Testo e foto di Andrea Semplici

Mi chiedono di scrivere di scarpe e di passi. E’ molto tempo che non mi chiedono di scrivere.

Queste sono scarpe che devono durare fino al 2019, anno speciale a Matera. Anno in cui la città lucana sarà capitale della cultura europea. Un tempo le scarpe duravano molto più a lungo, ma anche queste sono destinate ad andare oltre. Le scarpe di cui devo scrivere sono già state usate per molto tempo. E sono riemerse dal mare. Le ha raccolte Maria Cristina Ballestracci. Ha 49 anni. Vive in Romagna. Fa l’artista. E raccoglie ‘cose’ nella natura. E le trasforma. Ne segue linee, forme, i disegni. A volte le fa entrare in altre storie. Con le scarpe non puoi fare a meno delle storie. Ho conosciuto Maria Cristina in un paese della Lucania che si chiama Aliano. Eravamo lì perché, senza coscienza, avevamo seguito, nell’estate di tre anni fa, il richiamo del piffero magico di Franco Arminio. Aliano è un paese dove la luna danza sui calanchi anche se non è nel cielo. E dove Carlo Levi passò gli anni del suo esilio. Un paesaggio ‘inoperoso’, dice Franco. Selvatico e bellissimo. Incontrai Maria Cristina in una cantina abbandonata: lei vi aveva messo nidi. Costruzioni fragili, eppure era stata capace di trasportarli dalla Romagna fino in questa terra indigena del Sud. Era bella, la sua mostra di fragilità.

Questo sarà un articolo distratto. Non me ne volete. Vi ho già detto che da troppo tempo non mi chiedono più articoli. C’è una spiaggia in Romagna, ha un nome lungo e complesso: si chiama Fiorenzuola di Focara. Toponimo adatto più a un luogo di montagna. Invece sta a poca distanza da Gabicce. E’ nelle Marche, ma i romagnoli la considerano spiaggia loro. Su internet dicono: ‘spiaggia incontaminata’. Lì passeggia Maria Cristina. A volte assieme con l’amico Luigi Baglioni, uno che sa di mare. A Fiorenzuola, lei raccoglie legni, oggetti consumati dal mare e scarpe. E le scarpe, scrive, sono ‘cultura della memoria’. ‘Sandali, infradito, scarponi, scarpe da calcio, stivali, mocassini lasciati andare via un giorno e ora tornati’…Scarpe consumate. Scarpe che molto hanno da raccontare. ‘Passi lasciati, passi finiti’, dice ancora Maria Cristina. Vuole andare oltre. Ne parla con Giovanna Greco, giornalista della Rai emiliana. Assieme progettano un grande cammino comune, un andare assieme. Dalla Romagna alla Lucania, un viaggio che costeggia il mare che ha donato quelle scarpe. Un Oltrepassi. Un Oltrepassi201 (il nove verrà, perché questo è davvero un sentiero da costruire camminando). Ci saranno ventuno luoghi sacri di Matera in cui le scarpe riappariranno. E ventuno scrittori che racconteranno le storie di queste scarpe. Poi c’è Annalisa Teodorani, poeta romagnola, che lascerà viaggiare le sue parole. Mentre Caterina Pontrandolfo, cantante lucana, danzerà con le donne di Matera per accompagnare questa piccola/grande storia.

Sono a piedi nudi. E’ estate. Mi piace essere a piedi nudi. Ricordo i piedi nudi di Caterina sulle pietre di Aliano: ballava. I piedi e le scarpe sanno raccontare. I passi. I pensieri corrono al milione di passi di chi fugge dalle guerre e dalla miseria. Passi infranti. Ma ci sono anche i piedi nudi delle ragazze che corrono in uno stadio di Addis Abeba. Non ho l’età, ma io so dei piedi nudi di Abebe Bikila sul selciato della via Appia: 1960, Olimpiadi di Roma, la prima medaglia d’oro di un atleta africano. A piedi nudi, perché le scarpe erano scomode per un uomo degli altopiani sulle pietre che conducono al Colosseo. In Africa, le scarpe, ai tempi delle colonie, erano ‘il discrimine fra l’essere civile e l’essere barbaro’. Nei club fascisti dell’Italia coloniale, i camerieri neri non potevano indossare scarpe. I piedi nudi divennero il simbolo della resistenza all’occupazione fascista dell’Etiopia: Moses Asgedom, il partigiano che gettò una bomba contro il maresciallo Graziani, viceré dell’Impero, si tolse le scarpe nei mesi di preparazione dell’attentato.

Oggi il sogno di un ragazzo dell’altopiano è possedere un paio di scarpe Nike (si boicottano ancora?). Ma le ragazze che stanno per correre i tremila metri all’ippodromo di Jan Meda di Addis Abeba preferiscono correre a piedi nudi.

Tommie Smith e John Carlos, nel 1968, in una notte di ottobre, si tolsero le scarpe, le tenevano in mano, dietro la schiena: mostrarono le loro calze nere. Smith aveva appena vinto la finale olimpica dei 200 metri, il primo uomo al mondo correrli in meno di venti secondi. Si presentarono sul podio a piedi scalzi e alzarono i loro pugni neri verso il cielo. La ribellione dei neri d’America rifiutava le scarpe. I neri erano poveri, non potevano permettersi le scarpe. Tommie e John furono perseguitati per anni per aver osato tanto.

Penso a Krusciov, capo delle Russie, che sbatte la sua scarpe sul tavolo delle Nazioni Unite. Non so, ma non mi è mai piaciuto quel gesto. Penso a un giornalista iracheno che lanciò, in segno di disprezzo, la sua scarpa contro il presidente Bush.

Penso alle scarpe ammucchiate all’ingresso della grande moschea di Alessandria. E, alle stesse scarpe, lasciate accanto agli stipiti di tufo della cattedrale rupestre di Lalibela. Musulmani e cristiani ortodossi lasciano fuori dai luoghi sacri la polvere del mondo.

 

Mi imbatto in due articoli di Adriano Sofri. Sulle scarpe. Mi sorprende, Adriano. Ha questa dote. Si ferma a due passi dal Ponte Santa Trinita. Noi fiorentini sappiamo cosa c’è lì: le vetrine di Ferragamo. Scarpe da meraviglia. Scarpe di Audrey Hepburn. Giuro: dopo aver riletto le parole di Sofri, vado a dare un’occhiata attenta alle linee perfette della scarpe di Ferragamo.

Dicono che Tolstoj si fabbricasse da sé i suoi stivali. Che lo indossò con cura prima del suo ultimo viaggio, della sua fuga. Scarpe per l’ultima stazione.

L’articolo di Adriano è di sedici anni fa. Stava in galera, se non sbaglio. Scriveva: ‘Finchè la storia ebbe la sua direzione di marcia le scarpe sapevano dove andare’. Già, con ‘le scarpe o senza scarpe’. ‘Scarpe rotte eppure bisogna andare’…

Quattordici anni dopo, Adriano racconta ancora di scarpe. C’è una fotoreporter statunitense (vive in Kenya), Shannon Jensen, che fotografa l’orrore della guerra civile in Sud Sudan. A un certo punto, osservò i piedi di chi fuggiva. Le loro scarpe crepate, i loro sandali malridotti. Scarpe per fuggire. Le scarpe come un grido. Come una prova. Le scarpe raccontano. Annota Sofri: ‘Il cinturino del sandalo sinistro è tenuto assieme da una strisciolina arrotolata’. Osservo il ragazzo che cammina, si trascina dietro il suo sandalo, cammina male, chi fugge ha fretta. Si china, si ferma un minuto, sua madre lo guarda disperata. Lui trova una ‘strisciolina’ per terra, la raccoglie, ripara il sandalo. Riprende a camminare, ritrova sua madre.

 

Le scarpe che Maria Cristina ha raccolto su quella spiaggia dell’Adriatico racconteranno tutte queste storia. E sarà un racconto corale, un canto, un grido, una sinfonia. Cammineremo con lei.

 

Per saperne di più: 

https://www.facebook.com/Oltrepassi-201-1436172980020951/

www.mariacristinabalestracci.com

Oltrepassi201 è un progetto in crowfunding e ha bisogno di ognuno di noi e di voi per poter percorrere tutto il cammino che ha davanti.

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