamano. Ecco: Makàrdia. Allora lascio lo spazio che si sono conquistati. Scrivono: ‘Makardìa è il battito musicale di un buon augurio, perdersi dentro il sudore, le lotte, i sogni dei propri corpi, farsi terre e campi che ispirano il mare’. Makardia è ‘magari a Dio’ Dialetto irpino. Alta Irpinia. Parola che ‘invoca una bella occasione oppure, per il rovescio della medaglia, serve a dire «non importa, non fa niente»’.

Filomena

Filomena

In attesa del verdetto

In attesa del verdetto

Non ci sono vincitori nella festa del pane. Fare il pane, la fatica e il tempo lento, sono Liberazione. Resistenza, resilienza, direbbe mia figlia. Giornata lunga, lunghissima. Il pane pretende il tempo. Qualcuno ha fatto una pagnotta, le ha dato la forma di un barcone, attorno c’è il Mediterraneo. Ci sono uomini e donne a bordo. Alcuni di loro sono venuti a fare il pane ad Atena Lucana. Con la gente della ‘restanza’ e dei ‘ritorni’. Con la gente della terra, insomma. Con la gente che mai userebbe queste parole, ma sa del significato del pane.

Il pane e il barcone

Il pane e il barcone

Il pane e il paese

Il pane e il paese

Un uomo, un vecchio (quanti anni ho meno di lui?) è solo nel vicolo del paese. La strada che unisce due chiese. C’è stato un funerale oggi. C’è stata la festa. Quale l’immagine del paese? I ragazzi, le donne, i nuovi panificatori della festa o questa immagine di una ‘solitudine’? Il funerale e la festa. Il mondo si è sempre ‘mischiato’, lo farà ancora, lo sta già facendo. La Liberazione non è un giorno immobile, ha bisogno di gambe per camminare e braccia che fanno il pane. I paesi stanno cambiando. La festa è energia del cambiamento. Sono stanchissimo. Fa freddo. Nelle tasche ho il pane di Carmela. La terra mi tiene. Credo. Ancora per un po’.

Ci vuole la musica dei Makàrdia. Sta qui: https://www.youtube.com/user/filottanta7