Marhaba

Testo e foto di Fabrizio Rovella

 

Bruce Chatwin ,a proposito di Tim-buk-too, diceva: ‘Sono tre sillabe che come una formula rituale, una volta udita, ti si fissa per sempre nella mente’.

La mia parola, dopo trent’anni di viaggi in paese arabi e musulmani, è: Ma-raha-ba.

Che cosa vuol dire?

Molto semplicemente: Benvenuto, benvenuti

Ricordo la prima volta che l’ho udita:

1988, viaggio in Turchia, verso il monte Ararat.

La notte ci sorprese in un villaggio dell’Anatolia centrale. Eravamo stati sprovveduti. Eravamo quasi senza benzina, due grandi camion erano fermi davanti a una vecchia pompa.

I due camionisti ci accolsero: Marhaba!! Ci consigliarono di mettere il nostro fuoristrada in mezzo ai loro due camion. Da una casupola uscì un uomo. Fu una bella notte. Al mattino ci svegliarono con tè e biscotti.

Un altro viaggio. Il Tanezrouft, il Deserto dei Deserti, fra Algeria e Mali. E’ una terra piatta, potreste scorgere un filo d’erba a chilometri di distanza. Con imprudenza, viaggiavamo di notte. Ci orientavamo con Orione e le Pleiadi. Ancora una volta apparve un camion. Era fermo.

E ancora una volta, due camionisti ci accolsero: Marhaba!!

Erano commercianti Tuareg, trasportavano mercanzie.

Passammo la notte sotto al camion. Giri di té, datteri e chiacchiere. A volte, in Sahara, è come se ci si conoscesse da sempre.

Marhaba. E una famiglia siriana ci accolse appena varcata la frontiera del loro paese. Ci invitarono a sedere su alcune stuoie, arrostirono carne alla brace, bevemmo caffè. Facevamo parte della famiglia.

Marhaba è la prova che vi è speranza, che l’umanità non è pazza.

In Mauritania, alcuni anni fa, in viaggio nella brousse apparvero grandi tende nere. Era un accampamento. I pastori nomadi si alzarono, il loro saluto fu tranquillo: Benvenuti. Stava per svolgersi un matrimonio del deserto, due importanti famiglie stavano per diventare parenti. Fummo ospiti d’onore a una festa con corse di cammelli, balli e orchestre di tamburi.

MARHABA