Testo di Andrea Semplici

Vento di tramontana, mi dicono. Questa mattina, gli allevatori delle cozze, sulla banchina della Città Vecchia, hanno alzato teli a proteggere i banchi dove aprono le valve nere. Mi affascina il loro gesto: un movimento di coltello che separa l’impossibile, un gioco fra dito indice e pollice per costringere l’animale ad aprirsi. Preparano ‘le vaschette’. I gabbiani aspettano, sanno che verrà anche il loro turno. Gli uomini si passano le bottiglie di birra Raffo (che oramai appartiene ai giapponesi).

Il vento è forte, questa mattina. É quasi un wind-day, un giorno del vento: quando arriva da nord-ovest scattano i ‘consigli’ per difendersi, a volte le ordinanze di ‘chiusura’. Le polveri sottili diventano minaccia e veleno. Si chiudono le finestre (ma poi bisogna arieggiare), i bambini non possono giocare per strada, se fosse possibile non si dovrebbe respirare. La gente di Taranto, la gente dei quartieri a ridosso della fabbrica, conosce il confinamento ben prima che arrivasse il virus. Che ha avuto pietà per la città, è stato mite. Forse il virus, più della fabbrica, si è inchinato alla bellezza della città.

I ragazzini, davanti alle tettoie del mercato, si tuffano con orgoglio e strafottenza. Si accorgono dei fotografi e allora i tuffi diventano ‘bomba’, carpiati misti, voli orizzontali, picchiate, panciate, schienate. É felicità pura, accorrono a vedere il video e ridono da matti.

A notte, dal terrazzo di una casa del Borgo, alcuni chilometri dalla fabbrica, si sente il rombo sordo dell’industria, dell’acciaio.