Testo e foto di Andrea Semplici

La felicità è un piatto di carne di maiale e vongole all’Alentejana. Con le patate e i peperoni. L’ho intravista in un tavolo vicino e non ho avuto esitazioni: la voglio. Il tavolo è in un’osteria affollatissima in un vicolo che porta alla chiesa di Santa Cruz. E, a nostro fianco, uomini altrettanto felici del vino rosso e aspro. Per raccontare Coimbra, ho scelto una foto rubata fra i piatti succulenti di Manel do Bota Abaixo, nella Città Bassa, là dove gli stradelli si aggrovigliano uno sull’altro e impediscono al sole, se mai si decidesse a esserci, di penetrarvi.

Josè, José Saramago intendo, invece, se ne è andato da Nicola, nel corso principale. Conosceva un cameriere là, ma noi abbiamo preferito l’osteria della gente del quartiere. Entrambi abbiamo mangiato da re. Con camerieri che sanno compiere una professione con dignità.

Piove sull’impermeabile di Saramago. Piove sui nostri ombrelli. In Portogallo, comincio a credere, si diventa anfibi. Non ci si cura più della pioggia.

Ha importanza salire fino all’Università, così celebre, così famosa? ‘Non sai quante illusioni sono rotolate lungo la Couraça de Lisbona’, mi dice Josè, mentre risaliamo, con il fiatone, l’acciottolato di questa stradina ripidissima. Il panorama è grande sul rio Mondego, possiamo appoggiarci al parapetto. No, non entriamo all’Università. ‘Dall’Università di Coimbra saranno pur derivate cose positive al Portogallo, ma qui si è preparato anche qualcosa di negativo’, mi lascia così Josè, senza altre spiegazioni. Sono abituato alle sue frasi che fanno intendere altro. Guardo gli studenti avvolti nei loro mantelli neri e penso che hanno la fortuna di vivere alcuni anni in questa città di meraviglia.

Bisogna avere gambe forti e buon fiato nella città vecchia. E’ tutto un salire duramente e uno scendere a precipizio. Mercerie, ferramenta, vecchie drogherie, venditori di tessuti convivono, pacificamente, con le avanguardie del turismo. Un negozio di sardine appare come una biblioteca colma di gioielli. Una pasticceria esibisce dolci colmi di canditi. Ristoranti fighetti e pretenziosi convivono con le osterie da barrio popolare. Fianco a fianco, porta a porta, a voi scegliere.

Il chiostro della chiesa di Santa Cruz lascia stupefatti. Chiesa di azulejos e un organo immenso. Qui sono sepolti i cinque frati il cui martirio in Marocco convinse un giovane prete agostiniano, Fernando, a indossare il saio francescano e a chiamarsi Antonio. Bisogna salire fino a Sant’Antonio de Olivais, quaranta minuti a piedi dalla Città Vecchia, per sedersi nel convento dove avvenne la decisione del santo più amato al mondo. A Santa Cruz sono sepolti, sotto sfarzosi archi gotici, anche i re che hanno creato il Portogallo.

Alle sei del pomeriggio, ogni sera, quasi ogni sera, si canta il fado nello storico caffè Santa Cruz. Un tempo faceva parte della cattedrale. Oggi è un altro tempio. Una sedia, arredo originale del caffè, è appesa al soffitto proprio sotto la testa del cantante. Dicono che se stonasse, gli cadrà in testa. Un uomo e una donna, eleganti, molto ‘grandi’, sono arrivati in taxi fino al caffè. Il loro era l’unico tavolo riservato. A un passo dalle chitarre e dal cantante. Hanno sussurrato, con occhi allegri di malinconia, ogni canzone.

Sotto la pioggia, la praça 8 de maio, risplende. Grandi ombrelli, ai lati della fontana, proteggono un uomo e una donna che vendono caldarroste.