Testo e foto di Andrea Semplici

Un angolo del lago Nicaragua. Qui, nel Sud del paese. Dove si sfiorano la frontiera e i vulcani del Costarica. I popoli originari conoscevano queste acque scure come Cocibolco, ‘il luogo del Grande Serpente’. Qui si abbeverò il cavallo del conquistador spagnolo Gil Gonzalez Davila: non riuscì a scorgere le sponde opposte e così lo ribattezzò Mar Dulce.

Antiche eruzioni, al confine meridionale di questo mare, hanno fatto emergere trentasei isole: l’arcipelago di Solentiname. Ancora un nome indigeno: per scoprirne il significato, Ernesto Cardenal, prete e rivoluzionario, poeta e ribelle, dovette aspettare di incontrare, all’altro capo del mondo, un’ antropologa svedese. Fu María Steen a spiegargli che quelle isole dove aveva scelto di vivere erano, in nāhuatl, lingua perduta del mondo atzeco, il luogo degli ospiti. Nome profetico.

E’ facile scrivere che quest’arcipelago è una terra ‘lontana, remota, isolata’. Lontana da dove? Oggi, al porto di San Carlos, ci sono i motori Suzuki da 50 e più cavalli che spingono las pangas, le lance, come se fossero vento. In un’ora si approda a Mancarrón, l’isola più grande. Alla fine degli anni ’60, al martedì, giorno di mercato a San Carlos, i contadini delle isole andavano a remi a procurarsi il sale e lo zucchero. Sei, sette ore a forza di braccia. Essere lontani è una storia di fatica e di punti di vista. Ernesto Cardenal racconta di aver scelto di diventare monaco trappista per vivere in un luogo come Solentiname. Nel 1966, nella televisione del Nicaragua girava un indovinello: ‘Sapete dove è Solentiname?’. Nessuno, all’apparenza, era capace di trovarlo in una carta geografica. E questo incuriosì Ernesto, uomo senza quiete: a quarant’anni, ordinato sacerdote, scelse questa terra solitaria per fondarvi una piccola comunità contemplativa.

Oggi nell’arcipelago vivono poco più di mille abitanti. Contadini che fanno crescere fagioli e mais, piantano banani e alberi del cacao. Vanno a pesca. I più ricchi hanno qualche vacca. Ora ci sono i turisti che arrivano fino a qua. L’artigianato (i pittori primitivisti, gli scultori della balsa) è, oramai, storia di intere famiglie. I ragazzi, alla domenica, giocano a baseball: c’è un vero e proprio torneo fra le diverse isole. Nell’isola del Padre vive un uomo solitario, la sua casa è grande, accerchiata da girotondi di scimmie. Un tempo, raccontano, vi aveva vissuto un eremita. A La Venada, quattro case sono il villaggio della famiglia di Rodolfo, 76 anni, il capostipite dei pittori dell’arcipelago. A Mancarrón, conosco Anibal: suo padre fu il primo costruttore di barche in cedro. Anibal se ne va in giro con Lucy, una pitbull dolce come una gatta e il pelo bianco-latte. E poi c’è Ernesto che ha la saggezza di un giovane e accudisce gli ospiti della vecchia Comunidad. In una punta dell’isola San Fernando, al riparo di un immenso albero di ceiba, parlo a lungo con doña Maria: trent’anni fa, dopo il trionfo della Rivoluzione, aprì il primo albergo dell’isola.

Sì, queste sono isole della Rivoluzione. I turisti che qui arrivano non ne sanno quasi niente. Vi arrivano accompagnati dalla Lonely Planet e dalla Footprint, ma non leggono fra le righe. Però qualcosa, dopo due giorni passati all’isola (se ne vanno presto, dicono che non c’è nulla da fare: Non c’è nulla da fare nella bellezza!), rimane appeso anche alla loro storia di viaggianti. Qui Ernesto Cardenal creò davvero, mezzo secolo fa, una minuscola comunità utopica e visionaria. Era figlia di un cristianesimo ascetico e meditativo, ispirato alle filosofie di Thomas Merton, mistico statunitense, maestro di Cardenal. Alcuni giovani delle isole si unirono a questo strano monaco arrivato dalla terra ferma con i suoi capelli, lunghi e già bianchi: indossava la camicia di cotone a un solo bottone dei vecchi campesinos, un basco nero e i jeans. ‘Eravamo sconcertati – ricorda doña Esperanza, 60 anni, suo nonno era arrivato all’isola ai primi del ‘900 – Ernesto era un prete che non voleva essere pagato per i battesimi e i matrimoni. Non voleva essere chiamato padre. Non contava i nostri rosari. Ci ammonì: i vostri figli non muoiono per volontà di Dio, muoiono di diarrea e sono vittime della ingiustizia degli uomini. Possono essere salvati. Ci soprese. Chiamò maestri per scuole che mai vi erano state nelle nostre isole. Le sue messe erano una festa, ogni domenica discutevamo assieme, per ore, le pagine del Vangelo. Poi mangiavamo assieme, suonavamo, cantavamo. Imparammo altri mestieri: diventammo artigiani, artisti, perfino poeti. Ernesto ci entrò nel sangue’.

Miracoli di Solentiname. Rodolfo Arellana, patriarca dei pittori primitivisti, vive su una sedia a rotelle. Il diabete gli ha mangiato un piede. La luce di una finestra illumina il quadro che sta dipingendo. Lo trovo sempre lì, con un pennello in mano e una tavolozza intrisa di colori. ‘Molti anni fa, un contadino mostrò a padre Ernesto un guscio ligneo intagliato. Erano graffiti ingenui e belli. Ernesto ne fu colpito e convinse un pittore, Róger Pérez de la Rocha, a insegnarci a dipingere’. Furono distribuiti lapis, matite, fogli di carta ai giovani contadini. E poi olio e tempere. Si chiesero a prestito i colori ai fiori del tropico. Nacque l’arte primitivista di Solentiname. Divenne celebre in Latinoamerica e nel mondo. Figli e nipoti di Rodolfo dipingono a ogni ora del giorno. Si sbarca in un approdo della Venada e si entra in case-galleria colme di quadri coloratissimi e ingenui.

Miracoli delle isole. Un ragazzino di tredici anni, Eufredito, contadino giornaliero, intagliava con un coltellino legno di balsa. Ne ricavava piccoli pesci, pappagalli, uccelli volanti. A Ernesto piacevano e glieli pagava. In poco tempo, uomini e donne di Solentiname vennero a offrirgli piccoli capolavori. E i pescatori scoprirono di essere anche artigiani. Oggi guardo Josè scolpire, con maestria, grandi farfalle e pesci bellissimi. Fa una scultura al giorno. Sua figlia dipinge con la serietà di una donna allegra. Gli artigiani di Solentiname sono famosi in tutto il paese. Alla fine arrivò anche una poetessa costaricense, Mayra Jiménez, e i contadini si appassionarono anche alla poesia. E scrissero poesie.

Il Nicaragua, in quegli anni, non era un bel paese. Era stretto nella morsa di una feroce tirannia dinastica. Dal 1936 era preda dell’aviditià della famiglia Somoza. Solentiname non poteva essere solo un’isola-monastero. Vennero davvero gli ‘ospiti’: poeti, artisti, guerriglieri, scrittori, giovani hippies, sbandati, matti, preti e monaci, rivoluzionari, mistici. Conobbero da vicino il mondo dei contadini e della solitudine, alla domenica, durante la messa di Cardenal, discutevano con i pescatori. L’arcipelago divenne una delle cento scintille della Rivoluzione sandinista, uomini e donne che, nel nome di Augusto Sandino, il primo ribelle del Latinoamerica del ‘900, si batterono e morirono per la libertà. Qui venne, in un viaggio clandestino, Julio Cortázar, uno dei grandi scrittori latinoamericani. A Solentiname il Vangelo divenne libro da guerriglieri. ‘Capimmo che Cristo non voleva i nostri rosari. Voleva che ci ribellassimo alle ingiustizie’, racconta Doña Maria. E la messa divenne una festa, il racconto del Vangelo come dialogo fra contadini e pescatori. Cristo e Sandino strinsero un patto sacro. Da qui partirono gli uomini che vinsero la prima battaglia contro i soldati di Somoza. Assalirono la caserma di San Carlos. La tennero per un pugno di giorni.

I figli migliori di Solentiname vennero uccisi in questa lotta. Oggi le isole, accanto al vecchio toponimo, sono chiamate anche con i loro nomi: Elvis, Donald, Alejandro, Laureano. Le loro parole sono scolpite su un masso, a un passo dal pontile di Mancarròn. Una tomba di fiori ai piedi di una bandiera sandinista, in metallo, ripiegata come se fosse un aereo di carta. La comunità, nel 1978, venne distrutta dalla rappresaglia del tiranno. Ma fu germoglio di altre vite, di un futuro diverso. Capace di lasciare sogni e semi in questa terra. E qui i semi germogliano con bellezza altrove inimmaginabile. Pochi mesi dopo, la Rivoluzione trionfò. Era il luglio del 1979.

La Comunità non risorse, Cardenal divenne ministro nel primo governo sandinista, non poteva più vivere all’isola, ma la chiesa di Nuestra Señora de Solentiname fu ricostruita. I pittori non smisero di dipingere, gli artigiani continuarono a intagliare il legno di balsa. Solentiname, ‘luogo degli ospiti’, non smarrì la sua memoria. Cominciò una nuova vita.

 

I tempi cambiano. Le barche vanno e vengono ogni giorno da San Carlos. Oggi ci sono antenne per cellulari e wi-fi a Mancarròn. A sera i ragazzi sono stesi nella veranda della piccola biblioteca ad afferrare frequenze e colloqui via facebook. Oggi c’è un paese, con un sentiero in cemento per i giorni del fango. Ci sono hostal e donne che, nelle case, preparano cibo per i turisti. La chiesa è bellissima: ha pareti di calce bianca, il pavimento in terra battuta, le panche colorate e l’altare graffito di segni pre-colombiani. E’ affrescata con i disegni lucenti dei bambini copiati dagli originali da Róger Pérez de la Rocha: i pesci volano assieme alle farfalle, agli aerei scintillanti, alle barche rosse e gialle. Sulle pareti nuotano coccodrilli verdissimi e pescecani spaesati (a proposito: il lago Nicaragua ospita, caso unico al mondo, famiglie di invisibili squali di acqua dolce). C’è un piccolo, prezioso museo archeologico. Alla Comunidad, ci sono una decina di pavoni, instancabili nella loro ruota superba. Si mangia pollo e pesce arrostito accompagnati da maduros, banane mature fritte, il riso e i fagioli, il gallo pinto. Un trago de ron, che può essere diavolo, può mettere anche una bella allegria. Ci sono i rospi che, a notte, stanno immobili sul cammino di cemento e le formiche che azzannano i piedi nei sandali.

Ma non crediate che questo sia un paradiso. Solentiname è una ‘rappresentazione del mondo’, ha lasciato scritto un giovane ragazzo brasiliano, Tiago Genoveze, venuto qua, nel 2010, a insegnare fotografia ai bambini (pensate ai miracoli: portare cento macchine fotografiche su quest’isola, trovare il modo di caricare le batterie in ogni scoglio dell’arcipelago, fare degli scatti dei ragazzi una mostra a Managua e un libro). ‘E’ un mondo delicato dove differenze sociali, politiche, religiose diventano fratture fra la gente – scrive Tiago – Non è il luogo idilliaco dipinto dai pittori. Qui vi è tristezza e felicità, quiete e conflitto, egoismo e altruismo come in ogni altra terra’.

Rodrigo è l’unico poliziotto dell’isola. Mi dice: ‘Ci sono i ricchi e i poveri anche in questa isola. Vi è chi non ha un pezzetto di terra per coltivare e vede chi ha casa e terreni. Nasce un’invidia. Nascono i conflitti’. La modernità ha portato un po’ di ricchezza e tensioni, benessere e gelosie, gli eredi della Comunità si sono divisi in contese aspre. Si beve molto a Solentimane, ron plata a buon mercato. Si intuisce un pericolo di violenza. ‘Non facciamo più feste come un tempo, c’è meno allegria’, ha nostalgia doña Maria. L’isola sta cercando un altro equilibrio: e a vederla da viandante appare capace di trovarlo, ha orgoglio, storia, ambizioni. La casa in legno di Cardenal guarda la pace del lago. Salgo fin lassù e mi siedo nella sua veranda. La perfezione della sedia a dondolo.

Devo usare le parole degli uccelli, le ritrovo nelle poesie di Cardenal: i i i i i, fi fi fi fi fi, io io io io io, ah ah ah aha ah, cuà cuà cuà cuà cuà cuà. Volano gli oropéndolas sfoggiando, sotto un soprabito scuro, lucenti piume gialle. Una garza bianchissima allunga il collo con aria impassibile. I cormorani si alzano a pelo d’acqua come una squadriglia di aerei da caccia. Una scimmia fa fracasso sugli alberi. Guru-guru-guru. Certo, ci sono le zanzare, i ragni che mi appaiono minacciosi, le formiche guerriere sono spietate nei loro morsi. Mi dicono dei serpenti. Ma io ascolto la risacca del lago. E’ una grande orchestra senza spartito. Qui-qui-qui-qui. Ah-ah-ah-ah, si chiamano uccelli a me sconosciuti. Fruì, passa veloce uno. Che-che-che-che, come se fosse argentino, replica da lontano qualcun altro. Poi il rumore di una lancia. Le chiacchiere nelle ore della notte improvvisa sotto l’unico lampione solare. I contrabbandieri dell’altro paese. I ragazzi che coltivano l’ozio e qualche sogno. Noidi è stata in Italia e là ha venduto farfalle di balsa. E ora amoreggia con un ragazzo sulla porta di casa. E ci regala una di quelle tartarughe dai colori dell’arcobaleno. Domani arriva la barca pubblica: sbarcherà birre e riso, coca-cola e bombole del gas.

 

Doña Maria ha cacciato la malinconia e ora sorride con il gusto del futuro. José salperà all’alba: va, con i suoi pesci e uccelli in balsa, a una fiera a Managua. Il poliziotto solitario, a sera, suona la chitarra nella veranda della cucina della Comunidad. Un canto allegro. Salgo nella foresta: nasconde il cimitero dell’isola, si seppellisce un parente e subito le piante riconquistano le tombe, si torna a essere albero e terra. Al mattino cammino fino all’altro capo dell’isola. Due ore di sentiero in una selva esuberante, passo dalla casa di Liliana che troppo spesso è sola e allora parla molto. Sta costruendo un forno con argilla e cenere. La sua famiglia coltiva banane e fagioli e ha qualche vacca. Incontro Domingo che, accompagnato da due cagnetti, va a vendere un sacco di fagioli al paese. Ha un sorriso senza denti. Incontro anche Rosales che, già vestito da giocatore, va fino al diamante del baseball ritagliato ai margini della foresta: oggi è giorno di partita. C’è un altro paese, venti famiglie, a Nord dell’isola. Qui conosco don Francisco, 79 anni: suo padre arrivò all’isola negli anni trenta. Lo portarono qui a tagliare alberi. La sua famiglia non se ne è più andata. Don Francisco ha piantato il mango sotto il quale ci proteggiamo dal sole. Mi offre chicha de cayol. Distillato dalla linfa di una palma. Fresca e dolciastra. Più passano i giorni, più fermenta. Pericolosa per i nostri stomaci. Don Francisco mi racconta di aver visto una croce di nuvole bianche nel cielo. Quella mattina non aveva indossato il crocifisso: ‘Le nuvole sono linguaggio di Dio’. Lo ascolterei per ore, in un villaggio che, ancora, non ha un vero nome.

Sì, ha ragione Gioconda Belli, la scrittrice più famosa del Nicaragua, questo è il paese dei più bei tramonti al mondo. Questo è un paese che ha sognato. Che ha creduto nei poeti. Il sole filtra fra i rami e io vorrei imparare i nomi di tutti questi alberi per comporre la mia prima poesia. E invece oscillo sulla pigrizia dolcissima di un’amaca. Senza un solo pensiero. Qui, sono qui.