Testo e foto di Andrea Semplici

 

Brughiera

La tempesta gira attorno alle brughiere di alta quota. Ha clemenza per gli uomini che salgono alla montagna. Appuntamento alle sei del mattino, è ancora notte. A casa di Angelo, al crocevia di una strada. Non ci sono bar a Zarafa. E neanche un negozio. Sul bar mi rassicurano: ‘In ogni casa ti offrono il caffè’. Settanta abitanti, frazione di Viggianello, la Calabria è un passo, il capoluogo, Potenza, è lontanissima.

Salita verso Ferinelli

Ultimo albero. Ultima Festa. Ultimo rito arboreo dell’anno. Qua, versante occidentale del Pollino, non ero mai venuto. Mi faccio spiegare la strada, il navigatore si smarrisce. Angelo mi mostra la montagna: ‘Scenderemo da là’. E indica un pendio di pietre. Festa della Madonna del Soccorso. La sua statua apparve in una grotta, sulle sponde di un fosso, confine fra i territori di Viggianello e Rotonda. Dicono questa è la festa più travagliata della Lucania. Alla fine di queste giornata, ho deciso che sono d’accordo: è la festa più impervia. Selvatica, rito familiare e tribale.

Colazione, birra, panino con la frittata spunza

Caffè, gioghi per gli animali, camion, peperoni cruschi appesi a seccare. Aspettiamo il camion. Si sale a Pedarreto. Gli uomini dei buoi sono già qui. Saliamo a piedi per il bosco. Fino a Finerelli. Faggeta. Colazione. Panino con la frittata spunza. Voglio la banda Papaleo e un contrabbasso. Birra. Tutti uomini. Ci sono gli amici di Rotonda. Venti persone. Con zaini colmi di cibo.

La cuccagna

L’albero cade

Pedarretto è la radura del villaggio provvisorio della Festa di Rotonda. Strana sensazione, autunno, prato disseccato dalla siccità estiva, nessuno, tavoli vuoti, rifugio chiuso, la statua di sant’Antonio. Bianca, immobile. Dov’è tutta la gente che è qui a giugno? Dove sono le baracche?

Aiutiamolo, l’albero

Ripulitura

I due faggi, la pita (vorrebbe essere abete) e la cuccagna, cadono rapidamente. Francesco è veloce. Si aspettano i buoi. Manovra nel bosco. Un’altra strana sensazione: tutto tranquillo. Festa familiare. Non c’è la musica. C’è il vino. Passano i bicchieri. E…e…e….Madonna del Soccorso. Si grida, si alza il cappello, si levano le braccia al cielo.

Arrivano i ualani

Nemmeno una donna. Mi dicono: ‘Non è roba. Troppa fatica. Tarata taratu, vengono una volta, poi non risalgono’. Mi sa tanto che così non è, machismo di montagna: le donne un giorno saliranno e si prenderanno pezzi di festa.

Manovre per girare il tronco

I buoi puntano le zampe, ruotano il collo, andiamo. Il gruppo con il cibo va in avanscoperta. In spalla, zaini gonfi di carne e vino. Qui bisogna cavarsela da soli, nessuno arriverà con le provviste. Devono preparare la griglia. Bosco, brughiera, pietraia, ancora bosco. La pioggia si allontana, viene fuori il sole.

Grigliata

Storie. Al Sud si ascoltano storie. Storie normali. E, ai miei orecchi e occhi, sono straordinarie. Prendi Giovanni. Ha lasciato il paese a quindici anni. 1969. Un bus per Bari, un treno lo aspetta assieme ad altri ragazzi. Va a Milano, scuola ‘Arte e Mestieri’. Impara a fare il muratore. Convitto di via Paravia. Escono la prima sera e non ritrovano la strada di casa. Alla fine si mettono a seguire uno con l’aria di essere del Sud: andrà dove andiamo noi, si dicono.

Giovanni ha lavorato alla ricostruzione del Friuli, nei metanodotti in Toscana e in Austria. Poi la crisi, ora, da anni, vive e lavora in Toscana. Manovra le macchine escavatrici. Balla con felicità. Convince anche me a ballare.

Maremmani, meraviglia

Qualche lamento, ci vuole. ‘I giovani non vengono su. Hanno da fare, vanno via. E noi stiamo diventando vecchi’. Mi guardo attorno, fatico a dire l’età di tutti, ma qui vedo ragazzi. Tosti e ben convinti di questa storia.

Storie. Vite in viaggio. Angelo ha 58 anni. Operaio sui binari d’Italia. Come Fernando. Per loro sono qui, mi hanno cercato con insistenza (grazie, di averlo fatto). Da tempo lavorano a Brescia. Vanno e vengono. Pulmino della ditta. Lavorano spesso la notte. Ci sono meno treni. Normalità.

Giochi di prestigio

Storie. A Zarafa, Italia, Lucania, la strada è arrivata negli anni ’60. La luce si è accesa nelle case solo alla vigilia di Natale del 1975. Prima lampade a carbone, poi a gas. Allora Zarafa aveva 200 abitanti.

Sarà passata una giraffa da queste parti? Zarafa è parola araba. Significa ‘giraffa’. Nessuno sa perché il paese si chiama così.

Francesca mi corregge subito: ‘Il significato del nome della contrada è ben conosciuto dai tempi della Magna Grecia. Zarafa deriva dal termine greco Xeros, sta per ‘contrada arida e secca’ perché un tempo priva di acqua e anche per la natura del terreno in parte pietroso’.

Attesa

Franco griglia agnello, pollo, carne, quaglie. C’è il formaggio. Il pane ripieno di frittata. Le birre. La salsiccia. Il salame dal colore scuro. Unto, sudato, buonissimo.

Brughiere

E ora andiamo: pianoro di crinale. Pietre, pietre, pietre. L’estate è stata senza piogge. Paesaggio giallo, bruciato. Non c’è sentiero, non c’è cammino. Si va avanti di pietra in pietra. I buoi faticano, gli uomini faticano. Si sgancia e si riaggancia di continuo. Si fanno riposare gli animali. Chiedo ad Angelo e lui passa voce: ‘Chi è l’artefice di questa zona?’. Alla fine si mettono d’accordo: questo crinale si chiama Limpidalonga. Lo diranno per darmi una risposta? Nome bellissimo.

Saliscendi di pietre. Paesaggio magnifico sulla valle del Mercure. Cammino selvaggio. Franco offre il vino.

Crinale

Storie. Le gambe di Franco finirono sotto l’albero. Anni fa. Grida, urla, paura. ‘Facciamo rotolare il tronco’, si affrettano gli uomini. E’ sopra le sue ginocchia. ‘Fermi, basta sollevare’, grida Franco. ‘Sarà stata la Madonna, la devozione, la passione, il Santo: nemmeno un graffio’. Hanno alzato il tronco. Nemmeno un graffio’. E ora offre il vino.

In cammino

Soste, cibo, lentezza, fatica, pietre, il cielo ruggisce, la tempesta riprende a girare, fulmini nel cielo, nuvoloni, ma girano alla larga, minacciano, le nuvole urlano, come a dire: fate presto ad andarvene. Gli uomini non accelerano. Qui bisogna andare piano. Comincia la discesa. Vedo il piano Mauro, là bisogna arrivare.

Crinale

‘Prima c’erano gli strascichi’. I solchi lasciati dai tronchi che venivano portati al paese per farne travi e tavole. Per il tetto, per il fienile. Si andava in montagna a tagliare l’albero di cui si aveva bisogno. Si lasciava una traccia. Oggi sono scomparse, non ci sono sentieri quassù. La pita deve aprirsi la strada.

Pane e frittata

Adesso il gioco si fa duro. Discesa troppo rapida. Si cerca una traccia di sentiero. Si mettono le catene al tronco. ‘Fa attrito’. Rallenta. Non va via, non prende la discesa. Si arriva fino al pendio finale. Qui si sgancia, si tolgono le catene, si liberano gli animali. E il tronco prende velocità, scende, se ne va, corre fra le pietre, scavalca rovi, scavalla, si inarca, riprende la corsa. Arriva in fondo. Nella sella. Ora scendiamo noi. Dopo il grido alla Madonna. E…e…e…Madonna del Soccorso.

La valle del Mercure

Quasi arrivati. Ma ci sono da scavalcare rovi, ginestre, cespugli. Si vede che queste erano terre di contadini. Segni di terrazzamenti. Campi di grano. Tutto è finito nei primi anni ’70. Questa era montagna di contadini e pastori. Oggi ci sono ragazzi rumeni, nelle baracche fra i boschi.

Si mettono le catene

Le catene

Storie. Fino a 17 anni ha fatto il pastore. Saliva alla montagna. Faceva a turno con i fratelli. Una settimana per uno. Scendevano al paese dopo sette giorni. Non c’era strada. Solo con gli asini si arrivava fino a qui. Zarafa era piccoli orti, ginestre, siepi, campi di grano.

Convincerli

Convincerli

Ultima fatica, qualche discussione, stanchezza. Ma alla fine, atterriamo al piano Mauro. Accolti da sangria, grigliate, insalate, formaggio, birra, vino. Si fa notte al campo.

In cammino

Angelo: ‘Ero un bambino e vidi l’albero arrivare in paese. Era un sogno, un miraggio’. Poi questa storia si interruppe. Gli uomini migrarono verso l’America, verso la Svizzera, verso il Nord. Non c’era più la forza di andare a prendere la pita. L’albero viaggiava a Viggianello, a Pedali, ma non qui. Alla fine, nel 1985, i ragazzi di Zarafa hanno deciso: torniamo in montagna, andiamo a prenderlo questo albero e portiamolo giù. La festa di Zarafa è il più giovane fra i riti degli alberi della Lucania.

Sosta

Versioni che si intrecciano: alcuni ricordano la festa alla fine degli anni ’50. Nei primi anni ’60. Altri non ne hanno memoria. ‘Era sporadica’. Portavano giù un albero per la Madonna. Ma i ricordi di Angelo e di Giovanni sono chiarissimi. Giovanni è certo: ‘L’albero finiva nei terreni della mia famiglia’.

La cuccagna se ne va

Storie. ‘Mia sorella si è sposata negli anni ’50. Per procura. Con un paesano emigrato in America. Non si erano mai conosciuti, forse visti da bambini. Aveva 18 anni. Non mai visto la strada che ora sale ai piani, non ha mai visto il paese con la luce. Ma una volta è tornata a Zarafa’.

Viva la Madonna del Soccorso

Salendo ascolto un paesano raccontare che la figlia sta per partire per la Cina. Ha studiato cinese. E ora va un anno là. ‘Chun ben cha’, sorride lui. Si vede l’orgoglio.

Festa

Grigliata

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Chiacchiere al mattino

Le mattina sono lente. La pioggia si è scatenata nella notte. Ha davvero avuto clemenza per l’ultimo albero. C’è nebbia, arriva il sole. Gli uomini sono in cerchio, su alla radura Mauro. Chiacchierano di buoi. Non capisco nulla. Presto attenzione.

Andiamo a prendere l’albero

Ci sono le donne questa mattina. Portano i dolci. Gli uomini preparano la griglia, il fuoco, il pentolone dell’acqua.

Senza un comando, si sale. Con i buoi. A riprendersi l’albero. Storia facile questa mattina, qualche balzo terrazzato, qualche infrascamento, ma questa è storia breve. Le piante pioniere hanno riconquistato i campi. Tutti ti dicono: ‘Un tempo….’.

La pasta

La tavolata

Tavolata, teloni, pasta al sugo con peperoni amari (zaferani da queste parti), griglia di salsicce, formaggio di capra, frittata ai peperoni, insalata, dolci, liquore di finocchietto, Erotika al cioccolato, limoncelli. Birra, vino. Molta gente, arrivano i musicisti. Ciaramella, zampogna, organetto. Pranzo lungo. Risate. C’è il prete. Don Saverio, viene dall’Argentina. Silenzioso. Un po’ in disparte. Mi dicono: ‘E’ molto amato, si dà da fare’.

Andiamo

Storie. C’era cumpa Mingo – avrò capito bene il suo nome? – che aveva il fucile e sparava. Era geniale, era stato sotto le armi. Aveva la sola televisione del paese anche quando non c’era l’elettricità: aveva uno stabilizzatore e usava la batteria di una macchina

Ora il cammino è facile

La discesa è per la mulattiera. Ci si incaglia nei tornanti stretti. Ma è gioco da ragazzi dopo le praterie di pietre del Pollino, manovra di avanti e indietro, qualche spinta. La pita ha perso la corteccia, scivola giù. A metà percorso, cerchio della preghiera. Il ragazzo con il cappello da cow-boy legge le litanie e canta con voce arrochita. ‘Mammina cara, rendi dolci i nostri cuori induriti’.

Viva la Madonna del Soccorso

Un paio d’ore fino alla vecchia cava, fino alle prime case di Pellettiere. Altro tavolo. Dolci, vino, panini. Ora è allegria, il sole diventa luce di arancio. I volti risplendono. Nelle corti delle case, i tavoli imbanditi. Focacce. Al pomodoro, all’acciuga, al rosmarino. Le donne e i ragazzi con i vassoi. Qui i buoi diventano cocchio reale, tutti davanti alla pita, stanghe di faggio, i colocchi, allacciati uno all’altro. Appare qualche ‘straniero’, capitato lì per caso. Io conosco quella donna dai capelli lunghi e grigi. Chi è? Non mi avvicino, non chiedo. Ha la figlia in collo. Ma io la conosco. Storie di ragazzi, storia della mia terra. Quando eravamo ragazzi. Scompare. Non ho chiesto: chi sei?

Spingere

Ancora poche centinaia di metri. Non c’è piazza al paese, uno slargo alla cappella della Madonna del Soccorso. Ci sono i fiori, il prete si cambia, mette l’abito bianco, c’è il giovane sindaco, l’assessore. La festa selvatica si addomestica.

La preghiera

Ultima birra, ultimo panino con la mortadella. Uomini, donne, buoi fanno cerchio attorno alla cappella. Preghiere, litanie, le labbra si muovono in una voce, gli uomini si tolgono il cappello, stringono nelle mani la corda e il bastone. Il prete cammina in tondo, benedice con gesto veloce, a rotazione.

La focaccia

Ecco, finita, il sole è andato, c’è il palco, il ‘complesso’ comincerà a provare. ‘Musica è un emozione’, dice un manifesto. Gli uomini hanno lacrime agli occhi, ci si abbraccia, ci si bacia. Un appuntamento all’anno prossimo. Loro ci saranno.

La banda

La banda

La Madonna del Soccorso

Le notte è per tre ore di musica. La cantante non sa nemmeno dove è finita. Ma sa far ballare la gente. C’è chi non aspettava altro. Gli escavatoristi e i ualani volano in polke e mazurke. Guardo affascinato i loro piedi, roteano senza che io riesca a capire il ritmo. E poi ci si trasforma in ragazzini: i trenini, le corde, il cerchi, il muratore riesce a prendermi per mano. Ballo di nuovo, una sola volta, con addosso paura e timore. C’è Cecchino, chitarrista, star di Radio Potenza Centrale, con giacchetto di pelle e occhiali scuri i suoi anni addosso. Dice: ‘Io praticamente fisicamente è la prima volta che vengo qui’. Con la voce ci sa fare.

Ballerini solitari

Un tipo con la giacca rossa canta i Dik-dik: ‘Ho spento già la luce…cameriere lascia stare’. Dove sono i Procul Harum? Se solo lo sapessero… I bambini reclamano Occidentali’s Karma. Namastè. E ballano tutti agitando le braccia a hola. Un amaro del capo a notte. Non ho voglia di dormire, do un tocco all’albero che ci ha portato fino a qua. E’ lui a portare questa gente nelle montagne e lui a riportarla a valle. Dovremmo essergli grati. Dalla camera insonne sento la musica finire. Immagino i musicisti smontare il parco, la busta del compenso, la stanchezza, la notte.

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Al lavoro al mattino

Vado via. Non vado via. C’è ancora il sole, le tempeste sono al Nord. Domenica. Dieci uomini trafficano attorno all’albero. Si alza il più piccolo, la cuccagna. Senza trombe, né fanfare. C’è da alzarlo, alziamolo. La rocchetta (la cima, come glielo spiego a chi niente sa di questa festa) è stata tagliata giorni prima. ‘In privato’. E’ un albero di natale, viene dal giardino del meccanico. Due colpi di moto sega, l’incastro è pronto. Cinghie di metallo. Qualche colpo di martello. Un trattore a sollevare. Corde a dare equilibrio ai lati. Strette con un nodo che si scioglie tirando. Tecnologia moderne: per capire se è dritto, filo a piombo, anzi a sasso e un occhio chiuso. Angelo dà gli ultimi consigli. L’albero è nel buco, nello scasso, ai lati della strada. Ci sarà l’asta per il legno. E una vaga promessa: che rimanga lì almeno fino a Natale, che i paesani possano vederlo fino all’inverno.

Rocchetta e cuccagna

Tecnologia, filo a sasso

Vado via davvero. Non voglio andare via. Ci sono le tovaglie da altare, immacolate, il sole è ancora generoso. Le sedie nello spiazzo davanti alla cappella per la messa. Le donne sono già ai fornelli per il pranzo della Madonna del Soccorso. Pasta al forno, immagino. Vado via.

Alzano l’albero

Passo davanti agli uomini, le mani si protendono nel finestrino dell’auto, vengono tutti a salutare, a mettere le mani sul braccio. Adesso sono io che quasi piango. Buttano dentro un panino alla mortadella. Vado via.

Mettiamolo dritto

Mi fermo sul crinale, in alto. La valle del Mercure là sotto. Cerco di trovare Zarafa. La immagino. Mangio il panino. Vado via. L’ultimo albero.

 

(Mi fermerò al bar Biancospino, sotto San Severino, dove ci sarà la stessa barista, gli stessi uomini seduti e ordinerò lo stesso chinotto. Ahi, ha finito il chinotto).