La spiaggia di Ngor a Dakar

Testo e foto di Valeria Cipolat

Alle 7.30 del mattino a Dakar il sole è appena sorto. La spiaggia di Ngor, è già sveglia. Esco dal cancello dell’albergo che dà accesso diretto al mare. Sento la sabbia fredda a contatto con i piedi. Indosso bermuda lunghe e una giacca di cotone, sopra costume e maglietta. L’aria è fresca. Entro appena nell’acqua, immergo i piedi fino alle caviglie, poi mi volto e comincio a passeggiare sulla battigia. Due donne camminano veloci davanti a me. Cerco di stare al loro passo, ma non è facile. Indossano il velo e avanzano con passi rapidi, schivando bottiglie di plastica portate dalla mareggiata e le barche multicolori tirate a riva. Un po’ più avanti c’è chi prega. L’uomo, braccia incrociate al petto e volto che guarda verso il basso, dietro a lui, in fondo al molo una donna. Indossa un vestito giallo, il capo è coperto. Il vento le fa svolazzare il velo. La mano destra trattiene un tasbeeh, un rosario, lo sguardo fisso rivolto all’orizzonte. Le onde del mare si infrangono sugli scogli. Dall’altra parte della piccola baia, un gruppo di persone è immerso in acqua fino alla vita. Le donne indossano il burkini, un costume che le ricoprono tutto il corpo. Aqua gym a Dakar! Hanno degli attrezzi da piscina (tavolette, tubi galleggianti) che usano rumorosamente, gli esercizi sono faticosi. Ho voglia di entrare in acqua anch’io, ma il costume a due pezzi non è ammesso. Così rientro verso l’albergo, lascio giacca e asciugamano al guardiano e mi immergo vestita anch’io. Non ho mai fatto il bagno con gli abiti addosso, strana sensazione. Il momento critico è quando si sta per uscire. Scelgo un istante in cui non ci sono persone in giro e cammino veloce verso l’albergo.

 Buongiorno Senegal.