Testo e foto di Angela Piliu (alias Will Weber)

(No, quest’anno gli Scalzi, i curridores, non correranno per le strade, le pietre e la polvere di Cabras in Sardegna. Hanno più saggezza di chi non ha saputo rinunciare alle discoteche. Lo scorso anno, Angela Pilliu, era andata nella sua terra per assistere alla corsa sacra degli Scalzi. Un racconto che volevamo pubblicare sulla rivista ‘di carta’. Adesso, alla vigilia del primo settembre, lo lasciamo qui, nell’universo del web. Con la speranza e la certezza che i curridores non smetteranno di correre e che il Santu Srabadori saprà ascoltare le loro preghiere)

È il primo sabato di settembre. Voglio arrivare a Cabras, in terra di Oristano, in tempo per vederli partire. Per questo percorro mezza Sardegna sulla Statale 131. Il cielo è buio, le stelle si lasciano ammirare ancora per poco. L’aria è fresca, ma la giornata, con il passare delle ore, diventerà caldissima. Entro lentamente nella bellezza della luce dei primi bagliori dell’alba che accende i colori e dell’aria ancora fresca che profuma del tipico odore di erba bagnata e di ginepro. La strada dritta e la grande dimensione dello spazio di quest’isola impudicamente esposta ai venti, mi accerchia. È un susseguirsi veloce di lande aride, ondulate, zone gialle, zone verdi.

Ad accogliermi trovo un paese già in fermento. Tutto è pronto. Sulle soglie dei portoni delle tipiche case basse si affollano i fedeli. Aspettiamo i novecento devoti curridoris che percorreranno a piedi nudi i sette chilometri necessari per arrivare da Cabras al borgo di San Salvatore, tra terra e pietre, pittoreschi stagni e un suggestivo paesaggio agreste.

Sono qui per la “Corsa degli Scalzi”, rievocazione storico-religiosa della difesa della statua di San Salvatore contro l’invasione dei Mori del 1619. Narra la leggenda che gli “Scalzi” usarono al posto delle calzature, rami legati ai piedi nudi, in modo da sollevare più polvere possibile durante la corsa e sembrare così molto più numerosi. Lo stratagemma funzionò e i Saraceni, spaventati all’idea di essere di fronte a un grande esercito, si diedero alla fuga.

Mormorio, vociare impaziente. Ascolto il parlottio della piazza e, provenienti dalla chiesa, le preghiere e i canti della celebrazione, is goccius de Santu Srabadori. Sono le 7.30 del mattino e gli Scalzi sono raccolti in preghiera nella cattedrale di Cabras. Presto correranno per accompagnare di corsa il simulacro di Santu Srabadori, San Salvatore, che riproduce il Cristo nella sua Trasfigurazione. Sono uomini di tutte le età, vestiti di un saio bianco legato in vita da un cordone, l’abito dei penitenti.

Un solenne applauso accoglie il rito della vestizione del simulacro al termine della celebrazione mentre gli Scalzi arrotolano la parte bassa del saio in vita, attorno al cordone, per non ostacolare i movimenti. La processione dei curridoris con in testa lo stendardo si snoda per le vie di Cabras. Arriveranno camminando fino alla fine del paese poi, al via, si comincerà a correre. L’emozione e la tensione si percepisce nei visi e nei gesti di questi uomini. Alcuni chiacchierano tra loro. Altri in silenzio guardano l’asfalto. Forse ancora pregano con la mente alle grazie richieste. Forse rinnovano la loro promessa di fede. Alcuni continuano a ripiegare nervosamente il saio fin sopra le ginocchia.

Un altro intenso applauso e lo scoppio de is guettus, i mortaretti, annuncia l’inizio della corsa. “Currei in nomine ‘e Deus” “Correte nel nome del Signore”, grida la folla. Il portabandiera dà finalmente il via alla corsa. Gli sono davanti. Lo vedo avanzare fiero con il vessillo

Dietro di lui i novecento uomini scalzi prendono velocità. E’ una corsa a perdifiato fatta di pietre, polvere, sudore, sangue, speranza, fede e amore per la propria storia. Durante la corsa i quattordici gruppi in cui i curridoris sono suddivisi (ricordano le quattordici stazioni della via crucis), si alterneranno per portare la bandiera e il Simulacro del santo. Sette correranno oggi, un sabato. Sette domani, alla domenica. La sorte decide chi porta il santo al villaggio di San Salvatore e chi lo riporta a Cabras.

È impossibile seguire il corteo lungo i sentieri sterrati tra i campi. Cosi, anche io con il fiato corto, quasi stessi correndo insieme a loro, risalgo in macchina, appoggio la macchina fotografica sul sedile e cerco di raggiungere San Salvatore prima dell’arrivo del corteo. È il momento cruciale. Il momento in cui forse, davvero, si può provare a capire cosa sente questa gente.

La lunga fila di macchine non consente di avvicinarsi molto, cosi parcheggio e mi avvio a piedi in mezzo ai campi arati. Il sole è salito e inizia a fare caldo. Polvere, pietre. La terra mi entra nelle scarpe, la sterpaglia mi graffia le gambe. Arrivo sul sentiero. Fedeli dappertutto in trepidante attesa. Vociare festoso. Si attendono gli uomini al termine della loro valorosa impresa.

Il polverone sull’ampia strada sterrata del Sinis annuncia il loro arrivo. “Spostatevi! Fate spazio! Non intralciate!” La folla ai lati del sentiero è rapita. Eccoli, mi passano accanto. Devo fare attenzione, rischio di essere travolta dal loro impeto e dalla loro foga. Quasi mi sfiorano. Corrono a perdifiato. Sono sfiniti, sudati. La polvere entra in gola, nelle narici. La terra battuta e le pietre appuntite hanno ferito i loro piedi riarsi. I visi sono contratti. Percepisco la fatica, lo sfinimento, ma anche la gioia di essere quasi arrivati. Manca davvero pochissimo ormai.

Il villaggio di San Salvatore è li, a poche decine di metri. La missione è compiuta. Laggiù la festa è in pieno svolgimento. Spazi, muri che danno senso alle assenze oggi evocano, convocano. Le case, che rimangono chiuse per quasi tutto l’anno vengono aperte per tutti, per i familiari e gli amici, per i fedeli, per i turisti. I banchetti allestiti in tutte le vie del borgo offrono dolci tipici, la vernaccia scorre a fiumi, il pranzo a base di bottarga di muggine, l’oro di Cabras, è in preparazione.

Tiro un sospiro di sollievo per loro. Anche io, sono sudata, stremata e ho le gambe graffiate. Ma è finita. Il voto, anche quest’anno, è stato sciolto. Ora ci attende la festa che fa dimenticare il dolore e la fatica. Ci si rifocilla, si ride e si scherza. Si spera che il sacrificio possa davvero far arrivare la grazia richiesta.

La statua rimarrà fino al pomeriggio di domenica a San Salvatore, nella piccola chiesetta dedicata al Cristo Salvatore. Gli Scalzi la riporteranno nuovamente di corsa a Cabras, dove sarà conservata all’interno della chiesa di Santa Maria Assunta. L’anno prossimo  i curridoris correranno di nuovo.  

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