Testo e foto di Andrea Semplici

No, a Pedali, laggiù a Viggianello, nemmeno quest’anno sono andato. Eppure là, alzano il primo albero dell’anno. Mi faccio una promessa che non rispetterò: l’anno prossimo a Pedali. So che accade al lunedì di Pasqua.

Don Anthony

Cibo

Ma, prima domenica dopo Pasqua, non ho perso l’appuntamento con la scelta del Maggio ad Accettura, paese delle Dolomiti Lucane. Non c’ero mai stato.

In cerca dell’albero

In cerca dell’albero

Gli occhi al cielo degli alberi

 

La primavera è nell’aria, ma i cerri della foresta di Montepiano non hanno ancora messo le foglie, ci sono le primule attorno alle loro radici, l’inverno, in queste montagne, avrà le sue code. Pasqua bassa, quest’anno. Calendario religioso per il rito degli alberi. Cerri e faggi, agrifogli e pini stanno per cominciare a viaggiare fra Lucania e Calabria. Sono le grandi feste dei Maggi, il cambio di stagione, l’arrivo dei tempi buoni.

Daniele discute

Marchiatura dell’albero

Numero Uno

‘Cominciamo la maratona’, mi accoglie Franchino. I maggiaioli di Accettura si ritrovano a Montepiano. Giornata tiepida, ma al mattino giacconi da lavoro, pile e maglioni pesanti, cappelli e scarpe da lavoro. La messa è di don Anthony, sceso da Oliveto Lucano, prete nigeriano in un luogo lontano. Riconosco la sua gestualità africana. Le donne leggono i vangeli, quattro uomini fanno la comunione. Poi comincia la danza degli alberi, il ballo lento attorno agli alberi. Bisogna scegliere gli spunti: alberi gregari, devono tirare gli alberi-paranco, le croccie. Non sono affatto sicuro di scrivere le cose giuste, fatico a seguire il dialetto senza vocali. Franchino mi dice: ‘Sonotestimoni, questo è un matrimonio fra alberi e loro devono fare la loro parte’. Gli antropologi hanno convinto anche la gente del paese? Il rito degli alberi è, da anni, sposalizio di alberi, storia con troppo forza per essere scalzata.

Saluti, abbracci, ci si bacia sulle guance. Da tempo non ci si vede. Tutto a posto? ‘Tutto a posto’. Il Chiapas d’Italia sta bene. La follia dell’albero mette assieme il paese. Ricordo i novantanove anni di Andrea, mi disse: ‘Finché c’è la festa, c’è il paese’.

Franchino misura

‘L’albero è questo e da qui non mi muovo’

C’è da scegliere il Grande Albero. Franchino sa dove andare, misura prima che arrivino gli altri: due metri e cinquantacinque. ‘E’ bello assai, l’albero. Mai visto uno così’. Venticinque metri, così a occhio. Troppo grosso? ‘Gli antenati lo avevano lasciato stare’. ‘O lo prendiamo quest’anno o non lo prendiamo più’. Capannello di teatro, discussioni alzando mani al cielo, il dialetto è un intrico di consonanti. Non capisco niente. Ruggero mi fa una lezione di geometria, altri parlano di fisica e di incastri. Alla fine, decisione diplomatica: si sceglie un albero di riserva, se il Grande Albero si spezzasse, cadendo, ce ne è già un altro pronto. Antonio sale e sa di fare fatica: va sulle spalle di Ruggero, ha il filo da misura appeso alla cinta, va in cima con gambe da gatto, controlla il diametro lassù. Là dovrà innestarsi la Cima, l’agrifoglio che sarà la scelto la domenica che viene. Quest’anno dovrà essere corta e grossa. Già immagino le discussioni. ‘E’ di lusso, l’albero, quest’anno’. ‘Una favola’. Franchino mi spiega i misteri dell’inclinazione, come l’albero dovrà andare nella fossa. Qualcuno si ostina nel mugugno. Occhiataccia: ‘Non è grosso, è buono’.

Antonio è salito a misurare

Morra

Morra

Morra

Tempo del pranzo. Al bosco. Alla fontana. Bolle la pastorale, Pasquale prepara il tavolo, con la porchetta, le fave e i salami. Salvatore arriva con le ricotte, i dolci. Le tovaglie sono una meraviglia: pecorini, frittate, salsicce, pasta al forno. E poi le griglie di agnello e rosticciana. Il vino, il vino, il vino. Il limoncello, il brandy stravecchio nei bicchierini, il caffè. E le cantate. Questa volta perfino un azzardo di Beatles. Si canta a orecchio. Ci sono le nacchere. Canti improvvisati con la mano a fare da megafono. Canti alpini e di amori disperati.

Viva

Nacchere

Felicità