21.01.2014, Milan, Rho Fiera, The Swiss designer Carlo Rampazzi

Carlo Rampazzi

Intervista e foto di Giovanni Mereghetti

Eccentrico e minimalista, architetto e designer, Carlo Rampazzi, 65 anni, ama dire di ‘aver girato il mondo senza una meta precisa’ viaggiando (e creando) per ‘suk, cattedrali, grattacieli, vagoni-letto, jet e panfili’. E questa è ragione sufficiente per risalire le sponde del lago Maggiore, varcare il confine con la Svizzera e andarlo a trovare ad Ascona.

– Architetto, designer, stilista. Come nasce Carlo Rampazzi, ma soprattutto chi è oggi?

Oggi – dopo numerose esperienze di vita e di lavoro – sono una persona che vorrebbe avere una propria strada ben definita. Un’artista di “colore”, un creativo di grande fantasia, una persona con un particolare stile di vita. Uno stile tutto mio. Solo mio. Sono nato con l’arte nel sangue. Nella mia vita non ci sono mai stati cambiamenti di direzione, l’innato dono della creazione è sempre stato dentro d me. E’ per questo che vivo su un altro pianeta. Lo dico e lo penso. Grazie ai miei genitori, che hanno intuito questo dono regalatomi dalla vita e lo hanno accettato come talento naturale, ho avuto la facoltà di poter vedere il mondo con occhi diversi. Da sempre. Mia moglie afferma spesso: ‘Tu sei fuori da questo mondo, un giorno ti prenderò per mano e ti farò vedere com’è il mondo “reale” perché tu non lo conosci’. Ma io, non sono per nulla curioso di conoscere il mondo reale, nel mio universo ci sto bene, è l’eden dove sono nato, dove sono cresciuto e dove mi sono formato artisticamente.

– Osservando la sua arte, spesso vengo travolto da un urlo impattante e prorompente. Le forme e i colori mi avvolgono e mi portano in un altro mondo. Spesso surreale e fantasioso. A quale artista si è ispirato all’inizio per proprio lavoro? E oggi, pensa che la creatività sia frutto solo della propria esperienza o è sempre necessario avere uno spirito guida che porta alla materializzazione delle proprie idee creative?

Il creativo, come già ribadito nelle precedente risposta, nasce creativo. Un artista non ha rapporto con nessuno. Finché non facevo arte come mestiere, avevo una visione favolosa di essa. Trovavo qualsiasi cosa bellissima e l’apprezzavo per quello che le sue forme mi regalavano. Venivo a conoscenza di pittori sconosciuti e mi innamoravo delle loro opere. Solo a distanza di tempo, quando questi pittori erano travolti dalla fama, mi accorgevo che il mio intuito e il mio sentimento nei confronti dell’arte non era casualità. Dentro di me si agitava una sorta di sesto senso che mi portava sempre nella direzione che volevo. La libertà di poter “fotografare” quello che il mio istinto mi suggeriva. La consapevole naturalezza di andare dove il mio cuore mi portava. Ora che la mia carriera artistica è entrata nel mondo dell’arredamento ed è diventata professione, la libertà interiore della “fotografia” e della pittura non ci sono più. Nessun’altra cosa, più della libertà interiore e mentale, potevano guidare il mio istinto nella pittura. I miei occhi, avevano la potenzialità di osservare e intuire, prima che il resto del mondo si accorgesse delle possibilità innovative dei nuovi talenti. Il segreto stava nella libertà, la mia arma vincente.  Nella mia vita di creativo non mi sono mai ispirato a nessun artista. Forse, nel mio sentirmi libero assoluto, ho avuto, a mia insaputa, rapporti con altri mondi filosofici e cromatici. La tabella dei colori è infinità, come infinito è lo spazio che la ospita. Nell’universo è inevitabile non incrociare gli sguardi.  L’originalità invece è un’altra cosa. Essere originali significa creare un sistema. Univoco. Ho adorato e adoro tutt’oggi Lucio Fontana. Le sue tele monocrome, spesso dipinte a spruzzo, portano impresso il gesto di segni precisi. I giochi di ombre e luci radenti, sottolineano soluzioni di continuità. Con il suo “taglio” nella tela, Fontana diede inizio a una nuova visione dell’arte. Lo spazio cessò di essere oggetto secondo le regole di rappresentazioni convenzionali. L’arte entrò in un rapporto diretto con lo spazio e la luce reale. La libertà è un bene prezioso. Un giorno farò anch’io un “taglio”. Alla vita.

 

21.01.2014, Milan, Rho Fiera, The Swiss designer Carlo Rampazzi

– Ho potuto vedere le sue opere d’arredamento in ogni parte del mondo. Lei ritiene che l’arte possa essere considerata parte della globalizzazione, oppure deve restare più circoscritta per far sì che l’originalità delle radici non venga persa?

L’arte non potrà mai essere globalizzata. Le origini andranno sempre rispettate per quello che sono. Sarebbe un crimine manipolare le tradizioni e l’essenza naturale dei luoghi. La fantasia di un artista non può mescolare anni di storia e cultura legate alla vita dell’uomo. Ritengo che la mia impronta creativa non sia legata solo alla mia terra. Il mio clichè è stato creato per essere versatile. Una sorta di camaleonte che si nutre di luce, di sapori, di profumi, di sguardi incrociati, di occhi penetranti che portano a un’elaborazione interiore e danno forma a nuove creature materiali in sintonia col luogo. A Miami mi nutro di un nettare, che è diverso da quello che mi viene offerto dai luoghi arabeggianti, come possono essere il Medio Oriente o il Maghreb. L’atmosfera del Nord Africa ha il potere di trasformarmi e creare in me un altro uomo. A quelle latitudini mi sento a casa. La musica che aleggia nell’aria, i contrasti creati dalla luce, le fragranze delle spezie che ti accompagnano nei suk, hanno il potere di liberarmi la mente e l’anima e dar vita a nuove fantasie creative. Ogni luogo sprigiona energie diverse. I luoghi hanno un volto, un corpo e un’anima. Hanno la capacità e il potere di creare forze emozionali interiori, lontane e contrastanti tra loro. Per me è improponibile progettare e costruire uno chalet svizzero a Beirut. Anche se lo vogliono.

21.01.2014, Milan, Rho Fiera, The Swiss designer Carlo Rampazzi

– Il suo studio di Ascona è in un vicolo che “sfocia” sul lago Maggiore. Come se volesse afferrare i “venti di scirocco” provenienti da Sud. Quanto ha influenzato nella sua creatività la vicinanza dell’Italia e della sua arte?

In realtà, anche se ad Ascona ci sono nato e la mia famiglia è del luogo, nelle mie vene c’è sangue italiano. Mio nonno era di Napoli, la città di “‘O sole mio”, di Pulcinella, degli artisti di strada. Senza dimenticare che a Napoli nell’800 è nata la Scuola di Posillipo, una delle più importanti scuole di pittura di quei tempi. Abito nella casa dove sono nato. Dopo più di un decennio vissuto all’estero per motivi di studio e di lavoro, mi sono sposato e sono ritornato alle origini. Quando mi chiedono se mi sento più svizzero o italiano, non riesco mai a dare una risposta precisa. Personalmente mi sento disciplinato. E italiano.

– La fotografia è una sua passione. Ha un ricordo particolare di una sua creazione nata da un ‘flash’ legato alla sua vita di uomo e non di artista?

Nel corso della mia vita ho avuto modo di scattare molte fotografie con i miei occhi. Le più belle sono sicuramente le istantanee di gioventù memorizzate in Toscana. Ricordo i campi di fiori, i paesaggi, l’unicità della luce, il profumo della terra. Ho assaporato e archiviato gelosamente nella mia mente tutti questi doni ricevuti dalla vita. Quando disegno, o quando creo, riattivo l’hard disk della mia mente e mi riconnetto a quei luoghi, a quell’epoca. A quel “mio mondo”, dove ci sono stati degli istanti in cui mi ero dimenticato della mia esistenza terrena. Ci sono stati momenti intensi anche in Sud Africa, durante l’imbrunire. Il calore della luce avvolgeva la mia mente e la trasformava in una sorta di psicosi irreale, fino ai limiti dell’ora blu, quando l’ultima luce del giorno lasciava il posto al buio della notte. Anche nel mio giardino in Ticino ho focalizzato grande emozioni. I file visivi importanti della mia vita sono tutti archiviati nel mio vissuto di uomo, forse in modo apparentemente sparsi, ma pur sempre accessibili per potermi ricondurre al ricordo. Oggi la fotografia, quella materiale, la affido ai fotografi che sappiano interpretare le mie idee creative e sappiano leggere me stesso. Io sono un artista nel mio lavoro, la fotografia è un’arte diversa.  Da sempre sogno un viaggio in India. Un viaggio spontaneo e calcolato, ma non programmato. Sogno di lasciarmi andare e calarmi in una vita diversa, alla ricerca di profumi ed emozioni intime, da trasformare poi in colore.

– In questo mondo globalizzato e frenetico, cosa immaginerà domattina, come prevede, dopo aver bevuto il caffè, l’arte del terzo millennio?

Domattina, dopo il caffè, vedrò sicuramente un nuovo mondo caotico. Un caos che non mi piace. In passato abbiamo costruito cose straordinarie, oggi non siamo più capaci. Forse ci è venuto a mancare qualcosa di importante, o semplicemente ci manca la voglia e la curiosità della ricerca. Nel futuro vedo una distruzione totale e una calma assoluta. Il passato scomparirà. Ci sarà bisogno di una ricostruzione totale. E’ brutto ciò che dico, ma questo è il mio pensiero. Anche i miei colori e le mie forme subiranno una metamorfosi. La mia arte assumerà una forma geometrica molto lineare, i colori saranno senza sfumature. Ma sempre più forti. Il caos del terzo millennio porterà le mie creazioni ai confini dell’Optical Art. Le mie linee saranno mescolate con i colori, come dei Mondrian o dei Vasarely. Una essenzialità solo apparente.