Testo e foto di Irene Russo

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Trevico, incombendo dai suoi mille metri su ampie distese di grano, oppone al Sud nugoli di verde intenso anche in pieno agosto. Paese irpino di ordine nordico, aspira a rappresentare il resto del mondo con il suo campionario di case edificate dagli emigrati, che nel costruirle si sono ispirati alle usanze architettoniche delle terre d’arrivo. A Trevico, un’anziana signora ossigenata in tuta rosa è già un angolo d’America.

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Ogni estate c’è qualcuno che riannoda il suo destino a una casa rimasta vuota: si aprono le finestre perché le mura si asciughino, si cacciano via le lumache dalle cantine e si sfilacciano ad una ad una le verdure ormai mature per farle bollite. A Trevico si ritorna perché le cucine riprendano a profumare di peperoni fritti.

 

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In questi borghi dell’Irpinia, popolati da poche centinaia di abitanti, l’occorrenza di alcuni fenomeni può essere eccezionale, ma la coincidenza tra due casi identici può avere del miracoloso. Così, due persone con la mano sinistra infortunata, incontrandosi in macelleria si riconoscono e attaccano bottone.

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Trevico è un paese così piccolo che basta essere da soli per appartenere a un movimento. Ogni tanto vengono a visitarlo gruppi di paesologi attratti dai luoghi che si avviano a morte certa, ma la vaghezza paesologica si spalanca al meglio fissando in solitudine l’ordine delle colline o aspettando che arrivi l’ambulante con le verdure. Il passato non si dimentica e il presente può accadere anche fra qualche giorno.

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L’importante, in questo riempire l’aria di passi, è segnare anche soltanto la sorte di un’ora. Andare al panificio quando si sparge la voce che il pane è sfornato, comprare l’ultimo flacone di colluttorio rimasto nel piccolo supermercato, leggere una parabola alla messa della domenica per far contento il prete. Come Sant’Euplio, Trevico si avvia al martirio felice che in faccia gli sbatta il vento.