Testo e foto di Carla Reschia/

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“É successo di notte. Hanno svegliato Nikolaj e la sua famiglia, volevano che scendessero subito nel seminterrato, per la loro sicurezza, hanno detto. Lui ha chiesto mezz’ora perché si potessero vestire. Poi li hanno portati giù, in una stanza vuota. Nikolaj ha chiesto almeno delle sedie. Ne hanno portate due o tre. Hanno radunato gli uomini, non quelli abitualmente di guardia, loro non l’avrebbero fatto, erano soldati ma anche disertori stranieri della prima guerra mondiale, non si sono mai saputi i loro nomi. Jurovskij ha letto una breve dichiarazione, dicendo che erano stati condannati a morte. Nikolaj, attonito, non ha fatto in tempo a dire Come? che è iniziato il massacro. Prima a colpi di pistola poi con le baionette per finire quelli ancora vivi “. Nikolaj é l’ ultimo zar, l’ imperatore di tutte le Russie ucciso con la sua famiglia il 17 luglio 1918 ma Vadim ne parla come fosse successo ieri a un suo amico.

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Ekaterinburg ha due amori, entrambi , in modo diverso, eredità dell’ Urss, le armi e i Romanov. Le armi, a cui sono dedicate un fornitissimo museo e una fiera internazionale, perché attorno a un impianto di lavorazione dei metalli é nata la città nel ‘700 e questo nell’epoca sovietica era il regno della metallurgia e dei suoi derivati, carri armati e sistemi d’arma compresi. Anche le spose amano farsi fotografare nel giorno delle nozze davanti ai mezzi che hanno permesso di vincere la Grande guerra patriottica nota nel resto del mondo come seconda guerra mondiale. O davanti al monumento che ne onora i caduti con un obelisco sormontato da due gru, il simbolo delle anime dei soldati morti per la patria.

E poi i Romanov, forse in segno di espiazione, anche, perché è qui che hanno incontrato il loro destino. Allora tra il rammarico della popolazione rivoluzionaria per non aver potuto partecipare di persona all’esecuzione. Oggi tra il rimpianto dei russi nostalgici di un passato che non hanno conosciuto e che si commuovono per il piccolo Alexei debole ed emofiliaco portato a morire in braccio al padre, per le quattro bellissime principesse adolescenti, Olga, Maria, Tatiana e Anastasia, macellate e squartate perché i loro cadaveri fossero perduti insieme alla loro memoria, per la zarina Alexandra, tedesca sì, ma non una spia, come si vociferava “allora”, anzi fedele fino al sacrificio alla patria acquisita per matrimonio e che prima di morire riuscì a farsi il segno della croce. Dimenticati i sospetti, l’odio di classe e le torbide voci sul ruolo del finto monaco e autentico imbroglione Rasputin. Sono tutti santi ora, con le loro icone che le strette regole di stile del genere rendono già plausibili, come appartenessero da sempre all’ immenso pantheon ortodosso. E al posto della casa dove furono tenuti prigionieri e uccisi, all’ inizio del millennio é stata costruita la Cattedrale sul sangue, un trionfo di ori stucchi e candele interamente dedicato alla loro memoria con finte tombe su cui pregare identiche a quelle vere di San Pietroburgo.

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Ma nella Russia che cambia restando fedele a se stessa nemmeno la morte può mettere al riparo dall’amore per la leggenda , l’ affabulazione, il mistero, l’intrigo. E così come ci sono due serie di sepolcri ci sono almeno due luoghi dove sarebbero state nascoste le spoglie dei Romanov quella fatidica notte. La versione autentica, quella che Vadim ritiene tale, vuole che fossero portati in una vecchia cava abbandonata vicino alla città e sepolti in un pozzo dopo averne bruciato gli abiti e rubato i gioielli cuciti nell’ orlo delle vesti. Ma la notizia del luogo della loro sepoltura girava in città e poiché l’ esecuzione era ancora semi-clandestina e le truppe dei “bianchi” incalzavano, Jurovskij decise di spostarli e di seppellire i resti dopo averli bruciati. Di nuovo di notte, di nuovo in segreto. Ma a metà del lavoro un allarme costrinse a finire di fretta. Nove corpi furono sepolti in un bosco vicino alla ferrovia, il principe Alexei e la sorella Maria, in parte bruciati, poco distante. Fu Eltsin, ricorda Vadim, molto fiero del suo illustre concittadino, a dare credito alle ricerche di uno storico locale, a far disseppellire i nove corpi e dopo i vari esami del dna, a disporre funerali solenni e un sepolcro degno del loro rango nell’ antica capitale imperiale. Poi nel 2007 nuove ricerche ed ecco i due corpi mancanti. Al 100% autentici, lo dice il dna, garantisce Vadim. Ma. La chiesa ortodossa non ne vuole sapere e quei corpi non li ha mai riconosciuti. Forse anche per non rinunciare alla selva di monasteri lignei costruiti attorno all’ ex cava, tutti nello stile delle prime chiese, baite più che luoghi di culto, ma baite dorate e ricoperte di icone. Qui, al centro di un parco ricco di statue, busti e omaggi alla famiglia imperiale, una fossa erbosa é luogo di pii e dolenti pellegrinaggi. Qui le spoglie terrene dei Romanov sarebbero state distrutte con il fuoco e l’ acido. “Ma è un falso, un monumento attorno al nulla”, dice Vadim sprezzante e ci porta a vedere il luogo della vera sepoltura, un bosco paludoso e deserto dove solo due modeste lapidi e una croce ornata di fiori finti ricordano i Romanov e il medico, il cuoco, la dama di compagnia e l’ inserviente che ne condivisero la sorte.

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Fin qui la versione, una delle più lineari nel gomitolo di racconti, narrazioni, fantasie e illazioni che si è raccolto e arruffato attorno a quella morte tragica e notturna. Vadim sospetta che il ritardo nel riconoscere e dare degna sepoltura ai resti di Alexei e Maria (ma secondo altri sarebbe Anastasia) nasca da una connivenza tra la chiesa russa e Putin. Che non è un vero zar, sentenzia, l’ ultimo é stato il suo amato Eltsin.

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E incoraggiato dal successo delle sue rivelazioni ci porta a vedere un altro monumento doppiato anzi triplicato: La linea di confine fra Europa e Asia. Un confine del tutto ipotetico che divide un bosco di betulle in alberi europei e alberi asiatici ma a cui già Pietro il Grande attribuiva straordinaria importanza. E che corre vicino a Ekaterinburg. Ma dove esattamente? In un punto della vecchia strada per Mosca secondo la versione più antica documentata da un sobrio e slabbrato cippo. Quella che il riservato Vadim preferisce. Ce n’è poi un altro monumento, molto più chiassoso, in un punto di maggior passaggio: é una colonna contornata di ristoranti a cui si arriva da una scalinata dove le spose possono mettersi in posa per le foto. Quando arriviamo ce ne sono tre in fila con relativi cortei. Ma lungo l’ autostrada che riporta a Ekaterinburg , su una collinetta, c’è un terzo monumento commemorativo, il più recente, inaugurato nel 2007 alla presenza di autorità internazionali.

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Il giro é finito e Vadim ha l’ aria insieme contrita e soddisfatta per irredimibilità del suo popolo. A proposito, lui ha due mestieri, ci dice: nella breve estate accompagna le visite guidate ma d’inverno fa il fotografo.