Girma Negash

Girma Negash

Testo di Fabio Artoni

Ascoltando la musica che esce dagli amplificatori del quartiere di merkato e dalle autoradio dei tassisti di Addis Abeba si fa fatica a credere che un tempo questa città era chiamata “la swinging Addis Abeba”. Duke Ellington quaranta anni fa arrivò in città e suonò di fronte ad Haile Selassie ma più per una missione per conto della diplomazia americana che per omaggio all’Etiopia, nazione africana mai colonizzata. Il termine swinging come riferimento a un periodo della storia del jazz sembra attribuire una vocazione esterofila mai realizzatasi né voluta. Le orchestre alla Glenn Miller prima, il rock’n’roll e il soul poi furono solo alcuni ingredienti di quella che diventò la musica moderna etiopica, plasmata da una generazione di musicisti che accolsero le influenze esterne seguendo un proprio, irresistibile istinto: quello a etiopizzare qualsiasi cosa.

Duke ad Addis

Duke ad Addis

Per un ventennio e fino a metà degli anni Settanta la città è stata un crocicchio affollato dove si sono incrociati nel tempo il canto melismatico e le scale pentatoniche della tradizione musicale etiopica, direttori d’orchestra armeni dai nomi nobili, gli ottoni delle orchestre da ballo della guardia imperiale di Haile Selassie, il pathos abissino e quello di James Brown e Sam Cooke, chitarre Framus e scatolette fuzz, organi elettrofonici, saxofoni che traslarono sullo strumento la voce dei canti dei guerrieri. Il risultato fu una musica dove timbri e riff occidentali innervarono la voglia di melodia abissina suonata sulle scale della tradizione. Amori infelici e nostalgia ad alta intensità sonora.

Ayele Mamo

Ayele Mamo

Alemayo Eshete è chiamato l’Elvis d’Etiopia ma quando lo incontro canticchia una canzone d’amore di Celentano e capisco perché qui qualcuno ama Al Bano. Da fenomeno urbano e popolare quella musica è rimasta un ricordo da venerare per gli etiopi e la testimonianza di una esperienza unica in Africa per una elite di appassionati occidentali, grazie soprattutto alle incisioni storiche pubblicate nella collana francese Ethiopiques. I vecchi leoni dell’età d’oro della musica etiopica sono quasi in pensione e non hanno avuto grandi eredi. Getachew Kassa se ne è andato negli Stati Uniti. Mulatu Astatke creò ed esportò l’ethio jazz ma è più un parente un po’ snob che ha fatto fortuna in America che un eroe d’Etiopia. Getachew Mekuria ha vissuto una seconda giovinezza quando ha incontrato Terrie Ex e il suo gruppo punk ma ormai si vede poco in giro. Di Telahun Gessese è rimasta una statua tutta d’oro nel cimitero degli eroi della patria di Addis Abeba e il ricordo di un funerale dalla partecipazione torrenziale.

La statura dorata di Telahune Gessasse

La statura dorata di Telahune Gessasse

Mamhoud Amhed e Alemayo Eshete in concerto fanno ancora tremare le transenne e mandano rose rosse immaginarie a ragazze e signore del pubblico ma quello che si ascolta in giro è pop e reggae etiopizzato, hip hop, le canzoni sempreverdi della chiesa ortodossa e dei pente e quelle delle feste che rompono i lunghi digiuni. E le canzoni dei cantastorie azmari, con i loro doppi sensi, impossibili da apprezzare nella loro essenza se non si padroneggia la lingua. Sintetizzatori, batterie elettroniche e multitraccia digitali hanno democratizzato la produzione musicale ma hanno depresso la corrispondenza tra gesto e suono, tra sequenza di ritmi e accordi scritti ed espressività degli interpreti.

Il Patrice Lumumba

Il Patrice Lumumba

Con l’amico Andrea Semplici tentiamo una disperata operazione di riesumazione della memoria andando a cercare in un quartiere che si chiama “il mio meraviglioso pericolo” il vecchio locale Patrice Lumumba, dove tra musica, balli, alcool e vizi una generazione di giovani etiopi cercava il suo posto nel mondo del sessantotto, delle pantere nere e dell’africa unita. Il Lumumba non è passato alla storia come lo Shrine di Lagos ma uomini che a quel tempo erano ragazzini raccontano che Mamhud e Alemayo suonavano lì. Cronache ufficiali lo confermano. Più difficile credere che anche Haile Selassie ci andasse, in un angolino buio e con qualche monetina in mano per i musicisti come davanti a un juke box. Ma le testimonianze sono disperse ormai, come quelle ragazze che lì facevano la vita e staranno passando la vecchiaia lontane da quel torbido, meraviglioso pericolo. Ma non c’è più neppure la musica al Patrice Lumumba. Bisogna ritrovarsi per sbaglio in qualche bettola che non sa cos’è la luce soffusa per trovare una lezione di ambient music tanto involontaria quanto perfetta: una lampadina da pochi watt per ombre adatte al malessere blue di Mela Mela: “Non c’è una soluzione, tutto è diventato confuso. Il mio cuore ha cercato ma alla fine è caduto in un buco profondo”. Canta così Mamhoud Amhed. Staranno pensando a quelle cose lì quegli uomini silenziosi che guardano i boccali di birra oppure si stanno solo lavando via la fatica della solita giornata da facchini? In città c’è qualche amba che più che resistere semina di nuovo. Il Jazzamba è un locale a Piassa, in centro città, nel vecchio Hotel Taitu che è luogo di ritrovo di uomini d’affari etiopi, antropologi ed esploratori, rasta alla ricerca di radici.

Hotel Taytu

Hotel Taytu

Al Jazzamba suonano giovani musicisti etiopi che hanno studiato negli Stati Uniti e qualche vecchia gloria della musica moderna etiopica. Manca solo il fumo di sigaretta perché sembri un piccolo Cotton Club. Al posto di Cab Calloway arriva un anziano signore che suonava ai tempi d’oro nelle orchestre di Haile Selassie ma poi ha dovuto raggiungere la pensione guidando autobus. Alemayo Eshete fa qualche  mossa rock’n’roll ma il pubblico si scalda solo quando alza le spalle per accennare l’eksesta, la danza degli amhara degli altipiani. I giovani musicisti-manager del Jazzamba hanno messo in piedi anche una scuoletta di jazz. Hanno poche risorse e pochi strumenti ma suonano bene e fanno amicizia in fretta con i loro simili: quando il trombettista Giovanni Falzone e il saxofonista Francesco Bearzatti sono arrivati ad Addis Abeba hanno trovato aria di casa al Jazzamba e per una settimana hanno insegnato ai ragazzi della scuola di jazz. Avevano tra le mani una tromba Ripamonti e un sax Selmer del ‘48, che hanno ricordato a quei ragazzi che una volta i fiati e gli strumenti veri erano di casa nella swinging Addis, sul palco nobile del teatro Hager Feker come nei bassifondi del Patrice Lumumba. Un ragazzo mi chiede perché Bearzatti ha uno strumento cosi vecchio. Posso solo rispondergli che è meglio dire vissuto che vecchio, e che non lo lucida perché non perda il ricordo delle battaglie di tante jam session. Le prime sessioni di lavoro non sono state molto incoraggianti. Un tipo si è presentato una mattina con il foglio degli esercizi scritti da Falzone appallottolato nella campana della tromba. Ma soprattutto i giovani studenti del Jazzamba hanno studiato gli standard jazz su disco ma sono cresciuti con altra musica nelle orecchie.

addis Abeba-6147

Mahumud Ahmed

Falzone swinga ovunque e anche senza tromba ma gli studenti battono a fatica le dita sul tavolo. Siamo tutti un po’ dei cani di Pavlov quando ascoltiamo la musica: amiamo le sorprese ma con il bisogno di conferme e l’acquolina sonora arriva quando si ha la sensazione, anche dopo avere a lungo vagato, di tornare a casa, tra melodie e timbri familiari. E poi in Etiopia ci sono secoli di storia didattica che dicono che un insegnante va con reverenza ascoltato e non con entusiasmo seguito. Se viene represso lo spirito critico figuriamoci il corpo. Ma il quartetto italiano ha un bel nome per missioni impossibili: Tinissima, in omaggio a Tina Modotti. E Bearzatti suonava con un gruppo che si chiamava Sax Pistols, un nome con il crossover nel sangue. Falzone e i suoi hanno spalancato cervelli e dimostrato che uscire dalle cornici delle abitudini è sempre possibile. Hanno martellato i ragazzi con The C Jam Blues e lavorando molto sulle viscere e poco sulla teoria una settimana dopo Tinissima e ragazzi del Jazzamba erano tutti sul palco dell’Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba a suonare il pezzo di Ellington. Suonavano, cantavano e ondeggiavano accompagnando le improvvisazioni di tromba e sax. Proprio giusto quaranta anni dopo l’orchestra del Duca al teatro Haile Selassie. Un turista ha giurato che se tornerà in Etiopia porterà tromboni e sordine per i ragazzi del Jazzamba come bagaglio a mano. Forse quell’esperienza circolerà tra neuroni plasmati a hip hop e synth, canti religiosi e degli azmari, ispirando qualche altro giovane musicista a  distillare qualcosa di nuovo in una città che in neppure mezzo secolo si è lasciata alle spalle millenni di feudalesimo, l’euforia dei tempi delle indipendenze e anni di regime comunista. Perché oggi, come in tutta questa rising africa, il nuovo verbo si chiama development ma ancora non si sa quale sarà la nuova colonna sonora per etiopizzare ancora, ballandoci sopra per esorcizzane la paura, la modernità.