Testo di Andrea Semplici

C’è sempre qualcosa che riaffiora. Che credi di aver dimenticato. Stanlio e Ollio, a esempio. Nelle mie prime sere da ragazzo davanti a una televisione, loro c’erano sempre. La televisione italiana, allora sontuosamente democristiana, in un bianco e nero sempre leggermente brufoloso, pensava che fossero comici adatti alla famiglia. Ignorava di avere davanti due rivoluzionari. Capaci di trasformare l’ingenuità e la semplicità in un linguaggio di emozioni. Come faceva Stan a grattarsi la testa a quella maniera? Quale era il trucco di Ollie mentre salutava agitando il cravattino e le sue mani da ippopotamo?

Che grande merito ha John Baird a raccontarci in un ‘gran bel film’ la loro storia. E’ il primo lungometraggio di questo regista scozzese (e lo sapevate che Arthur Stanley Jefferson, Stanlio, era nato nel nord-ovest dell’Inghilterra?). Baird ci racconta un frammento della storia di Stan e Ollie, un frammento che vale per la loro vita. E anche per la nostra vita. Vi dovrei spiegare, spero che lo capiate da soli.

Negli anni ’30 del secolo scorso, Stanlio e Ollio furono fra i pochi sopravvissuti alla transizione dal muto al sonoro. Per noi italiani, fu un dono sentirli parlare: per oltre dieci anni, i loro migliori, la voce di Ollio fu quella di un giovane Alberto Sordi, capace, forte dei suoi studi lirici, di cantare con maestria.

Sono andato al cinema da solo. A Matera. Al Piccolo, il cassiere-proprietario sa della mia età e ho il biglietto ridotto. Pochissima gente in sala. Sala-lamione. Sempre un po’ troppo calda. Poltroncine di un arancione strano. Sto bene al Piccolo. Aiuta l’innamoramento sentirsi a proprio agio. Mi sono innamorato di questo film. Ho sorriso e ho avvertito le lacrime sotto gli occhi. Forse è accaduto per compassione verso i miei anni. Forse per compassione verso Stan e Ollie. Forse per il gioco della vita, delle nostre vite. Ha ragione Gabriele Romagnoli quando, su Repubblica.it, nei piccoli frammenti sulle ‘cose belle’ che gli capitano ogni giorno, racconta che questo è un film che regala una gioia serena. Mi viene in mente che anche Francesco Piccolo avrebbe avuto, al cinema, uno dei suoi ‘Momenti di trascurabile felicità’.

1953, Stan e Ollie sono stanchi, vecchi, quasi esausti, malati. Ollie non rinuncia a giocare ai cavalli e a perdere fortune. Stan si ostina a scrivere le sue formidabili battute e a bere whiskey. Tournée in Europa. In cerca di fondi per l’ultimo film: un Robin Hood che mai si farà. Il produttore nemmeno riceve Stan. La gloria passata non è merce nel mercato del cinema. 1953, Stan e Ollie sono sul precipizio della vita. Quando ti accorgi che è finita. Ma vi è sempre il tempo per un gran finale. Ai loro spettacoli (la tournée fu un successo) viene un pubblico in là con gli anni. Ridono di ricordi. E’ l’ultima tournée.

Stan e Ollie litigano, si separano, preparano le valige per andarsene su cammini diversi, l’impresario ha già pronto controfigure per sostituire o l’uno o l’altro, ma non può funzionare.

I litigi sono parte dell’amicizia, della complicità. Della vita. Stanlio e Ollio non potevano avere caratteri e corpi più diversi, ed erano, per questo, una coppia perfetta in teatro e al cinema. Ma, spesso, negli anni, si  litiga. La coppia si separa. Stan e Ollie si lasciano. Capita, scrive Gabriele Romagnoli: ‘Queste cose succedono anche a due si vogliono bene’. Un gran bene. Ollio commette uno sbaglio, Stan tace. O è viceversa? Ci sono i ‘non-detti’. Il rancore cresce come una malapianta. Graffia le anime. Nessuno fa un passo in avanti verso l’altro. Che stolti che siamo.

Ma, a volte, può accadere…può accadere che Ollie esca dalla sua stanza, che si dimentichi delle valige già pronte, che bussi alla porta di Stan. Che, a sua volta, rimane sorpreso e avrebbe voglia di grattarsi i capelli. Ollie potrebbe salutarlo con il cravattino volante. Allora? Allora si ri/comincia…un’ultima volta, ancora una volta. E’ il ballo, il ballo finale dei ‘Fanciulli del West’. Ce la fai? Ollio sta morendo. Ce la fai? Ce la faccio. E dice anche: ‘E’ stato bello finché è durato’. Sento le lacrime avventarsi sui miei occhi. Sono davvero solo in questa sala dalle poltrone arancioni?

‘La vita è anche un esame di riparazione’, dice ancora Gabriele Romagnoli (grazie). E si può superarlo prima dei titoli di coda. Prima del sipario. Rimanete in sala fino a quando non vedrete scorrere un racconto finale: il destino di Ollie era segnato, il suo cuore non poteva reggere, morì nel 1957 e, da allora, ‘Stanlio rifiutò qualsiasi altro partner. E per otto anni continuò a scrivere sketch in cui comparivano sia lui che Ollio’. Anche questo accade nelle nostre vite.

Stanlio sopravvisse otto anni alla morte di Ollio. Avvertì, con serietà, i suoi amici: ‘Don’t cry at my funeral, otherwise I’ll never speak to you again’. Non piangete al mio funerale, altrimenti non vi parlerò mai più.