Testo e foto di Paolo Calvino

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Quando iniziai ad interessarmi al pellegrinaggio dello Shikoku, a dicembre del 2010, rimasi affascinato dalle cifre: 88 templi buddhisti da visitare, percorrendo un anello di oltre 1200 km nella quarta isola dell’arcipelago giapponese, 45 giorni di cammino, più di 1200 anni di storia alle spalle. Lo chiamano O-henro-san, termine con il quale si indica anche il pellegrino che lo compie.

Man mano che raccoglievo informazioni, poi, mi divenne chiaro che la sua particolarità sta nella relazione che si stabilisce fra pellegrini e abitanti del luogo; la tradizione di accogliere gli henro con doni di varia natura, gli osettai, contribuisce a formare in essi la convinzione che lo Shikoku sia un “altro mondo” rispetto al resto del Giappone: per i seguaci di alcune scuole buddhiste è la Terra Pura del dio Amida, per altri è la tappa preparatoria del viaggio che ci attende dopo la morte, per qualcuno è il Giappone “di una volta”, per tutti è una terra sacra nella quale avvicinarsi alle divinità e ai santi, primo fra tutti Kōbō Daishi (774-835), al quale si attribuisce la fondazione del pellegrinaggio stesso. E un “altro mondo”, la cui cifra fosse la gentilezza, era esattamente ciò che cercavo quando, un paio di mesi prima, ero partito per il Giappone.

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Per chi voglia compiere il pellegrinaggio a piedi e in un’unica soluzione, le condizioni climatiche ottimali si presentano soltanto in primavera o in autunno e, pertanto, la mia camminata si è svolta dal 2 aprile al 28 maggio 2011. Fin dalla prima settimana, mi sono trovato d’accordo con i pellegrini giapponesi: lo Shikoku è un luogo speciale. Innanzitutto, e non potrebbe essere altrimenti nella regione più rurale e meno densamente popolata del Paese, si cammina attorniati da giardini, piante e fiori: ciliegi, magnolie, azalee, forsythie, glicini, camelie. Colpiscono, poi, la cura e il senso della misura che caratterizzano gli ambienti trasformati dagli uomini, siano centri abitati, risaie oppure aiuole ai bordi delle strade; c’è un’osmosi fra il mondo dell’arte e quello ordinario: stili e materiali adoperati nei templi ispirano la costruzione di edifici e oggetti di uso comune, e i templi, a loro volta, accolgono la vita quotidiana delle persone al loro interno e ne risultano influenzati. Nel frequente attraversamento di paesi e villaggi, infine, il viandante sperimenta la generosità dei suoi abitanti; a me è capitato di ricevere in dono tutto ciò di cui avevo di volta in volta bisogno: cibo, caramelle, dolciumi e perfino denaro da persone che incontravo per strada; frutta, verdura e bibite dai negozianti; un paio di guanti da lavoro da un uomo che mi ha visto indaffarato a montare la tenda; riso e caffè caldi da una famiglia accanto alla cui casa mi ero accampato; sono stato ospitato gratuitamente in templi e case private; mi è stato offerto un passaggio in auto quando ho sbagliato strada e un ombrello quando è scoppiato un temporale; ho gustato thè, biscotti, libri e fumetti che qualcuno aveva disposto lungo il cammino. L’incontro con il prossimo non è mai una seccatura per gli abitanti dello Shikoku, ma l’occasione per un saluto, un sorriso e una parola di incoraggiamento.

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Sono soprattutto questi sorrisi e queste parole che ricordavo alla sera, quando mi ritiravo in tenda, e che mi sono rimasti impressi alla fine del viaggio, ben più che i templi visitati o le salite affrontate per raggiungerli; non ci sono opere d’arte strepitose, panorami incomparabili o montagne uniche, né sono richiesti sforzi fisici estremi per compiere il pellegrinaggio. Unica è stata, però, l’opportunità di lavorare per due mesi alla conoscenza di me stesso e incomparabile è il calore umano delle persone che ho incontrato, persone libere dalla diffidenza e dalla paura del prossimo, in mezzo alle quali mi sono sentito anch’io veramente libero. E’ l’essenziale che si trova in questo viaggio, non l’eccezionale.
Alla partenza si indossano una camicia bianca e un cappello di paglia, ci si carica sulle spalle uno zaino e ci si incammina appoggiandosi ad un bastone su cui c’è scritto “una strada, due persone”, in riferimento a Kōbō Daishi, invisibile compagno di ogni viandante; si diventa, così, uno henro, come se si salisse su un palcoscenico a recitare la propria parte. Ci si traveste per rendersi riconoscibili al prossimo, per comunicargli che abbiamo deciso di essere, per due mesi, un essere umano e nulla più; in cambio, si riceve ciò che spetta ad ogni essere umano: la solidarietà.

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Se la vita ordinaria ha depositato sull’essenziale un’incrostazione che lo nasconde, per coglierlo ci vuole un’azione che la interrompa. Si deve “aggiungere” qualcosa al proprio abbigliamento e al proprio status per “togliere” quel sedimento e vedere cosa c’è “sotto”. Bisogna spostarsi, lasciare i posti conosciuti, per potersi ritrovare, per tornare da sé stessi, a quel centro dal quale ci si è allontanati proprio nella vita ordinaria e nei luoghi familiari.

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Per gli abitanti dello Shikoku, camminare lungo lo henro michi, il sentiero dei pellegrini, non è un’impresa, ma un’azione normale che contribuisce a far girare la ruota del mondo nel verso giusto. Che qualcuno lo faccia offre ad altri l’occasione di compiere gesti di generosità; è un’azione che non sta all’inizio o alla fine di un processo, ma all’interno di una infinita catena di stimoli a fare cose diverse ma tutte giuste per far girare la ruota del mondo nel verso giusto. E per averne consapevolezza: il pellegrino che riceve il dono è lo specchio che rimanda al donatore il senso della sua azione, così come il donatore è specchio per lo henro.
E’ un viaggio che porta a pensare che si possa trovare il paradiso anche dove c’è l’umanità, anzi, proprio perchè c’è l’umanità, in una terra dove non pare utopistica la scritta che si trova in molti luoghi sacri: “May peace prevail on Earth”.

Per informazioni sul Pellegrinaggio dello Shikoku:
www.shikokuhenrotrail.com
paolocalvino.blogspot.com/2011/06/free-lodging-in-shikoku.html
Per vedere le mie fotografie:
picasaweb.google.com/calvinopaolo/ShikokuOHenroSan

Jizo, patrono dei viaggiatori

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