Testo di Andrea Semplici

Incrocio le dita. Quante ore mancano alla fine del 2019? Posso farcela. Sono sopravvissuto al 1984 di George Orwell. Non sono fuggito da New York nel 1997 e sono riuscito a smantellare Hal nel 2001. Il futuro previsto dalla (fanta)scienza deve essere raggiungibile, deve essere (quasi) reale, immaginabile. E ora sta per finire il 2019, non è poco esserci arrivato. Non snodo più le mie dita.

Rutger Hauer non ce l’ha fatta: se ne è andato in piena estate, prima della stagione delle piogge dell’autunno. Non è riuscito ad arrivare a novembre, quando, nell’aria cupa e buia della città oppressa dall’ombra e dalle luci artificiali, liberò una colomba bianca. Refolo di futuro, che ritrovavamo, nonostante Ridley Scott, negli occhi di Rachel e in quella piega malinconica e stupita delle labbra di Rick Deckard: forse era possibile intravedere una piccola luce anche nel diluvio che oscura i cieli di Los Angeles, l’umanità – noi, credevamo – poteva farcela.

Roy Betty, il leader del gruppo dei replicanti, voleva solo ‘più vita’. Voleva sconfiggere un destino predeterminato dai suoi progettisti. In questo era più ‘umano’ di molti di noi. Certo, aveva fatto cose ‘discutibili’ che il dio della biomeccanica non gli avrebbe perdonato (dai, non uccidere il piccolo costruttore di occhi, giocatore di scacchi, ammalato di sindrome di Matusalemme, anche lui ci piace), ma noi non sapevamo scegliere fra la sua cattiveria (figlia della cattiveria degli uomini) e la durezza dolce di Rick. Io non dimentico nessuno dei tre: Rachel (come le ho voluto bene, come mi duole la sua parabola nella vita reale), Rick e Roy sono sempre assieme, in quello spazio dove il cinema sfiora una realtà impossibile. ‘Il cinema e la fede – più o meno scrive così Gabriele Romagnoli – nutrono qualcosa di noi’. Ci rendono attori, comparse, protagonisti, spettatori. Gli occhi glaciali e bellissimi (il bacio finale all’amica morta, con la lingua di fuori è erotismo) si sono spenti il 19 luglio (un’altra coincidenza che noi vogliamo credere: io potrei dirvi che il 19 luglio di quaranta anni fa i sandinisti entrarono a Managua, altro che fantascienza). Roy è davvero morto quel giorno. Una profezia: ‘E’ tempo di morire’. Già…aveva 75 anni, Rutger (io non riesco a separarlo da Roy, sono due, sono uno) e, leggo, che, lui, figlio di attori, era stato marinaio, lo avevano sbarcato perché daltonico, aveva fatto il carpentiere, l’elettricista, la guida alpina per poi approdare sul palcoscenico dal quale aveva cercato di fuggire.

Come sei finito all’ultimo piano di un grattacielo di una città del 2019? Eri stato anche imprigionato in un manicomio. Dicono che quel poco di successo che hai avuto (170 film, molti inguardabili, condannato a un ruolo di psicopatico) non ti aveva cambiato: vivevi in un caravan per non fermarti mai, per essere un uomo di strada ai confini dell’universo. Credo che solo tu avresti potuto scrivere: ‘I’ve seen things you people wouldn’t believe,/attack ships on fire off the shoulder of Orion,/I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate./All those moments will be lost in time,/like tears in rain./Time to die.’. Lo so devo tradurlo, oramai noi abbiamo nella testa solo le parole in italiano: ‘Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:/navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,/e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser./E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,/come lacrime nella pioggia./È tempo di morire.’ Il futuro diventa passato, raggiunge i nostri giorni, parole che sfiorano l’eternità come una divina commedia del nostro secolo. Parole che Marco Lollobrigida, telecronista Rai, usò per raccontare un’epica medaglia di bronzo (nemmeno d’oro) del nostro equipaggio del ‘quattro senza’ in una finale olimpica di canottaggio. Parole che noi usiamo ogni volta che ci troviamo di fronte a ciò che ci sorprende, quando vogliamo raccontare la nostra ultima terrena avventura.

Raccontano che hai scritto tu, Rutger, queste parole. E nessuno di noi si è mai chiesto cosa diavolo fossero i ‘raggi B’, non siamo andati a cercare dove fosse questo Tannahäuser, abbiamo davvero visto i bastioni di Orione, ci siamo commossi, ripetendo sempre, a fior di labbra, le sue parole nelle quindici volte che abbiamo rivisto questo film (io questa estate, nei giorni nei quali morivi, sulla terrazza di una città antica e luminosa). Provateci anche adesso, a voce alta: ’E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo/come lacrime nella pioggia’. E’ lì che la colomba vola, il destino si è spezzato, il destino rinasce. La mortalità immortale. Anche Rachel morirà. Rick no, trent’anni dopo quel 2019 è ancora vivo. E scoprirà di avere una figlia che vive in una cupola bianchissima. Ma questo accadrà nel 2049: e lassù francamente non arrivo, il cinema inganna, come i poeti, credi di essere arrivato, di avercela fatta, ma l’airone grigio che hai seguito, come fece Win, fa sempre un balzo più in là, lungo la sponda del fiume. E tu sai che non potrai seguirlo ovunque voli. Ma forse libererai una colomba e Rick ti guarderà con occhi umidi di pioggia e futuro.