Testo e foto di Andrea Semplici

‘Te lo avevo detto’, mi rimprovera con quel suo tono fra il bonario e l’ironico. Josè, Josè Saramago, intendo, era già stato qui, molti anni fa. ‘La Ermida de Nossa Senhora de Conceicão apre solo alla domenica’, mi ripete. Ma io sono voluto salire lo stesso, appena è smesso di piovere. Lo sapevo anche io che era chiusa, ricordavo bene l’avvertimento di José, ma volevo toccare con mano quel portone corroso dall’umidità e ammirare Tomar dall’alto. Eppoi mi sono ripromesso, nei limite del possibile, di compiere i suoi stessi gesti. Anche gli errori.

Penso proprio che, bando alle mie ansie, andrò, come fece lui, a mangiarmi una bistecca al ristorante Beira-Rio. E non ne rimase deluso: anzi voleva insignire il cameriere, di antica gentilezza, della più alta delle decorazioni.

Ho trovato un altro caffè dei miei sogni: il cafè Paraiso, sul corso, dai grandi specchi e dalle solitudini costanti. Ci sono gli stessi ospiti di questa mattina: una donna con l’angoscia addosso e il suo caffè; un uomo grande con la sua birra, la barba bianca e un blocco per appunti. E il cameriere, simpatico e cicciotello, che, dall’alba di stamani scivola fra i tavoli. E’ solo: prepara la mia cioccolata e corre fra le colonne quadrate del caffè.

Sto divagando, non vi sto raccontando di Tomar. E’ bella, molto bella questa cittadina. Non ne sapevo niente. E’ una sorpresa, una grande sorpresa. Il suo fiume, il Nabão con le acque scure, la pescaia che provoca una piccola cascatella, le anatre e i cigni (ecco, perché ieri mi hanno servito arroz con pato). L’acciottolato di pietre bianche, come ovunque in questo Portogallo centrale e il più grande castello e la più bella chiesa templare di questa Europa. Già, il castello sovrasta la città. Salgo per scalini umidi di pioggia ed entro nel castello, entro nella chiesa, entro nei chiostri. E non ne esco più. E’ un labirinto, è una meraviglia, è uno stupore. Questo è un castello e un convento-matrioska. Un chiostro dentro l’altro, corridoi infiniti che si incrociano l’un con l’altro, scale a chiocciola che portano in stanze misteriose. Josè se la ride e aspetta di vedere i miei occhi quando, alla fine, entro nella chiesa del convento. Credo di essere rimasto con il fiato sospeso: questa è la charola, parola intraducibile, nemmeno la traduttrice di José ci prova. E’ una rotonda, una struttura ottagonale di colonne che mi appaiono altissime, svettano fino al soffitto, decorate con maestria. E’ indefinibile, vorrebbe ricordare il Santo Sepolcro. Non si può raccontare con le parole, ‘non è sufficiente nemmeno guardarla’. E’ come un sonetto di Leopardi: non è possibile ‘trasferirlo nella pietra’. Si deambula attorno alla charola e io immagino la severità guerriera dei templari nell’ombra di questo luogo segreto e accessibile. Altro che ‘In nome della rosa’. Dice José: ‘La charola è contemporaneamente sole irradiante e ombelico del mondo’. Rimango attonito e giro tre volte attorno alle sue colonne.

Ma l’immagine di questa cartolina è una donna. Una donna, una visitatrice del convento, che si è seduta alla luce di una finestra, come se fosse una monaca, e si è messa a leggere qualcosa di importante per lei sul cellulare. Mi è apparsa il legame perfetto fra l’antichità medioevale di questo labirinto di pietra e la contemporaneità.

La cioccolata del cafè Paraiso è densa come un budino. La donna solitaria è ancora al suo posto, è arrivato un cameriere magro, alto e curvo e con i baffi portoghese. Il mio cameriere mi chiede con cortesia di essere pagato per la cioccolata: ha lavorato otto ore e trenta minuti. E ora va a lavorare in un ristorante. Ecco, le diversità.Fra me e questo cameriere…alla televisione c’è Verona-Inter.