“Ti avverto che questa è la prima delle 5-6 volte che verrò a vedere questa mostra”. Stiamo entrando alla mostra Genesi di Sebastião Salgado, nella Reggia di Venaria, e Luigi mi dice questa frase che sembrerebbe al limite dello stalking artistico, invece pensandoci bene è ragionevole. Quello che vediamo in una mostra, di solito, non resta così impresso nel ricordo. Bisognerebbe vederla più volte per “possederla” davvero.

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La visita di una mostra, d’altronde, impiega tanto tempo quanto l’ascolto di un disco completo, più o meno. Ma quanto ci resta in testa ascoltando 10 canzoni una volta sola nella vita? Figuriamoci guardando 100 foto. Un album si capisce e si possiede veramente solo quando l’ascolto diventa ripetuto, preferibilmente ossessivo compulsivo. E allo stesso modo per godere davvero di una mostra bisognerebbe vederla più volte, come fa Luigi De Palma, fotografo rock con cui condivido molte trasferte per concerti.

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Nel mio piccolo, anch’io sono un po’ recidivo, perché avevo già visto questa mostra qualche anno fa, poi avevo visto il film “Il sale della Terra” di Wim Wenders sul lavoro di Salgado, e a quanto pare non ne ho ancora abbastanza. E poi, non avendo molte cognizioni tecniche, mi stupisco sempre come un bambino andando alle mostre fotografiche. Non vedo linee, esposizione, punti luce, tecniche di stampa, che invece i fotografi malvagi vedono, con l’occhio del macellaio mentre guarda un bue.

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Dunque è il primo giorno di primavera, e qui alla Reggia di Venaria è il primo giorno di Genesi, mostra in cui il fotografo brasiliano Sebastião Salgado espone le immagini tratte dai suoi viaggi nelle zone del mondo più remote, difficili e dal clima decisamente inospitale, che sembrano rimaste del tutto simili a com’erano nel momento della Genesi. La mostra è curata dalla moglie Lélia Wanick, che si spende da decenni per il progetto Instituto Terra, con l’obiettivo di ripristinare le foreste subtropicali.

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Estremo nord, estremo sud, estremo centro: queste sono le zone del mappamondo documentate dai viaggi estremi e lunghissimi di Salgado. Tutto è in bianco e nero. L’allestimento è suddiviso per zone geografiche: soprattutto nelle panoramiche dall’alto sembra di essere a volte nel Signore degli Anelli, altre volte sulla Luna. Da vicino, invece, è incredibile quanto Salgado riesca a entrare dentro la quotidianità di tribù indigene e negli sconosciuti codici dei rapporti tra uomo e animale selvaggio.

I visitatori sono di tutte le età. Ci sono gli anziani che si mettono vicini vicini alla foto per osservare ogni singola squama di una zampa di iguana. Ci sono i giovanissimi col cellulare che fotografano ogni singola foto (nessuna esclusa) con acrobazie e manovre bizzarre per evitare gli inestetismi del loro riflesso in foto. Ci siamo noi a metà, tra i millennial e i novecenteschial*, l’estremo centro tra le estreme età, e ce la godiamo, perché coi riflessi Luigi De Palma ci va a nozze, approfittando dei riflessi per inventarsi scatti creativi. Io invece sono più simile a quelli che si mettono vicino vicino per contare i pinguini dell’Antartide.

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Da un’intervista a Salgado pubblicata il 18 Marzo 2018 su Robinson, inserto di Repubblica:

Io sono tornato a fotografare gli uomini. Non tornerei a fotografare lavoro e migrazioni perché ora mi preoccupa il destino della terra in cui sono nato, delle foreste amazzoniche, dell’acqua. Ci sono da ottanta a cento tribù che vivono in completo isolamento, dovremmo proteggere la loro scelta. Fotografo in mezzo agli indios da 4 anni, me ne servono ancora 2, il risultato lo vedrete nel 2021, si chiamerà Amazzonia.

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All’uscita, momento bookshop: i libri fotografici della mostra sono impilati in cerchio a mo’ di igloo in composizioni che pare quasi un peccato violare prelevando una copia. Non c’è problema, io ce l’ho già e anche Luigi (5-6 copie? Non gliel’ho chiesto!). Comunque il libro è irrinunciabile, è praticamente una Bibbia per immagini, monumentale ed eterna, che mette in crisi la piccola immaginazione dell’uomo domestico.

Usciamo, arrivederci alla mostra, ed eccoci fuori in un mondo agli antipodi, cioè storia sabauda, splendore della Reggia, eleganza di Via Mensa, scenario per matrimoni, spuntino in caffetteria, e immensi Giardini Reali che sono un puntino minuscolo nel mappamondo spazio temporale dopo la Genesi.

genesi salgado reggia venaria* Novecenteschial è un neologismo orrendo ma il senso si è capito. Invece, per quanto riguarda noi dell’estremo centro, si dice che siamo Xennials, praticamente una razza bastarda tra due generazioni dalle caratteristiche purissime.

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