Testo e foto di Franco Giovannini

La lamiera rossa che si scorge nella boscaglia è quella dei resti di un’imbarcazione. Si chiamava Lodalen, come la valle che circonda il lago Lovatnet, circa 300 km a nord di Bergen, in Norvegia. Sono le acque del lago che l’hanno trasportata fin lì, a un’altezza di quasi cinquanta metri sopra il suo livello. Non è accaduto tutto in una volta sola.

Il lago Lovatnet si trova all’estremità orientale del Nordfjord, nel Vestland. È un lago stretto e lungo (circa 12 km), circondato da alte pareti rocciose, bastioni dello Jostedalsbreen, il ghiacciaio più grande dell’Europa continentale. Il colore del lago, uno straordinario, indefinibile mélange fra turchese e verde smeraldo, deriva proprio dai minerali contenuti nelle acque glaciali dalle quali è alimentato attraverso un numero imprecisato di torrenti e cascate.

Una di queste, Ramnefjellsfossen, con i suoi 818 metri, è una delle più alte del mondo. La cascata scende lungo la parete imponente del Ramnefjellet, una montagna di gneiss, l’antica roccia metamorfica che forma gran parte di queste montagne. Sulla destra della cascata è ben visibile una grande cicatrice nella roccia. È da lì che, il 15 gennaio del 1905, si staccò un enorme blocco, delle dimensioni paragonabili a un edificio di 30 piani, provocando un’onda di circa 40 metri che trascinò via la barca. E travolse due villaggi, Bødal e Nesdal, causando la morte di 61 persone.

Dopo la tragedia, come accade, la vita riprese. Fra i superstiti (circa la metà degli abitanti), chi per scelta, chi per necessità, decise di tornare a vivere nei villaggi. Bødal fu ricostruito più in alto, per scongiurare il ripetersi di un evento simile, che comunque i geologi ritenevano estremamente improbabile, almeno in quelle proporzioni. Il lago godette di un periodo di nuova prosperità, divenne meta di villeggiatura, i resti della Lodalen oggetto di curiosità dei turisti. Ma nell’estate del 1936, nella notte del 13 settembre, preannunciata da segnali non ascoltati o forse sottovalutati, avvenne una nuova, ancora più terribile, frana. Dal Ramnefjellet si staccò, stavolta da circa 800 metri di quota, una massa rocciosa venti volte più grande del blocco del 1905. L’impatto generò uno tsunami che raggiunse un’altezza massima di 74 metri, spazzando via i villaggi che erano stati ricostruiti e causando la morte di 73 persone, scaraventando la Lodalen ancora più in alto, nel punto in cui oggi la si può ancora osservare.

È proprio qui, poco sopra quello che fu il secondo insediamento di Bødal, che abbiamo trascorso tre giorni durante una vacanza in Norvegia. Dalla finestra del nostro chalet, il Ramnefjellet è ben visibile. Non conoscevo questa storia quando ho prenotato l’alloggio e mi sono chiesto se lo avrei fatto comunque. Fra i miei incubi, quello dello tsunami è senza dubbio al primo posto. Mi torna alla mente il ricordo spettrale di Erto e Casso, i due borghi segnati dalla tragedia del Vajont, che visitai nel 1997 in occasione dello spettacolo di Marco Paolini sulla diga.

Il tempo è così-così, nuvoloso ma non piove. All’arrivo accendiamo il fuoco nella stufa e facciamo una passeggiata fino al lago, fino a raggiungere la zona fertile in cui sfocia il torrente Bødaselva dal ghiacciaio Bødalsbreen. Lì (ma ancora non lo sapevo) sorgeva l’insediamento di Bødal, il primo, quello del 1905. Lo scopro la sera, pianificando le escursioni del giorno successivo, ma decido di non parlarne con il resto della famiglia…

Dallo chalet si raggiungono facilmente due punti di osservazione del ghiacciaio, lo Jostedalsbreen. Uno è proseguendo in auto la Lodalensvegen lungo il torrente Kjenndalselva che porta al ramo del ghiacciaio chiamato Kjenndalsbreen (i nomi qui hanno una coerenza notevole e un forte legame con il territorio: tutti o quasi gli abitanti defunti come cognome facevano Bødal o Nesdal). Ci arriviamo dopo una sosta sul lago che è un punto di osservazione notevole sullo scenario delle frane, proprio di fronte a dove si trovava Nesdal, l’altro villaggio, mai ricostruito. Non ci fermiamo nell’unico ristorante della zona, il Kjenndalstova, perché il lunedì non è aperto a pranzo, che appartiene a pieno diritto alla categoria “ristoranti al termine dell’universo”. La passeggiata che porta al punto di osservazione del Kjenndalsbreen è brevissima e non particolarmente interessante, ma ci conduce al primo incontro con l’immenso ghiacciaio, e col suo colore azzurrognolo. Il ramo che stiamo osservando, pur essendosi ritirato notevolmente negli ultimi anni, scende fino a circa 360 metri sul livello del mare. 

Riprendiamo la macchina e decidiamo di andare verso il secondo punto di osservazione, quello sul Bødalsbreen. Stavolta la strada stretta e impervia sale fino a quasi 600 metri, e ci conduce a Bødalssetra, un alpeggio con una serie di malghe e un’area nella quale si può campeggiare. Piuttosto deserta oggi: le vacanze norvegesi a metà agosto sono già terminate. Ci incamminiamo sul sentiero che risale la valle, avvicinandoci al ghiacciaio fino a raggiungere e superare un lago. Sulla nostra sinistra, in lontananza, il Lodalskåpa, con i suoi 2083 metri la vetta più alta che si erge dallo Jostedalsbreen (ancora i nomi: Lodal è la “nostra” valle, quella che ha dato il nome alla barca; kåpa indicherebbe il “cappotto” di ghiaccio che la circonda). Sulla nostra destra incombe il Nonsnibba, con la sua parete di roccia nuda e scura che scende da 1803 metri.

Arriviamo a un punto in cui il sentiero si fa più difficoltoso. Il ghiacciaio è lì a poche centinaia di metri, ma c’è da salire. Un cartello isolato avverte della possibile caduta massi. Mi ci soffermo un attimo e mi vengono in mente tre cose. La prima è che «in montagna si va con il casco», come ci disse una volta una signora dall’accento tedesco sulle Dolomiti, dopo averci deliberatamente fatto piovere addosso – con evidente intento educativo – qualche sassolino dal sentiero più in alto. La seconda è che la roccia nera, lo gneiss, è la stessa del Ramnefjellet. La terza è: “no… ecco il temporale, meglio tornare indietro”. Ma il tuono che avevamo sentito non era quello di un temporale. Dopo qualche secondo, realizziamo che c’è una frana che sta scendendo dalla costa della montagna. Scorgiamo un sasso più grande degli altri, che se ne porta dietro diversi altri più piccoli. “Tutti dietro a un masso grande, rannicchiarsi e coprire la testa!” Lo spavento è notevole, ma per fortuna la frana si arresta prima di raggiungere il posto in cui eravamo. Aspettiamo un attimo e senza pensarci due volte facciamo dietro-front rinunciando alla conquista del ghiacciaio.

Scoprirò poi che il Nonsnibba è stato colpito da una grossa frana-valanga nel 2022, fortunatamente senza vittime ma causando l’interruzione della stagione estiva. Il cartello che abbiamo visto è probabilmente stato messo lì dopo questo evento.

Sul sentiero del ritorno, sollevati dallo scampato pericolo, sento di poter condividere la storia di Lovatnet con il resto della famiglia. Arthur non ci mette molto a documentarsi: “qui dice che se si dovesse ripetere oggi, l’onda sarebbe molto inferiore perché i detriti che si sono accumulati hanno alzato il fondale e il lago lì è diventato molto meno profondo”. Bene. Possiamo tornare a osservare tranquillamente la montagna e le placide acque del lago dalla nostra finestra. Ma questo panorama ora ha uno spessore diverso, e ci mette in contatto con uno dei sentimenti più forti che si possono provare in luoghi come questi: sentirsi piccoli e vulnerabili di fronte alla natura e, proprio per questo, riuscire a percepirne ancora più intensamente la grandezza e la bellezza.  

Post Scriptum

Il mattino dopo, al risveglio. Le previsioni sono buone, e abbiamo in programma di prendere il Loen Skylift, “la funivia più ripida al mondo”, per andare a fare un trekking con vista sull’intero fiordo. Ma, ancora sul letto, sento un tuono. Mi alzo, il tempo è bello. Non era un tuono. Non dico niente e inizio a preparare la colazione.

POSTILLA

Le rocce che cadono dalle montagne, in Norvegia, sono un problema nazionale. Nel paese sono stati individuati oltre 300 versanti rocciosi instabili; non tutti sono sorvegliati allo stesso modo, ma quelli considerati a rischio maggiore (come è il caso di Lovatnet) sono sottoposti a monitoraggi regolari. I satelliti sono in grado di rilevare spostamenti di pochi millimetri all’anno; nei siti più critici si aggiungono GPS, laser, sensori nelle fratture e strumenti installati in profondità nella roccia.

Una delle più famose si trova ad Åknes, sul Sunnylvsfjord, poco prima di Geiranger, uno dei posti più noti e turistici, a un paio di ore da dove eravamo noi. Lo scenario di Åknes è quello di un crollo certo, anche se non si sa prevedere quando avverrà. La montagna si muove, la frattura aumenta di cinque-sei centimetri all’anno. Se ne accorse nel 1983 un abitante del luogo, figlio di pastori che abitavano la montagna e che da bambino si divertiva a lanciare sassi nel crepaccio. Tornando da adulto molti anni dopo, si accorse che il crepaccio era diventato una voragine e lanciò l’allarme. Da quel momento, la montagna è disseminata di strumenti e in continua osservazione, tale da garantire un allarme tempestivo per mettere in salvo la popolazione (e i perlopiù ignari turisti, ma ora siete avvertiti…) dallo tsunami che avrà luogo.

È esattamente questa possibilità reale che ha fornito lo spunto a The Wave (Bølgen), film catastrofico norvegese del 2015 diretto da Roar Uthaug. Nel film la montagna cede e gli abitanti di Geiranger hanno pochi minuti per mettersi in salvo; lo scenario è romanzato, ma la montagna, le fratture e il sistema di sorveglianza esistono davvero.