(Appunti per  un viaggio  cominciato, non troppo casualmente, a scuola. Una sorta di diario di bordo)

Testo di Antonia Gabriella d’Uggento, fotografie di Marianna Altieri

Comincia dunque il viaggio. Tra noi. Ma non solo. Col piacere di trovarci e cercare. Quasi bambine o giovani alcune, donne più vecchie o vecchie, più donne le altre. A dirci cose, a scucire maglie e raggomitolare fili. Le mani avanti, parallele ad altezza di cuore che tracciano cerchi nell’aria. Sembrava ovvio e scontato. Ripercorriamo, sul filo, la memoria del secolo breve che noi raccontiamo alle altre. Non tutto è nostra memoria. Talvolta raccontiamo un racconto.

E il secolo breve è tutto rappreso tra due orribili guerre. Secolo eterno in realtà per le donne. Con tanti passi avanti di conquiste, e altrettanti indietro, a saldare il conto. La sintesi è ambivalente.

Sintesi enfatica: unica rivoluzione non cruenta della storia. Sintesi realistica: unica rivoluzione che non conduce alla ‘stanza dei bottoni’. La prima sosta ci lascia due consegne con punto di domanda.

1. Cosa allontana ancora  le donne dai centri di potere? O meglio, cosa ancora impedisce alle donne una gestione del potere secondo il loro proprio, personalissimo sentire? Il sentire  cioè della persona? (non c’è nulla di più soverchiamente maschio di un  pretestuoso neutro !)

2. L’istituzionalizzazione della parità di genere non la svuota della sua forza dirompente ed eversiva?

Non rispondiamo. Per ora lasciamo che lo facciano altri.

Noi veleggiamo verso un nuovo approdo. Ormai prendiamo il mare aperto certe che le risposte le troveremo lungo il nostro personalissimo viaggio. Solchiamo rotte parallele di viaggiatrici altre che prima di noi hanno schiumato il mare. Non incontriamo ancora viaggiatori maschi, che questo viaggio non hanno intrapreso e che aspettano a riva, un po’ confusi, che gli esiti del nostro permettano loro un ancoraggio più saldo. Così, tra ricordi di vecchie bufere, abbagli e bonaccia si tesse la trama e l’ordito della nostra tela. Fuori di metafora ognuna si chiede: ‘Chi sono?’. Perché se siamo certe che c’è un valore nella differenza, questa dobbiamo cercare, a partire da noi. In cosa siamo diverse?

Andare al fondo di noi stesse, inabissarsi, impone di alleggerirsi del superfluo. Ed è superfluo, forse, tutto quel materiale di seduzione che ci portiamo addosso. Superflui appaiono adesso i vari kit di sopravvivenza che ci consentono di tante cose fare, di tante cose essere, per rimanere ciò che davvero siamo quando niente altro siamo.

Siamo diverse! Forse in origine non lo eravamo poi così tanto ma abbiamo prima accettato di esserlo (in peggio), poi imparato ad esserlo (in meglio) e comunque tanta di quella diversità ci è costata cara, tanta ci ha messe fuori gioco, tanta altra infine ci ha inchiodate a un ruolo (materno e maternale di accuditrici).

Stereotipi vari ci hanno infilzate come farfalle da collezione ma se proviamo a schiodarci diventiamo falene che stentano a trovare la giusta direzione e non ricordano più il volo calmo di ali colorate.

Chi siamo? Siamo persone, è indubbio, ma oltre a questo c’è ben poco da generalizzare. Ognuna di noi ha scoperto o, senza enfasi ricontattato, la propria identità sessuata, datata, porosa e contaminata grazie a Dio da mille fattori culturali-sociali-ambientali-genetici e antropologici. Abbiamo ricontattato le nostre emozioni raccontandole alle altre e a noi stesse. Siamo persino state capaci di vivere, per una volta, il qui e ora, intensamente nostro eppure mai così condiviso. E nel qui e ora non c’è stato il ripiegarsi sterile su noi stesse, bensì  l’identità di ciascuna che incontrava quella dell’altra, senza filtri giudizi stereotipi. La storia di ognuna, il suo modo di essere donna, ha incontrato la storia e il modo di essere donna di ogni altra: scambio fecondo che nessuna sia pur ampia codificazione di genere può riuscire a contenere.

Riconoscere l’identità di ciascuna, ci ha portate a riconoscere un’identità di gruppo, ancora tutta da costruire attraverso l’incontro con l’altro da noi.

E’ un’identità in fieri che vuole misurarsi sul piano della relazione. E relazione sia!

Il rito del tè

La forma scelta per i nostri incontri allargati è quella del ‘tè story’, storie di diversità all’ora del tè (e del carcadè). Le persone incontrate sono conosciute in modo diretto o indiretto e pensiamo che abbiano qualcosa da raccontare, ci incuriosiscono per quello che fanno o per la situazione che vivono.  Ogni incontro è documentato da un report, un testo scritto redatto a turno, foto, e quando possibile un filmato che racconti l’incontro, le storie e soprattutto le emozioni vissute.

Il rito del tè

Il rito del tè

Le persone che abbiamo incontrato nel primo tè story ci hanno raccontato storie di migrazione. Pape, Malic, Larisa, Hana, Ndeye, Samba  vivono nella nostra città da più o meno tempo, ci sono arrivati in modo diverso e seguendo differenti percorsi. Quello che ci pare abbiano in comune è la nostalgia per la loro terra e il sogno di una vita migliore. Samba è il più giovane, frequenta la scuola dove una di noi insegna, viene dal Mali ed ha seguito la via del deserto libico  per poi imbarcarsi su un barcone di fortuna insieme ad altre duecento persone e raggiungere Lampedusa. Conoscere le persone annulla ogni distanza, abbatte i pregiudizi, avvicina le culture, ci offre punti di vista insoliti, decodifica anche alcuni gesti e atteggiamenti che non comprenderemmo o comprenderemmo in modo sbagliato. Aiuta a spiegarci meglio e spiegare alcuni nostri atteggiamenti che potrebbero essere fraintesi. Pape,venditore di libri che ha cominciato a scriverne ed usa il congiuntivo in modo ineccepibile. Malic, arrivato dal Senegal da qualche mese, Larisa ed Hana amiche da bambine in Romania che per uno strano scherzo del destino si sono ritrovate vicine di casa a Matera, Ndeye che ci ha fatto capire il significato profondo del rito del tè, ci ha iniziati al carcadè, ci ha fatto assaggiare il succo di baobab ha la fissa del cibo come strumento di conoscenza e ci ha fatto esplorare il repertorio dolce salato del Senegal, rimpinzandoci di panzerottini alla cipolla cuscus ciambella di miglio.Sono persone, hanno piedi, mani, capelli, occhi,sentimenti ed emozioni,sogni, speranze e paure.Non sono numeri di una asettica percentuale che qualcuno dovrebbe freddamente decidere se accogliere o no in base a calcoli improbabili di convenienza.

Le mani di Samba

Le mani di Samba

Ndeye

Ndeye