Testo di Andrea Semplici

‘Non ho combattuto per la patria, ma almeno dipingerò per essa’, scrive Eugène Delacroix, celebre pittore romantico francese.

Era l’autunno del 1830. Il popolo di Parigi, in estate, era stato capace di ribellarsi alle leggi liberticide di re Carlo X. I parigini non avevano dimenticato la loro vecchia Rivoluzione: insorsero nuovamente e il re fu costretto a fuggire in Inghilterra. Delacroix immaginò una donna a seno nudo che guidava la rivolta, che incoraggiava gli uomini e prendeva la testa della ribellione impugnando il tricolore francese: è la libertà che guida il popolo, è la libertà che nasce dalle barricate. E’ Marianna, Liberté, egalité, fraternité….

Il quadro venne acquistato dal governo francese, ma il successore di Carlo X, Luigi Filippo, ordinò che fosse confinato, quasi invisibile, in un attico. Ne aveva paura. E aveva ragione: diciotto anni dopo fu, a sua volta, venne cacciato dal popolo. La donna con la bandiera, allora, riapparve nelle brevi settimane della Terza Rivoluzione francese.

Sparì nuovamente, per ricomparire ostinata, nel 1855, all’Esposizione Universale. Oggi, Marianna si trova al Louvre.

Meglio: anche al Louvre. Marianna, ogni tanto, esce, se ne va per strada, trova i ragazzi delle sue ribellioni e allora, a volte, si fa dare una bandiera. A Parigi, a Milano, ad Harare, a Dublino e sale sulle spalle di un amico. E guida una nuova rivolta.

I fotografi se ne accorgono.

foto di Jean Pierre Rey (dal sito dell’International Center of Photography)

Caroline, liberté, egalité, fraternitè

13 maggio del 1968. Gli studenti della Sorbona contro la polizia di De Gaulle. Piazza Edmond Rostand, dalle parti dei giardini del Luxembourg. Quartiere dell’Odéon. Grande manifestazione. Caroline ha 27 anni, è felice di essere in mezzo a tanti ragazzi. E’ capitata quasi per caso nella protesta. Non era un’attivista. Era una modella. Lavorava per Dior. Ha un passaporto inglese e nobili origini. Frequentava artisti, scrittori, pittori, fotografi. Aveva girato l’Europa. Aveva conosciuto Andy Warhol e, raccontano, avuto un flirt con Lou Reed. Non so se fosse già sposata con un bravo sassofonista, Barney Willen. So che a quella manifestazione era assieme a un pittore, Jean Jacques Lebel. In piazza Rostand, Caroline decise che era stanca. Le facevano male i piedi. E l’amico si offrì di prenderla sulle spalle. Non so chi le passò una bandiera del fronte di liberazione del Sud Viet-nam. Lei la prese. Le dissero di sventolarla il più in alto possibile. Era felice di farlo. ’Ero contro quella guerra, ero contro la violenza, mi piaceva essere lì’.  Caroline non dimentica di essere una modella, scorge l’attenzione dei fotografi, ha l’istinto del suo mestiere. Ha gesti solenni, sa di compiere qualcosa di importante, vuole essere vista, ammirata. Vuole rafforzare un’idea.

Caroline non poteva sfuggire agli occhi di Jean Pierre Rey, fotografo dell’agenzia Gamma. Quell’immagine divenne un’icona. Come poteva essere altrimenti: una ragazza bionda, bella, altera, serissima con una bandiera del Viet-Nam in mano e, attorno, ragazzi che gridano. Il fotografo si alza sulla punta dei piedi, scatta, non riesce a toglier via quella testa in primo piano, ma l’imperfezione della foto, la rende perfetta.

Caroline diventa ‘Il Maggio’ francese. Diventa: ‘Siamo realisti, chiediamo l’impossibile’. Diventa: ‘Cosa vogliamo, vogliamo tutto’. Diventa: ‘Fate l’amore, non a guerra’.

E questa è Parigi: Caroline rimane Caroline (questo ve lo posso confermare), ma i francesi pensano a Marianna, alla personificazione della Repubblica, a liberté, egalité, fraternité. Pensano alla donna, la Libertà, che, tricolore nella mano destra, ha guidato, centocinquant’anni prima, il popolo contro un potere reazionario. Dieci giorni dopo (niente fb, in quegli anni) quella manifestazione, la foto di Caroline appare su Life, conquista le pagine di tutti i giornali. Lei si rivede su un quotidiano italiano, Il Tempo, mentre è a Roma. E, alla fine, un mattino, assieme alla colazione, la copertina di Paris Match, cade sotto gli occhi del nonno della giovane modella rivoluzionaria.

Il nonno di Caroline è Maurice Arnold, conte di Bendern. Aristocratico. Conservatore. Potente uomo politico. Ascendenze asburgiche. Un patrimonio di oltre sette milioni di sterline. Un uomo intransigente e ombroso. Ha già diseredato il padre di Caroline. Ha voluto un’educazione severa per quella nipote. Le ha imposto scuole viennesi. A quindici anni, voleva offrirla in moglie all’ex-re di Jugoslavia. Ma lei apparteneva alle inquietudini degli anni ’60. Cercò di sfuggire alla tutela del nonno. Se ne andò a New York. E’ lì che conobbe Warhol, che amò il giovane musicista Lou Reed. Non durò molto, Caroline tornò in Europa, si stabilì a Parigi, dove trovò lavoro come modella. Molto apprezzata. Ma il nonno non lo sopporta: le taglia i viveri e quando la riconosce in quella foto va su tutte le furie: si incontrano a Biarritz ed è un litigio irrimediabile. Caroline sbatte la porta e se ne va. Libera, e senza un centesimo di eredità. Il nonno non vorrà rivederla: ‘Rimpiangerai il tuo gesto’, le dice, poco prima di morire, quando lei gli telefona.

Anche il mondo della moda la mette al bando. Una gauchiste non può sfilare. ‘Quella foto ha fatto a pezzi il mio lavoro’, dirà per anni Caroline. E allora decide di unirsi a un gruppo di cineasti scombinati. Con loro ha già girato un film underground. Ora vogliono andarsene in Africa, vogliono raggiungere Zanzibar. Ma, ad Algeri, il regista, Serge Bard (ha una sua fama eccentrica, ne parla l’immancabile wikipedia) si converte all’Islam più radicale, rifiuta le immagini e, a quel che si dice, getterà la sua telecamera nelle acque del Niger. Per quel che leggo, Caroline e due amici continuano il viaggio per oltre un anno.

No, Caroline non mi appare cambiata. Trovo (la trovano tutti coloro che ne parlano) una intervista del 2017. Al Guardian. Da anni, la ragazza con la bandiera, l’icona del Maggio francese, vive in Normandia. In campagna. A Mainneville, un piccolo paese di meno di cinquecento persone. Ogni tanto qualche giornalista va a importunarla. In genere negli anniversari del ’68. Lei ha provato a prendersi i diritti su quella immagine: ha intentato tre cause contro l’agenza Gamma: ha sempre perso. Massimo Nava, dieci anni fa, sul Corriere della Sera descrisse il disordine selvatico del suo salotto: vi trovò, sparse sui tavoli, Vogue e Amica con le foto di Caroline in copertina. Il Maggio è ancora dentro di lei, ve ne è traccia ovunque nella sua casa. Il suo compagno, all’epoca, era, ancora una volta, un musicista, Jacque Thollot, un bravo batterista, virtuoso del free-jazz. E’ morto nel 2014.

Tre anni dopo, nel 2017, ancora un giornalista, questa volta inglese, va a Mainneville. Cerca Caroline. Non a caso: lei, ora, donna inglese da mezzo secolo trapiantata in Francia, è in prima fila nelle battaglie contro la Brexit, ha parole durissime contro Putin e la xenofobia.

No, non si trovava per caso in piazza Rostand, quel giorno di maggio. Né lei, né il fotografo.

Foto di Toni Thorimbert (da tonithorimbert.blogspot.com)

Giovannina, il pane e le rose

Non devono essere buoni giorni per Giovannina. Il suo Brasile va a destra, imbocca nuovamente la via di un fascismo che sembrava cancellato dalla storia. Lei sta con Lula, con Dilma. Devono davvero essere giorni penosi per questa donna italiana. Penso questo mentre leggo del suo impegno con la sinistra brasiliana. Non so nulla di Giovannina. Non so come sia andata a vivere in Brasile, deve essere accaduto molto tempo fa, so che ha una figlia, ma non so che mestiere faccia e lei ha deciso di non far sapere nemmeno il suo cognome. Ma so che in un giorno di ottobre dello scorso anno ha mandato un messaggio a un affermato fotografo di moda. Ha scritto a Toni Thorimbert, 61 anni, nato in Svizzera, ma cresciuto a Pioltello alle porte di Milano. Giovannina non conosceva Toni, ma, per uno di quei casi che a volta accadono, aveva fatto in tempo a vedere, in Brasile, in televisione, una trasmissione di SkyArt. Toni raccontava la sua storia di fotografo e, a un certo punto, ha mostrato una delle sue foto più celebri. Giovannina ha avuto un balzo al cuore: quella ‘ragazzina’ che danzava sulle spalle di un altro ragazzo e faceva volare il pugno verso il cielo era lei, era lei, era lei. Quarantatré anni prima…

Coincidenze della storia. Se la memoria di Toni non inganna, era il 13 maggio del 1974, sei anni esatti dopo la foto di Caroline, la Marianna del ’68. Quella ragazzina ritratta nella foto, nel nostro immaginario, divenne la Marianna italiana. La nostra Marianna. Quel giorno l’Italia respingeva il Medioevo sociale, bocciava il referendum sul divorzio, diceva ‘no’ all’abrogazione di una legge che donava libertà a uomini e donne. In un paese dominato dalla Democrazia Cristina fu davvero un giorno storico, la coda del ’68 italiano, prima che arrivasse la tempesta brutale della fine degli anni ’70. Quel giorno, Giovannina compiva 18 anni ed era la ragazza più felice del mondo. Andò alla manifestazione, davanti alla Palazzina Liberty, il teatro appena nato di Dario Fo e Franca Rame, nel centro del parco di largo dei Marinai d’Italia, a Milano. Non poteva non esserci anche Toni: lui ha 17 anni, fa il fotografo per Lotta Continua, ha i capelli lunghi e veste un pastrano che assomiglia a un eskimo. E una Nikon in mano, forse una Fm2. Con montato sopra un obiettivo 135 millimetri. Dario Fo sta recitando Mistero Buffo. I ragazzi sono davvero felici. E’ una festa.

A volte accade, è vero? Non so se venga in mente a lei (è piccolina, leggera, ha capelli lunghi e un sorriso che regala forza) o sia un’idea dei suoi amici. Sale sulle spalle di un ragazzo. Indossa una maglietta a maniche corte (eppure doveva essere un giorno freddo, nonostante il maggio, a giudicare dai maglioni dei suoi amici) e jeans a zampa di elefante. Sale verso il cielo, Giovannina. Cerca un equilibrio. Mani la sostengono, si intrecciano con le sue. Le sorreggono le gambe, giocano con la sua mano, il ragazzo che la tiene sulle spalle cerca di non muoversi. E lei danza, danza, danza. Alza il pugno, grida, oscilla. Canta. Non so quanto duri la scena. Toni non si perde il momento. ‘E’ la foto che ti cattura’, ha sempre ripetuto Henri Cartier Bresson. Toni scatta almeno quattro fotografie. Una sequenza, con una macchina manuale. Il suo giornale, Lotta Continua, pubblica subito quella foto. E la ruota delle immagini si mette davvero in movimento: la ‘ragazzina’ scompare, ma diventa anche lei l’icona di un tempo felice e ribelle. Il suo sorriso contagia tutti noi. E’ ‘Il pane e le rose’. As we come marching, marching in the beauty of the day,/A million darkened kitchens, a thousand mill lofts gray,/Are touched with all the radiance that a sudden sun discloses,/For the people hear us singing: “Bread and roses! Bread and roses!”.

 

Passa il tempo, passano gli anni. Toni diventa un fotografo di moda, un bravissimo ritrattista. Ha una sua fama. Accade anche questo: in un trasloco il negativo di quella foto scompare. ‘Non ne ho mai perso uno. Proprio quello dovevo perdere’, si dispera Toni. Ma ha i provini a contatto e una, superstite, stampa 18×24. E così quella foto continua il suo giro del mondo. Appare su giornali, su riviste, in mostre, apre il libro di Toni che racconta la sua vita professionale. E lui non dimentica mai la ‘ragazzina’ e i suoi 17 anni di libertà. E, quattro decenni dopo, va in televisione e mostra ancora una volta quella foto. Dall’altro capo dell’oceano, Giovannina si ritrova all’improvviso. E, credo, pianga di gioia. Oggi è possibile rintracciare Toni, gli scrive via web un semplice messaggio: ‘E’ lei il fotografo? Quella foto mi ha accompagnato per quarantadue anni. Ha segnato un momento speciale. Mia figlia ha conosciuto un lato di me di cui sono fiera’. Ho le lacrime agli occhi mentre lo scrivo. Immagino la figlia, lontana dall’Italia, che guarda la foto e poi sua madre: ‘Hai fatto questo?’. E l’abbraccio fra le due donne.

 

Toni non crede a quanto sta leggendo. ‘Sei tu, sei tu’. ‘Fantastico, fantastico’. Non trova le parole. ‘Anche per me è una foto importante’. Giovannina: ‘Questa immagine mi ha dato coraggio nella vita’. Toni: ‘Quella tua felicità ha illuminato un pezzo importante della mia vita e quella di tanti compagni. Tutto questo significa tanto’. Lei: ‘Poterti ringraziare per me è gratificante’.

 

La foto è stata copertina di un grande disco degli Area di Demetrio Stratos. E’ finita su un bel libro di Stefano Tassinari.

 

‘Quella foto appartiene al movimento’, dice ancora Toni. ‘Io non ho perso l’entusiasmo’, rassicura Giovannina.

 

Mentre avanziamo marciando, marciando lottiamo anche per gli uomini/perché sono figli delle donne; grazie a noi nascono di nuovo./Nella nuova vita ci sarà dolcezza dalla nascita fino alla fine;/le anime come i corpi possono morire di fame; dateci pane, ma dateci anche le rose!

 

Foto di Ben Curtis (ho fotografato un ritagli della prima pagine di Repubblica)

Yara, Marianna d’Africa

 

Ho letto un solo articolo, una sola intervista. E ho visto una sola foto di Yara. Ho cercato nel web. Niente. Non sono stato capace di ritrovare questa bella foto. Come scomparsa dal web, almeno per le mie distratte ricerche. Per me era la Marianna dello Zimbabwe. La mia ‘terza Marianna’. Potevo finalmente scrivere una storia. Collegare fili. Yara ha 34 anni quando quella foto è stata scattata ad Harare. Nata e cresciuta in Africa. Bianca. E’ salita sulle spalle e le braccia di africani. I suoi amici. E’ felice. ‘Una gioia incontenibile’, dirà.

 

Lo Zimbabwe, quel giorno, novembre del 2017, si scrollava di dosso un regime autoritario durato 37 anni. Dal 1980, anno di una gloriosa libertà, fino alla tirannia senile: Robert Mugabe ha ricalcato le orme degli ex-combattenti diventati, negli anni, schiavi del loro potere. Da eroi leggendari a dittatori grotteschi e spietati. Ad Harare si pensava che il suo dominio fosse infinito. Certo, prima o poi sarebbe morto, aveva 93 anni, si diceva che stava apprestandosi alla finzione di lasciare lo scettro a sua moglie Grace. Era troppo anche per i militari zimbabweani. Venne destituito da un colpo di stato senza alcun spargimento di sangue. Il suo potere si è sgretolò in un giorno e, nella notte, la felicità esplose per le strade della capitale. E fra le migliaia di gente in festa, c’è Yara, una piccola donna bianca, in pantaloncini corti e una maglietta azzurra a canotta. In questa foto è la sola donna e, attorno a lei, i volti e le mani festanti di decine e decine di uomini. Tutti uomini. Yara, forse, non se accorge nemmeno, non avrebbe mai pensato di potere vivere questo giorno dopo gli anni della paura e della disperazione. Quella notte vi era davvero spazio solo per la felicità. E lei, come Giovannina, danzava sulle spalle degli uomini.

 

Non si accorse nemmeno di Ben. Non si rese conto della macchina fotografica che ruotava per inquadrarla. Ben Curtis è un fotografo dell’Ap, vive a Nairobi, ha un curriculum lunghissimo di premi e riconoscimenti. Non poteva non essere ad Harare alla caduta del regno di Robert Mugabe. Non poteva non essere in piazza. E non poteva perdersi quei minuti in cui Yara sale sulle spalle degli uomini e danza la libertà. E’ la macchina fotografica che reagisce a istinto.

 

Io vedo quella foto sulla prima pagina di ‘Repubblica’. La ritaglio. E poi la smarrisco fra i miei diecimila fogli. Yara mi scompare. La ricerco sul web: non la trovo. Non c’è. Nemmeno fra le foto di Ben, nemmeno nelle immagini che lui sceglie per raccontare quei giorni. Perché? Deve esserci una storia non detta. Trovo il facebook di Yara: nessun accenno alla foto. Non posso raccontare la storia della Marianna africana senza quella foto. E lei, alla fine, mentre getto via carte su carte, riappare: è lì, bellissima, una foto in movimento, una foto che non è voluta diventare icona per ragioni che decido di non sapere (non scrivo a Ben, non scrivo a Yara, non chiedo, perdonatemi).

 

Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, trova Yara all’indomani di quella foto. La ragazza era stupita, non poteva immaginare che la sua immagine stesse facendo il giro del mondo: ‘Non mi sono nemmeno accorta del fotografo. Ero lì, ero solo felice. Poche volte nella mia vita mi sono sentita così. La foto racconta della mia felicità’. Mi immagino Yara, sorpresa da una telefonata dall’Italia. Ma ha già visto qualche giornale con quella foto, non è inconsapevole. Ma ora non ha pensieri. Lei ha una piccola azienda turistica. Ha coltivazioni biologiche. Lo Zimbabwe è il suo paese. E’ africana. Ha vissuto le crisi e i drammi della sua terra. Per anni ha sperato in silenzio, ha vissuto con addosso i timori del futuro. Non so niente di lei. Ricorda: ‘Avevamo paura a uscire per strada la sera. Non ti sentivi mai sicuro, c’era tanta sofferenza, e da tanto tempo: il sogno del cambiamento appariva lontano, impossibile’. E, invece, a volte i miracoli accadono in un giorno. ‘La gente si è alzata, insieme e ha parlato. Ha detto che era tempo di cambiare. E ha visto le cose cambiare’. E quindi vai in piazza, hai voglia di cantare, di abbracciarti con tutti coloro che incontri, credi che il domani sarà diverso, vuoi che la gente fuggita dal tuo paese torni a casa. Yara non ha una bandiera in mano, alza un braccio verso il cielo, il suo equilibrio è instabile, è come se fosse sorretta dal cielo, mani nere la sostengono dal basso, lei sembra sulle spalle di due uomini, forse vogliono passarle una bottiglia d’acqua. Marianna della contemporaneità africana.

 

E quella foto? ‘Forse la incornicerò, un giorno la regalerò ai miei nipotini, quando li avrò. Per dire che la nonna era lì quando cominciava una nuova era’.

 

Non so niente di come vadano le cose un anno dopo la caduta di Robert Mugabe. Non so niente di Yara. Non so niente del destino dei sogni cullati quella notte di ebbrezza. Ogni tanto sbircio il suo facebook. Vedo che mostra la bellezza del suo paese. Prendo il ritaglio con la foto, non cerco la luce adatta, non uso trucchi, ho qualche timore, forse Yara voleva dimenticare?, ho il diritto di costringerla al ricordo? Forse è stata a lei a chiedere che quella foto fosse cancellata perfino dal web.

 

Fotografo il frammento di giornale. Tutto qui. Spero che Marianna sia ancora felice.

 

E poi c’è lei…con quei capelli un po’ rasati, un po’ lunghi. E’ bellissima. E felice anche lei. E, naturalmente, sulle spalle di un amico. Ride, alza il pugno. La foto è dell’Afp. E racconta della felicità delle donne e degli uomini di Dublino per la vittoria nel referendum che vuole abrogare la legge costituzionale che vieta l’interruzione di gravidanza. Non so niente di lei, non ho trovato nemmeno il nome del fotografo. Forse ho cercato con distrazione.

Queste foto le ho prese dal web. Per raccontare di Marianna. Non me ne vogliano i fotografi, né queste donne, che hanno avuto e hanno ‘importanza’ nella mia vita.

E poi c’è lei…con quei capelli un po’ rasati, un po’ lunghi. E’ bellissima. E felice anche lei. E, naturalmente, sulle spalle di un amico. Ride, alza il pugno. La foto è dell’Afp. E racconta della felicità delle donne e degli uomini di Dublino per la vittoria nel referendum che vuole abrogare la legge costituzionale che vieta l’interruzione di gravidanza. Non so niente di lei, non ho trovato nemmeno il nome del fotografo. Forse ho cercato con distrazione.

Queste foto le ho prese dal web. Per raccontare di Marianna. Non me ne vogliano i fotografi, né queste donne, che hanno avuto e hanno ‘importanza’ nella mia vita.