Samarcanda

Testo e foto di Alfonso Farina

Fu sacrificio, sotto la rabbia distruttiva di Gengis Khan. Fu di Marco Polo un ricordo. Fu, nella mani di Tamerlano. La resurrezione. Incrocio di carovane e genti sulla Via della Seta. Samarcanda è Uzbekistan, storia di questa terra. Da sempre.

Oggi è storia di Patrimonio Universale, di Unesco, titolata Crocevia di Culture. ‘Ah, quella di Vecchioni?’ ‘Si, quella!’

Perché Samarcanda, nel cui nome risiede un suono familiare, evocazione di passato e viaggi leggendari, ti aiuta anche nella difficoltà di spiegare dove e cosa sia l’Uzbekistan. Il perché uno decide di andarci e perché, qualche volta, ci ritorna.

Nel cuore della città esiste un posto, un “luogo di sabbia” come recita l’etimo persiano, l’antico ombelico del mondo, in cui la vita era caos di bazar e commercio e poi luogo di istruzione e resistenza. Oggi è ritrovo di cittadini comuni e turisti, spazio ideale di aggregazione e manifestazioni: il Registan. E’ un quadrato di storia incastonato al centro di tre antiche scuole coraniche, tre madrase. La più antica prende il nome di Ulugbek, astronomo, matematico, filosofo e, cosa che non guasta, nipote di Tamerlano e regnante al tempo della costruzione. Poi Tilla-Kari, “rivestita d’oro”. E Sher-Dor, dove vive una trasgressione: in barba al divieto islamico di raffigurare esseri viventi su edifici religiosi, in alto sulla facciata, due felini inseguono cervi.

Lo sguardo d’insieme sul Registan imprigiona gli occhi nel turchese, nel bianco, nell’azzurro di maioliche, mosaici e cupole mentre riecheggia, nel vociare continuo, un ricordo di antica natura, come una passeggiata all’indietro, verso vite fa.