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Via Dolorosa

 

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La Cupola della Roccia

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Il Muro Occidentale

 

Ho un appuntamento con il sacro. Al venerdì pomeriggio lascio Gerusalemme per Bethlehem, per Betlemme, la ‘Città del Pane’. Mi incammino quando il sole comincia a calare sul cielo della Palestina. Ma già so che non potrò godere del tramonto. Dove sto andando l’orizzonte è chiuso dal Muro. Ho un appuntamento con un piccolo gruppo di uomini e donne. Mi aspettano poco oltre il check-point numero 300. Cammineremo assieme per cento metri. Per un rosario. I nostri passi sfioreranno la barriera di cemento armato alta otto metri che divide Bethlehem, terra di Palestina, dal resto del mondo. ‘Oggi i re magi non potrebbero raggiungere la grotta dove Gesù era appena nato’, mi aveva spiegato Mario Cornioli, sacerdote toscano a Beit Jala, sobborgo della città della Natività. E oltre 60mila palestinesi (dati della municipalità di Bethlehem)non possono, se non a prezzo di fatica e batticuore, uscirne. Sono rinchiusi dietro un cerchio di lastre di cemento.

Bethlehem, il check point numero 300

Il check-point numero 300

 

Alle cinque del pomeriggio passo il check-point 300. Gli israeliani lo chiamano ‘terminal’. Io sono straniero e non ho problemi. Ho fatto l’abitudine (e mi maledico per questo) ai fucili, ai cancelli, alle strettoie delle inferriate. Al mattino cinquemila palestinesi (ad ascoltare gli osservatori del World Council of Churches), con permesso, devono varcarlo (per loro è la sola via di uscita) per raggiungere Gerusalemme e un lavoro. Si mettono in coda alle due del mattino. Il check-point apre alle quattro. Se tutto va bene, saranno dall’altra parte (qui, fra Israele e Palestina, c’è sempre ‘un’altra parte’), alle sei, alle sette. E’ la fatica di ogni giorno. Una coda con un bicchiere di caffè in mano e una sigaretta nell’altra.

 

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Il rosario al check-point

Io sono privilegiato. Tella mi aspetta al di là del check-point. Suor Donatella Lessio, 52 anni, sorella elisabettina, piccola, tosta, veneta, mi guida fino al piccolo gruppo di persone in attesa. Da dieci anni, ogni venerdì, questa gente (pochi uomini e donne. A volte si unisce qualche musulmano) cammina e prega lungo il Muro. In un angolo, a ridosso del filo spinato, un artista inglese ha disegnato una Madonna in attesa di un figlio. E’ un’icona. Si attende la nascita del Principe della Pace. Quando avverrà, il Muro cadrà al suolo, così spera chi prega davanti a questa immagine. ‘To exist, is to resist’, è scritto sul Muro. A dieci metri di distanza gli uomini in nero della sicurezza israeliana guardano con le armi in pugno. Questa preghiera ostinata e sommessa è il sacro di Bethlehem.

Bethlehem, rosario davanti all'icona della Madonna dipinta sul Muro

La preghiera al Muro

Tella ha contato le preghiere delle suore di Bethlehem: ‘ In dieci anni abbiamo detto almeno 27mila AveMaria. E’ la nostra maniera di ribellarci, di lottare. E’ la sola arma che abbiamo. Vogliamo provare a stancare il Padreterno, vorremo che ci aiuti a ritrovare la pace nella città dove è nato suo figlio’.  I pellegrini che arrivano a Bethlehem per inginocchiarsi nella cappella sotterranea della chiesa della Natività non sanno di queste preghiere. Quasi non si accorgono di attraversare il confine di cemento che separa Israele dalla Palestina. Non avvertono il conflitto, feroce e quotidiano, che attraversa la Terra Santa. Questa è una terra spezzata, divisa, lacerata. Senza pace, quasi un contrappasso alla sua santità. Qui, fra pochi giorni, nel mese più caldo dell’anno, arriverà il Papa.

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To exist is to resist

 

Un viaggio atteso. Con felicità e apprensioni. Con diverse emozioni. Un viaggio dalle mille implicazioni e difficoltà. Francesco vuole ripercorrere i passi di un altro Papa, Paolo VI, che, mezzo secolo fa, nel 1964, sorprese il mondo tornando, dopo quasi duemila anni, nella città dove era nato il cristianesimo. Allora fu l’abbraccio storico con il patriarca ortodosso Atenagora. Oggi sarà l’incontro fra Bergoglio e Bartolomeo. Un altro momento importante per ricucire il mondo dei cristiani. Avverrà nel Santo Sepolcro. Francesco percorrerà la Via Dolorosa. Sarà difficile, nonostante la folla che lo accoglierà, dimenticare che Gerusalemme è l’epicentro del conflitto che, da cento anni, scuote il Medioriente e il mondo.

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Porta di Damasco

Questa città non assomiglia a nessun’altra al mondo. Nel suo piccolo ufficio, Mahdi Abdul Hadi, 70 anni, presidente di Passia, autorevole centro studi palestinese, mi offre caffè nero e mi dice con pacatezza: ‘Questo è il luogo sulla Terra in cui ogni uomo avverte di essere più vicino a Dio. E’ una città che, a ognuno di noi, chiede condivisione’. Qui, in cerca di una speranza, ti aggrappi alla saggezza. Poi, subito dopo, ricadi in pensieri d’ombra e di paura. ‘Grazie a Dio, siamo tornati nella Terra che ci è stata data da Dio’, sento dire, con parole ben scandite, da Daniel Luria, presidente di Ateret Cohanim, ‘La corona dei sacerdoti’, una delle organizzazioni ebraiche più oltranziste. Il suo compito è redimere ogni territorio della città, il suo progetto è ‘reclaim Jerusalem’: altro che condivisione, per Luria ‘Gerusalemme appartiene a ogni singolo ebreo’. In maniera esclusiva. Per questo, alla Porta di Damasco, ho preso lo sherut 24, il minibus che, in dieci minuti, mi ha portato fino al check-point numero 300 e, assieme a suor Donatella, ho detto il rosario. Avevo bisogno di una speranza a cui appigliarmi. A Bethlehem, Papa Francesco dirà messa. In una piazza troppo piccola anche per contenere i pochi cristiani rimasti in Terra Santa.

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Baby Caritas Hospital

 

Tella lavora al Baby Caritas Hospital. Sorge a cento metri dal check-point. E’ il solo ospedale pediatrico di Palestina. Un’eccellenza sanitaria. Gestito con passione, sapere, attenzione, efficienza. Non ci sono sale operatorie: nessuno, quando fu progettato, aveva pensato che qualcuno avrebbe separato Bethlehem da Gerusalemme. ‘Non possono vivere divise’, mi spiega Ibrahim Shomali, 42 anni, parroco a Beit Jala. Sono appena otto chilometri di distanza, ma la loro comune geografia è stata strappata. Così le ambulanze del Baby Caritas non possono raggiungere gli ospedali gerosolimitani. Bisogna avere autorizzazioni ai trasferimenti, fermarsi al check-point e aspettare l’arrivo di un mezzo israeliano. ‘Ora va quasi bene, in media aspettiamo solo sette ore. In altri tempi abbiamo atteso giorni per un permesso’, ricorda suor Donatella. E alcuni bambini non potevano aspettare. I check-point hanno trasformato la salvezza o la morte di un bambino in un groviglio di polizia fra medici e militari. Papa Francesco non sarà fermato al check-point numero 300. Non vedrà nemmeno la valle di Cremisan, lassù, oltre Beit Jala. E’ un peccato, è bellissima. Qui sorge un convento salesiano celebre per il vino prodotto nelle sue cantine. Qui verrà costruito, a meno di una decisione (attesa per luglio) contraria della Corte Suprema di Israele, l’ultimo pezzo del Muro di Bethlehem: chiuderà ogni strada ai contadini palestinesi, impedirà loro di portare a Cremisan l’uva dei loro vigneti. E cinquantotto famiglie palestinesi perderanno i loro oliveti. Per questo, ogni venerdì, da quasi tre anni, padre Ibrahim e i preti di Beit Jala vengono a dire messa fra gli olivi. E’ un altro, solitario frammento di sacro in Palestina: ‘Non possiamo far altro che pregare’, mi dice anche padre Mario Cornioli. Penso a Yonathan Mizrachi, 33 anni, giovane archeologo israeliano. A Gerusalemme, nel suo minuscolo ufficio, proprio di fronte alla casa del primo ministro di Israele, mi aveva messo in guardia: ‘Non si può essere imparziali in questa terra’. Non avrei voluto dargli retta. Io devo raccontare di due città, Gerusalemme a Bethlehem, alla vigilia dell’arrivo del Papa. E ora, tutto mi spinge lontano dai luoghi più sacri delle tre religioni. ‘Io vorrei che questa terra non fosse santa, ma solo una terra’, dice ancora Yonathan.

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Il Muro a Betanya

 

Torno a Gerusalemme. Comincio dalle periferie. Da quartieri che il Muro ha trasformato in periferie. Vado a Betanya, ad al-Azareyah, in arabo, ‘il luogo di Lazzaro’, in cerca dell’asilo delle suore comboniane. Siamo ad at-Tur, ‘il monte’, alle spalle del monte degli Olivi. Suor Alicia Vacas, sorella comboniana, mi fa salire sul tetto della loro casa: qui il Muro si è insinuato in un quartiere arabo, ha spezzato famiglie, separato amici e compaesani. E’ passato fra le case, ha lasciato la Tomba di Lazzaro ‘al di là’, fuori dai confini di Gerusalemme. Quel che è peggio, ha strappato i bambini palestinesi dall’asilo delle suore. ‘Qui venivano cinquanta bambini – dice suor Azezet Kidane, comboniana dalle origine eritree – Ne sono rimasti solo quattro: ogni giorno devono fare chilometri e chilometri per arrivare fino a qui, passare check-point con i soldati armati e prendere due autobus. E la loro casa é distante poche centinaia di metri dall’asilo’. Ma è ‘al di là’ del Muro. Che, qui, ad at-Tur, è un serpente fra le case. Un condominio di tre piani è stato costretto a diventare Muro. Non posso credere a quel che vedo dal tetto della casa comboniana. La barriera attraversa il cortile del loro asilo. Alicia e Azezet hanno deciso di vivere oltre il Muro. In terra di Palestina, ma a dieci, impercorribili metri di distanza dalla loro vecchia casa. Devono fare diciotto chilometri per andare dalle loro sorelle che, dalle loro finestre, salutano a voce.

Gerusalemme, Città Vecchia, la pioggia

I vicoli della Città Vecchia

 

E’ tempo di andare nel cuore della città. Nella Old City. Là dove si incrociano le tre grandi religioni dell’umanità. Oltre le magnifiche mura fatte costruire da Solimano nel XVI secolo. ‘Ogni pietra è identità’, mi avverte ancora Mahdi Abdul Hadi. Gerusalemme è l’ombelico del mondo, la città celeste. E’ stata bramata, mitizzata, odiata, desiderata, venerata. Oggi, mi dicono, ogni anno, dieci e più milioni di turisti invadono i vicoli della Città Vecchia. Poco meno della metà sono pellegrini. Qui Maometto, assieme all’arcangelo Gabriele, ascese al cielo in groppa al Buraq, mitico cavallo alato: Allah volle mostrargli il Paradiso. Per gli ebrei, questa città è tutto: qui trovano le loro radici bibliche, qui attendono il ritorno del Messia e piangono la distruzione del Secondo Tempio. Per i cristiani (raccontano che vi sono quarantasette diversi cristianesimi in città) è il luogo della passione, morte e resurrezione del Cristo. Qui sono state scritte le prime pagine della Salvezza. Niente può essere facile a Gerusalemme. Per me, potrebbe essere più semplice se solo fossi venuto qui soltanto pregare nel labirinto del Santo Sepolcro. Se volessi soltanto appoggiare la mia mano e la mia testa sulle pietre del kotel, il Muro Occidentale degli ebrei. Se desiderassi solamente prostrami di fronte ad al-Aqsa, la moschea ‘Lontana’, terzo luogo santo dell’Islam.

Gerusalemme, dopo la preghiera del venerdì

Venerdì, Città Vecchia

Non è così e allora ho bisogno di numeri: Gerusalemme, dichiarata, nel 1980, dal Parlamento israeliano, ‘capitale eterna, unita e indivisibile’ di Israele (ma così non è per le Nazioni Unite: i quartieri orientali, per l’Onu, sono ‘territori occupati’, le ambasciate straniere, infatti, sono a Tel Aviv), ha poco più di 800mila abitanti. In questi ultimi anni è cambiata la demografia della città (dati del Jerusalem Institute for Israel Studies): il 64% sono ebrei (oltre un terzo si considera ultra-ortodosso, la natalità delle loro donne è di quasi otto figli. Per un raffronto: in Israele, gli ultra-ortodossi sono poco meno del 10%), il 32% sono musulmani (il 15% ritiene di essere ‘molto religioso’) e il 2% sono cristiani (erano il 10% nel 1948). I palestinesi di Gerusalemme Est (290mila persone) non hanno cittadinanza: sono considerati ‘residenti’. Non sono né palestinesi, né israeliani. In Città Vecchia, un reticolo inestricabile di vicoli e passaggi, terrazzi segreti e cunicoli sotterranei, abitano quasi 40mila persone. 30mila sono musulmani (una densità di 90 abitanti per mille metri quadrati), meno di cinquemila sono cristiani, tremila e trecento sono ebrei. Appena mille e seicento i superstiti della comunità armena. La Città Vecchia è piccolissima: un chilometro per un chilometro. Niente di più. Quattro quartieri storici, cento punti di attrito, mille luoghi per incontrarsi, scontrarsi, vedersi e odiarsi. Qui non si può fare a meno di sfiorarsi, toccarsi, spingersi l’un con l’altro. Alcune bandiere israeliane sventolano nel quartiere musulmano e in quello cristiano. Sono poco meno di un migliaio gli ebrei radicali, organizzati per lo più da Ateret Cohanin, che vivono, protetti dal filo spinato, in queste affollate zone della città. I palestinesi considerano questa intrusione un oltraggio. Ebrei ortodossi corrono con passi sveltissimi per i vicoli, sembrano non avere sguardi per nessuno. Vanno sempre di fretta con i loro pastrani neri, i cappelli Borsalino a falde larghe e i riccioli lunghissimi sulle tempie. A Gerusalemme ci si traveste: i ragazzi palestinesi, l’aria da bulli, i capelli tagliati alla mohicana, giocano con i loro Samsung davanti ai giovani soldati israeliani armati come Rambo. Nessuno sembra accorgersi dell’altro. In realtà si scrutano, si sorvegliano. Si dichiara una presenza orgogliosa. Una scintilla può scatenare un incendio. A volte (spesso) ci si scontra e, allora, i vicoli diventano il palcoscenico di un gioco pericoloso. Al venerdì sera, i palestinesi hanno il mercato della festa alla Porta di Damasco, qui ci si ferma per chiacchierare, per un tè, e, sempre da qui, passano torrenti in piena di ebrei ultraortodossi che corrono al loro quartiere, fuori le mura, dopo la prima preghiera di Shabbat. Non si può non vedersi, urtarsi, condividere controvoglia gli scivolosi gradini dello slargo davanti alla Porta. Ci si ignora. Questa è una città di invisibili. Ogni pietra è un’eredità di sangue. Ognuno ha lutti e rovine da ricordare. I giordani, durante la guerra del 1948, distrussero la sinagoga Hurva e bombardarono le case del quartiere ebraico (gli abitanti fuggirono verso il nuovo stato di Israele); nel 1967, gli israeliani, conquistata Gerusalemme, rasero al suolo le 135 case (e cacciarono i 650 palestinesi che vi abitavano) di Maghariba, lo storico quartiere dei marocchini, allora addossato al Muro Occidentale. Scomparve un pezzo della Città Vecchia e oggi nessuno lo ricorda. Sorgeva dove oggi si allarga la Plaza, l’immenso accesso al luogo più sacro dell’ebraismo. La Cupola della Roccia dei musulmani, con le sue lamine d’oro, sovrasta il Muro degli ebrei. Le religioni, come gli uomini, sono uno sull’altro a Gerusalemme. Questa città, da sessanta anni, impedisce ogni accordo fra Israele e palestinesi. Qui, è stato già detto, si svolge, ogni giorno un ‘teatro dell’irragionevole’.

Gerusalemme, studio nella Spianata delle Moschee

Spianata delle Moschee

 

Ho in mano la cartina della Città Vecchia. L’ho presa all’ufficio del turismo alla Porta di Jaffa. Là dove si trova la Spianata delle Moschee, è scritto: Har ha-Bayit, il Monte del Tempio. Per i musulmani, invece, questo luogo è Haram ash-Sharif, il Nobile Recinto. Ascolto due narrazioni in silenzio. Una guida israeliana racconta ai turisti italiani solo del Tempio ebraico distrutto dai romani nel 70 dopo Cristo e avverte che i musulmani non tollerano le croci al collo. Una guida palestinese, come in uno specchio, nega l’esistenza storica di quel Tempio e racconta delle angherie degli israeliani. Due storie, due racconti. L’archeologia, come la religione, è arma guerriera a Gerusalemme. ‘La storia e l’archeologia sono parte del conflitto’, mi ripete Yonathan Mizrachi. Ha fondato Emek Shaveh, ‘La valle dell’uguaglianza’, una piccola associazione di archeologi che cerca di ‘costruire ponti’ fra culture diverse. ‘Dovremmo essere capaci di raccontare le diverse storie di questa terra, non usarle come armi – dice Yonathan – L’archeologia non serve a dimostrare l’esistenza di Davide, di Mosè, di Abramo o di Gesù. Deve solo aiutare a compiere un viaggio nell’antichità’. Esco dalla Porta di Dung (è la vecchia Porta dei Marocchini) e le parole di Yonathan vengono spazzate vie in un lampo. A cento metri di distanza dal Muro Occidentale e da al-Aqsa, vi sono gli scavi della Città di Davide, l’antica città giudea, fondata mille anni prima di Cristo. Niente dimostra che qui regnasse il leggendario re del primo insediamento ebraico in Palestina, ma le giovani guide in questo spettacolare complesso di rovine (molto americano, quasi disneyano, con giochi di luci, ologrammi e archeologi vestiti all’Indiana Jones) spiegano, con la Torah in mano, che ‘siamo qui, dove tutto è cominciato’. La gestione di questo luogo straordinario è affidata a Elad, la Fondazione Ir David, una delle associazioni più radicali di coloni ebrei. Su questi scavi si fonda, per la gente di Elad, il diritto ebraico al ritorno in questa terra.

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Silwan

Di fronte al pendio di questo sito archeologico si trova il quartiere palestinese di Silwan. Cinquantamila abitanti affastellati uno sull’altro. Su ottantotto case pendono ordini di demolizione. Molte sono già state demolite. Coloni israeliani ne occupano altre. Gli scavi di Elad non intendono fermarsi di fronte alle abitazioni. Questa è una delle frontiere del conflitto. Io penso di cominciare ad amare la Gerusalemme bizantina. Quando manovali cristiani costruivano la meraviglia della Qubbat as-Sakha, la Cupola della Roccia.

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Restauro della Cappella dei Franchi (foto Vittore Buzzi)

 

Accade ancora oggi. Sei giovani restauratori (sono ragazzi musulmani, solo uno fra di loro è cristiano) stanno ripulendo i piccoli frammenti di un mosaico dell’XI secolo all’interno della minuscola Cappella dei Franchi al Santo Sepolcro. ‘Guarda la bellezza del verde di questa tessera – mi invita Osama Hamdan, architetto gerosolimitano, direttore della scuola del Mosaic Center di Gerico – è lo stesso colore che ritrovi nei mosaici della Cupola della Roccia’. E ancora: ‘Gerusalemme è cristiana, ebraica, musulmana, bizantina, romana, mamelucca, ottomana, pagana, crociata, persino britannica’. I ragazzi di Osama, per quattordici mesi, hanno restaurato i mosaici della Basilica delle Nazioni, al giardino dei Getsmani. Hanno ripulito dieci milioni di tessere. Restauratori musulmani per la chiesa che sorge nell’Orto degli Olivi.

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La Pietra dell’Unzione, al Santo Sepolcro

 

Al Santo Sepolcro la folla dei pellegrini è incessante. Donne e uomini si prostrano sulla Pietra dell’Unzione, vi strusciano sopra rosari, crocifissi, panni; fanno code infinite (transenne della polizia israeliana) per entrare nel luogo della sepoltura, salgono a fatica i gradini quasi verticali che conducono al Golgotha. Vi è chi è immerso nella lettura della Bibbia. So che per gli arabi questa è Kanīsat al-Qiyāma, la Chiesa della Resurrezione. Al Muro Occidentale centinaia di ebrei ortodossi pregano dondolandosi, gridando, sussurrando frasi, cantando, leggendo con accanimento pagine dei libri sacri. La loro devozione è impressionante. Nella pace della Spianata delle Moschee donne e uomini, al mattino, siedono in circolo e studiano, con tenacia, il Corano. Già, i libri. Il Libro. Mi sorprendo a pensare che il leggio dove il vecchio ebreo, con i suoi boccoli sulle tempie, poggia il suo Libro è identico a quello dove un altro vecchio, con la grande barba bianca, di fronte ad al-Aqsa, ha sistemato il suo Libro. Ritrovo anch’io un attimo di quiete.

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Soldati israeliani in Città Vecchia

 

Dura poco. I soldati israeliani presidiano, giorno e notte, alla terza stazione della via Dolorosa e alla Porta di Damasco. Al venerdì, vengono schierati, a decine e decine, davanti agli ingressi della Spianata delle Moschee. Spesso, impediscono ai giovani, agli uomini con meno di cinquant’anni, di entrare per pregare. A volte la tensione diventa rabbia. E allora volano manganelli, lacrimogeni e temibili spray urticanti. A una delle porte di al-Aqsa, a cinque metri dal blocco israeliano, in mezzo a un parapiglia di spinte, ho preso una nuvola di gas al peperoncino e ho avuto gli occhi in fiamme per ore. Ho visto malridotto chi era in prima fila.

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Ultraortodossi

Mi dicono che ci sono venticinque moschee, sessantacinque chiese e venti sinagoghe in Città Vecchia. Salgo su un grande terrazzo al confine del quartiere armeno e, su questo tetto, mi ritrovo fra le cupole, protette da una cancellata, di una moschea, le inferriate di una sinagoga (la sicurezza affidata alla pistola di una giovane guardia di origine etiopica) e la mole imponente del Santo Sepolcro. E’ una città di matti, questa. Si vedono croci e armi, Torah e manganelli, Vangeli e mitra. I mercanti espongono magliette I love Israel accanto a quelle con su scritto Free Palestine. Il conflitto quotidiano diventa business. Ma questa non era Yerushalaim, la città della Pace? Non era al-Quds, la città Santa? Sono almeno settanta i nomi biblici di Gerusalemme. Città della Pace, un corno, mormoro a labbra strette. Mi siedo sulla panchina sul tetto dell’ospizio austriaco e non riesco a staccare gli occhi dall’oro splendente della Cupola della Roccia. Che meraviglia! La pace, un corno, per davvero: leggo ancora che si sono combattute 118 guerre per Gerusalemme, queste pietre sono insanguinate (e non solo del sangue di Cristo). Questa città è stata espugnata 44 volte e assediata per 23. Lo scrittore Arthur Koestler è brusco: ‘Gerusalemme è intossicata dalla religione’. Anche Paola Caridi, giornalista e saggista, non lascia molte speranze: ‘E’ una città crudele. Divisa, incompiuta, senza luoghi comuni. I soli luoghi di condivisione sono i centri commerciali’. Sufian Taha, giornalista palestinese, collaboratore della Washington Post, vive nel quartiere periferico di Beit Hanina, avverte: ‘Ma non vi è altra strada che la condivisione. Chiunque qui voglia tutto, perderà tutto. Israele costruisce muri invece che ponti. Ma dovrebbero saperlo: sono state le loro trombe, a Gerico, a far crollare le mura’.  Alì Jiddah, 63 anni, afro-palestinese (17 anni di carcere per un attentato compiuto nel 1968, quando aveva 18 anni), ogni mattina siede al caffè Rihimon alla Porta di Damasco: ‘Gerusalemme è la mia fidanzata’. All’Università Ebraica, sul monte Herzl, apro un libro appartenuto al cabalista Gershom Scholem. Sul suo ex-libris è scritto: ‘Dentro di me, Gerusalemme’.  ‘Amo Gerusalemme – mi dice Asher Salah, 47 anni, storico dell’ebraismo, uomo osservante, studioso geniale – Provo spaesamento in questa città. Mi interroga, mi chiede, mi fa arrabbiare. Ma, è vero, non si vuole avere una storia comune. Bisogna scriverne due e lasciare uno spazio bianco in mezzo. Per la possibilità di una terza narrazione’. Ha ragione, penso: in questa terra stretta, bisogna intromettersi. Michael Barilan è un medico, docente di bioetica all’università di Tel Aviv, laico: ‘Tutti urlano a Gerusalemme, nessuno abbassa mai la voce. Devi esibirti, mostrarti, far sapere chi sei. Fa paura’. I laici lasciano la città. Michael, gerosolimitano per nascita, tre figli, non tornerebbe mai a vivere a Gerusalemme. Roberto Arbib, 53 anni, è un rabbino del movimento conservativo. Nato a Roma, è venuto a vivere in Israele per sionismo. E’ un uomo che cerca di portare spiritualità nell’indaffarata Tel Aviv. Nemmeno lui vivrebbe a Gerusalemme, ma ‘non possiamo lasciare la città in mano ai radicali e agli estremisti’, ammette. Dice anche: ‘Questo è un paese schizofrenico. Impaurito. Soffre di claustrofobia’. Ma subito aggiunge: ‘Per fortuna c’è Israele, lo Stato, un esercito di leva, la Corte Suprema. Altrimenti non esisteremmo più’.

Bethlehem, si prova ad accerchiare il Muro a Beit Jala

Il Muro a Betlemme

Appena fuori la Porta di Damasco, vado a trovare Riccardo Lufrani, 49 anni, frate domenicano, archeologo e biblista. Mette su il caffè e mi accoglie citando Matteo. Mi lascia senza fiato: ‘Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati’. E poi mi detta una spietata e dotta definizione di un geografo arabo del X secolo. Shams ad-Din ibn Abdallah, al Muqaddasi, era nato qui, ma non esitò a scrivere: ‘Questa città è una ciotola d’oro colma di scorpioni’. Riccardo, studioso inquieto e attento, comincia i suoi corsi di teologia alla École Biblique et Archelogique di Gerusalemme con le parole di questo antico erudito gerosolimitano. Immagino lo stupore dei suoi studenti.

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I ragazzi di una Yeshivà

‘Vivo qui da sei anni e mi sento ancora un estraneo. Devo sempre interrogarmi sull’identità dei miei interlocutori. Sono stanco’, mi confessa Riccardo. Vorrei abbracciarlo. Ha ragione: non c’è pace a Gerusalemme. Ecco la mia contraddizione: io qui mi sento a casa. Riconosco gli odori, faccio pazzie per l’humus, la divina crema di ceci; adoro il sapore dello za’atar, il timo con semi di sesamo e sale; so che le donne, sempre le stesse da secoli e secoli, che vendono erbe (menta, origano, foglie di vite, mandorle) alla porta di Damasco sono scorbutiche e commoventi; ascolto le campane dei francescani, il richiamo del muezzin, a volte intendo il suono dello shofar, il corno ebraico. Paola Caridi, giornalista italiana, ha vissuto dieci anni a poca distanza dalla Porta di Damasco, oggi abita in Sicilia e ricorda: ‘La mia nostalgia è il ritmo del quotidiano, è la Gerusalemme dei suoni’. E ancora: mi sposto di poche centinaia di metri e sono in mezzo alla modernità da movida di Gerusalemme Ovest, vado al bellissimo mercato di Mahane Yehuda a Gerusalemme Ovest e osservo il venditore di fragole: eppure sono le stesse fragole che ho visto alla Porta di Damsco. E’ lo stesso carretto. Sono disposte nella stessa maniera: formano un grande trapezio rosso vivace. Quasi mi convinco che gli uomini che le vendono siano gli stessi. No, uno è israeliano, l’altro è palestinese.

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La moschea di al-Aqsa

Passeggio per lo sfavillio del centro commerciale di Mamilla appena fuori la porta di Jaffa (e i palestinesi ti spiegano che qui c’era un loro mercato), poi rientro fra i vicoli e cammino velocemente a fianco dei ragazzi con i tappetini sulle spalle che vanno a pregare in moschea, corro dietro agli ebrei ortodossi che, a passo da velocista, tornano verso Me’a She’arim, ‘il quartiere delle Cento Porte’, mi fermo a bere tè alla menta, sorseggio la limonata fresca di Mohammed e ringrazio, mano sul cuore, Amir, che ogni mattina frigge falafel e sempre me ne offre uno: …quanta ricchezza, quanta bellezza, quanta bontà per la mia gola… Come faccio? Allo stesso tempo, come Riccardo, mi sento straniero e me ne voglio andare. Non posso vivere con una tensione perenne addosso. Chiedo a Mahdi Abdul Hadi quale è il futuro di questa città. Mi guarda con occhi rassegnati. Non voglio tradurre le sue parole, le riscrivo in inglese: ‘Painful, ugly and bloody’. Mahdi mi dice che ogni volta che viaggia, dopo tre giorni di lontananza, ha un solo desiderio: ‘Tornare a Gerusalemme’. Paola Caridi ha scritto che questa città è ‘senza Dio’. Riccardo Lufrani mi dice che la sua sola ancora di salvezza è ‘aggrapparsi a Dio’.

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E se la vita fosse normale?

In Città Vecchia vi sono due oasi di pace: la grande Spianata delle Moschee e il silenzioso quartiere armeno dentro le mura del convento ortodosso di San Giacomo. Questa volta mi rifugio nella solitudine dei vicoli armeni. Ascolto George Hintlian, 69 anni, ex-direttore del museo armeno: ‘Questa è una città triste. E io, ogni giorno, devo lasciare cadere una goccia di gioia per poter vivere’. E ancora: ‘Stare qui, rimanere qui, è la sola, nostra resistenza’.

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La preghiera nel negozio del barbiere

 

A sera, stanchissimo, mi fermo di fronte a una bottega illuminata. Attratto da qualcosa che vi accade dentro. Sono a due passi dal Santo Sepolcro, cinquanta metri dal quartiere ebraico, cento da quello armeno, ai confini di quello musulmano. Com’è davvero tutto vicino in Città Vecchia. E’ il negozio di un barbiere. E’ piccolissimo: tre metri per tre. Non di più. Un cliente aspetta con pazienza sulla sedia. Si guarda nello specchio. Il barbiere ha steso il suo tappetino per terra. Si è tolto le scarpe. E’ in piedi, le braccia incrociate sul petto, si inchina, si inginocchia, tocca la terra con la fronte. Ha interrotto il suo lavoro per pregare. L’uomo sulla sedia è tranquillo. Il barbiere prega con lentezza. Io sono lì. L’uomo che aspetta di farsi capelli mi apre la porta e mi fa cenno di entrare. Non c’è spazio, mi rincantuccio in un angolo. Il barbiere non interrompe la sua preghiera. Ne ascolto il sussurro. So che Papa Francesco passerà qui di fronte. Questa è la fine della via Dolorosa. Come vorrei che si fermasse a salutare questo barbiere. Questo viaggio a Gerusalemme è stato lungo, faticoso, duro, bellissimo. E ora per un attimo, per un attimo solo, ho trovato pace, ho capito perché sono venuto fino a qui. E avverto nostalgia. Gerusalemme mi manca.

Foto e testo di Andrea Semplici

Questo articolo è sul numero di maggio della rivista mensile ‘Il Messaggero di Sant’Antonio’.