Testo e foto di Pino Creanza

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Traffico rado e poca gente per strada, vuoti i negozi di lusso, i pub e i ristoranti. Una passeggiata nel centro di Beirut lascia straniti, sembra di vagare tra le scenografie di un immenso set cinematografico abbandonato, tra edifici modernissimi e palazzi fintamente antichi. È il prodotto della colossale speculazione edilizia che negli anni della ricostruzione ha cambiato il volto di una delle più affascinanti città del Levante, svuotandola della sua storia e della sua gente e sostituendovi un simulacro privo di vita.

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Anche i ricchi clienti dei paesi del Golfo sono spariti: il Libano non è più considerato un paese sicuro e i templi del lusso proliferano ormai anche nelle capitali del petrolio. Presenze più minute li hanno sostituiti, quelle dei piccoli mendicanti, che come gatti randagi si aggirano di sera tra le strade vuote del centro. L’avanguardia di quel milione e mezzo di profughi siriani che affollano la terra dei cedri.

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Per la verità anche in altri quartieri centrali di Beirut si respira un’aria di calma apparente, che stride con lo stereotipo della tipica, animata città mediorientale. Il fatto è che il paese è sotto pressione e la tensione politica è molto alta, così la gente preferisce stare in casa e limitare gli spostamenti. Solo lungo la corniche, nell’abbraccio del mare, questa tensione sembra sciogliersi. Almeno da lì non ci si aspettano pericoli.