Mario alla fine se ne è andato.
E’ inverno, ma spero che, per un’ultima volta, la finestra della sua stanza di ospedale sia stata aperta su quel paesaggio marchigiano che, lui, giramondo instancabile, amava così tanto.
Mi fa sorridere Michele Smargiassi quando ricorda che Mario abitava a Fermo, ma non stava mai fermo. E non aveva patente. Ricordo quando gli chiesi: ‘Dove stai andando’ e lui mi rispose ‘In val di Susa’. A ottanta anni, senza un’auto. Come ci arrivavi in Val di Susa, Mario?  E come arrivavi ad Accettura, fra i  monti della Lucania, là dove è complicato arrivare? Là, sai, ti hanno amato e ancora le tue foto, di trent’anni fa, sono appese nei bar. L’uomo che cercava la luna? Ricordi? Molti anni dopo andai a cercare l’uomo che avevi fotografato mentre scalava un albero verso la luna e lo fotografai nuovamente con quella vecchia immagine in mano. Ne fu felice. 
Se ancora oggi scatto qualche foto, lo devo a lui. E’ stato lui a restituirmi fiducia nella forza, nella bellezza, nella nostalgia della fotografia. 
Fu lui, un giorno che andammo a vedere una sua mostra in un paese delle Marche, a guidarci per le sue foto, a dirci di Samuel Beckett o di Juliette Greco. E poi, allora visitatori di passaggio (Daniela aveva semplicemente telefonato a chi organizzava la mostra e ci trovammo a parlare con te, a passare giorni assieme, chi voleva più andare via?), ci ospitò nella sua piccola casa dove smarriva le foto uno dopo l’altra, fra l’allarme dei suoi amici. 
Come mi piaceva come corteggiavi le ragazze. Ricordo un documentario degli anni ’60. Intervistavi le operaie di una fabbrica di Reggio Emilia e si vedeva che le stavi corteggiando. Qualche mese fa siamo venuti a trovarti, con Mario, con Francesca, in ospedale. E ho sorriso con gioia quando ti ho visto corteggiare quella ragazza che ti portava una tesi che aveva scritto e della quale si vergognava un po’. So che ti fece piacere. 
E’ sempre Michele Smargiassi che ricorda una frase che ripetevi sempre: ‘Non voglio essere ricordato perché ho fatto delle belle foto, ma perché ho voluto bene alla gente’.
Stai tranquillo, Mario. Questo lo sappiamo, ma guarderemo sempre le tue ‘belle’ foto, sapendo che dietro vi era una ‘complicità’.
Un abbraccio forte a Laura. 

Mario Dondero a Pieve Santo Stefano

Un giorno convinsi Mario a parlarmi della Bellezza. Pensate: era un’intervista destinata a un libro di economia, un libro sullo sviluppo. E nella sua casa di Fermo, scansando scatole di fotografie, parlammo a lungo. Di un vecchio documentario. La domanda è ancora attuale, sostituite Ronald Reagan con molti altri e pensate a cosa ne sanno di Piero Della Francesca…
Il documentario che doveva narrare del rapporto fra la cultura, la bellezza e il presidente americano non venne mai fatto. Avrebbe avuto il titolo splendido che noi decidiamo di far riapparire per questa intervista. Non ho capito bene le ragioni per le quali le riprese non cominciarono mai, ma il progetto di Mario Dondero e dei suoi amici era intrigante: le politiche del presidente-simbolo del neoliberismo più impietoso della storia recente sarebbero state diverse se si fosse soffermato ad ammirare i capolavori di uno dei più grandi pittori del Rinascimento italiano?
Attenzione, questa è una strana non-intervista. Soprattutto per un libro di economia. Mario Dondero è fra i più grandi fotografi del ‘900. Ha 83 anni e, come dicono i suoi amici più cari, è un bugiardo. Perché, in realtà, ne ha quattro volte venti. Tanta è la sua energia, la sua curiosità, la sua capacità di sedurre chiunque lo avvicini. E’ sempre in movimento, Mario: per questa intervista abbiamo dovuto inseguirlo fra Milano, Parigi, Bologna prima di riuscire a fermarlo nella sua piccola casa di Fermo con la promesso che il giorno dopo lo avremmo accompagnato in un viaggio. Perché Dondero è un fotografo che mai ha avuto la patente. Viaggia in treno, in corriera, sulle auto degli amici. A piedi. Come ha fatto a fare il fotografo? La fotografia, per lui, non è stata un’arte, ma una maniera, la più efficace, per raccontare storie. Meglio: per raccontare l’uomo. Ha detto Mario Dondero: ‘Una strada non è una strada, o una finestra non è una finestra se non c’è la presenza umana’. E mettere al centro l’uomo è uno dei cardini di chi elabora le teorie dello sviluppo umano. Mario non lo ammetterebbe mai, ma le sue foto sono di grande bellezza. E sono imperfette, colme di difetti ‘tecnici’, ma hanno la rara capacità di cogliere l’essenziale di un uomo o di una donna. Vale la pena ascoltarlo, allora. E riflettere su questa idea della bellezza che l’economia non riesce quasi mai a comprendere nei suoi manuali.

Con la sua ‘macchinetta’

Tu hai coltivato una strana bellezza, Mario. Le tue foto hanno raccontato il ‘900. Hai fotografato artisti, scrittori, musicisti, tutti cultori del bello. Cosa è la bellezza?
‘Non so dirtelo. So che la bellezza travalica la questione estetica. E’ un’etica’.
Una bella fotografia riesce a raccontare la povertà?
‘Sì, c’è una foto di Salgado che ritrae un minatore brasiliano mentre afferra la canna del fucile di un guardiano. I suoi muscoli sono tesi, il suo sguardo è ribelle. E’ un’immagine di Spartaco che fronteggia un soldato romano. E’ una foto di grandissima forza. Ma Salgado corre un rischio: in lui, a volte, prevale l’estetica e questo edulcora il risultato. La bellezza estetica può confondere, può essere un trucco che ti fa evadere dalla profondità delle cose. A volte credo che ci sia un eccesso di bellezza nelle immagini. Se vuoi essere esteticamente seducente, corri il pericolo di perdere la sostanza delle cose. Il bello può essere dannoso, se serve a nascondere il vero. Ho visto foto molto sofisticate della guerra in Afghanistan che non raccontavano niente. Ho il timore che belle immagini, tecnicamente perfette, servano a far dimenticare quello che non si vuol fare vedere. Peggio: il non raccontare diventa l’obiettivo principale. Ho in mente invece foto che io non riuscirei mai a fare: un fotografo napoletano, Luciano D’Alessandro, ha mostrato i ricoverati in un ospedale psichiatrico e lo ha fatto con immagini dalla composizione perfetta. Sono foto splendide, ma non ingannano. Restituiscono la tristezza di quel luogo’.
Domanda senza correttezza politica: la povertà può essere bella?
‘Ricordo i contadini egiziani. Gente poverissima. Era gente di una grande eleganza. Sai cosa abbrutisce più della povertà: il consumismo? Oggi un contadino indossa tute e cappellini pieni di pubblicità’.
Ho la sensazione che la bellezza sia una storia riservata ai ricchi.
‘Le case di terra cruda, di acqua, malta e paglia dei villaggi del Mali sono infinitamente più belle delle ville di Berlusconi. Le pitture rupestri più antiche sono sempre più belle di quelle più vicine a noi. I disegni che i bambini fanno prima che una maestra venga a insegnar loro come dipingere sono migliori di quelli che faranno dopo. C’è autenticità, freschezza, spontaneità nella vera bellezza. Questi erano temi cari a Pasolini. Il buon gusto è qualcosa di spontaneo. Il cattivo gusto è artefatto. Quando si smarrisce l’ingenuità, si diventa piccolo borghesi e non si è più niente. La bellezza ha leggi semplici. E’ semplicità’.
Mi stai dicendo che la modernità standardarizza, favorisce la bruttezza?
‘No, non essere sempre definitivo. Ci sono designer che sono poeti. Non credo che esista una legge valida per ogni occasione: a Matahusen ho visto il memoriale costruito dagli architetti. Bello, ma non rimandava la drammaticità di quel luogo’.
Il socialismo ha tradito la bellezza, mentre il capitalismo è stato ben più fertile. So di darti un colpo basso con questa affermazione.
‘Non sarei così radicale. Il socialismo può essere deprimente. Forse lo è diventato. Ma i russi dell’epoca della rivoluzione hanno espresso un livello artistico straordinario. Poi è finito l’entusiasmo. C’è stato un imbarbarimento. Ma il primo momento rivoluzionario è stato altamente creativo. I primi comunisti erano persone cortesi. Oggi, in Russia, gli ex-comunisti sono dei cafoni. Sono tornato in quel paese dopo molti anni e ho incontrato un regista. L’ultima volta che lo avevo visto stava girando un film su Majakovskij. Oggi, con aria desolata, mi ha detto che stava facendo spot sugli antifurto’.
Sembra che la conservazione della bellezza sia incompatibile con lo sviluppo. E’ così?
‘L’istinto della bellezza è una dote che va coltivata. Ci sono state stagioni, nel corso della storia, in cui si è raggiunta qualcosa di molto vicino all’armonia. Penso al paesaggio toscano. E’ stato costruito dall’uomo. Oggi la fretta, l’avidità, un falso senso del risparmio per guadagnare più denaro sono minacce concrete alla bellezza. Una casa contadina in Toscana è bella. E’ stata costruita da contadini. Da muratori che ben sapevano cosa stavano facendo. In questi anni si rischia di perdere saperi, mestieri, competenze. La bellezza ha bisogno di tempo. E invece, spesso, si confonde lo sviluppo con il progresso. Io abito nelle Marche, un paesaggio di grande dolcezza, gente cortese, eppure chi ha costruito le fabbriche non ha avuto attenzione per questo luogo. Altrove, a volte, sono stati chiamati architetti bravissimi a progettare le fabbriche e paesaggio e industria sono riusciti a convivere’.
La bellezza è economia?
‘La bellezza è legata al talento. All’amore per le persone, per le cose , per l’ambiente. Ripeto: non confondiamo lo sviluppo con il progresso. La bellezza è contagiosa: se faccio qualcosa di bello, anche chi mi sta vicino sarà tentato di rifarlo. La bellezza è anche economia e ha un grande valore economico perché rende attrattivo acquistare qualcosa di bello’.
I Medici erano banchieri potenti. Seppero chiamare attorno a loro una corte di artisti straordinari. Un potere economico fortissimo può essere sensibile alla bellezza?
‘Qualche volta è successo nella storia. Il Rinascimento fu un’epoca straordinaria. C’era contaminazione fra artisti. E i Medici avevano un’alta sensibilità estetica. Se devo pensare al Novecento mi viene in mente l’esperienza di Adriano Olivetti. Era un mecenate. Un capitalista che metteva al centro l’uomo. Vi sono imprenditori che invece sono ambigui e cinici: usano la bellezza per poter vendere di più un prodotto. Oggi non vedo grandi illuminati nel mondo del capitale o della finanza. Mi sembra un universo di furbi, gente senza né visioni, né pietà. Ci sono i collezionisti, è vero, ma loro vogliono mettere la bellezza in cassaforte, non condividerla’.
Luoghi come gli ospedali o i carceri possono essere belli? Voglio dire: possono aiutare a vivere meglio i giorni da reclusi o da malati?
‘Ho fotografato gli ospedali. Sono stato rimproverato di aver reso belli dei luoghi che erano disastrosi. Ma qui non stiamo parlando di fotografia: sì, questi luoghi possono essere belli. Non sta scritto da nessuna parte che debbano essere brutti. Ma bisogna stare molto attenti: il carcere dell’isolotto di santo Stefano a Ventotene è un capolavoro architettonico, ma è uno dei luoghi più crudeli che l’uomo potesse immaginare. La sua bellezza era così raffinata da trasformarsi in claustrofobia per chi, come Pertini, vi fu detenuto.
Cerchiamo di capirci, anche se può sembrare banale: la bellezza può aiutare?
‘Sì, non c’è dubbio. Il bello non è inutile. Non è frivolo. Tutto ciò che è bello può migliorare la vita’.
Il luogo dell’intervista
La casa di Mario è in un vicolo, stretto e umido, di Fermo, bella cittadina delle Marche. Una fila di ciclamini, ostinati contro il freddo, guida chi vuole trovare la casa nei mesi invernali. Abitazione a due piani, umile, piccola, buia. Colma di fotografie. Non c’è posto dove sedersi a casa di Mario. Ogni sedia è occupata da buste di fotografie. Non c’è un tavolo dove mangiare. Ogni letto è una distesa di provini e scatoloni. Ogni parete è un affresco del Novecento. Che Guevara è davanti al letto: Mario si sveglia guardandolo dritto negli occhi. Al suo fianco cavalcano i barbudos trionfanti. Ci sono le fotografie degli scrittori del Nouveau Roman. C’è la Parigi di Yves Montand e di Jean Seberg. Mario ha fotografato Picasso, Beckett, Roland Barthes. La sua vita è in bianco e nero. Il filosofo Giorgio Agamben ha associato le foto di Mario Dondero all’idea del Giudizio Universale. Parliamo precariamente seduti a un tavolo travolto da stampe in bianco e nero. Una stufa scalda a fatica la stanza. Non c’è spazio per far un solo movimento veloce. Il gatto scivola fra le gambe e reclama attenzione. 

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