La basilica di Saccargia

Testo e foto di Angela Piliu

La prima cosa che salta all’occhio quando si imbocca il rettilineo della vecchia Strada Statale 131 è la sua imponente solitudine. Nell’ampia vallata della campagna di Codrongianos, a soli dieci chilometri da Sassari, la basilica della Santa Trinità di Saccargia è unica per l’alternanza dei suoi colori, il nero del basalto e il bianco del calcare. Ciò che rende questa chiesa romanico-pisana tra le più famose e più belle dell’isola è però la leggenda che gravita sulla storia della sua costruzione e del suo nome, Saccargia appunto, che sembra derivare dal sardo “sa vacca arza” ovvero “la mucca pezzata”. 


Si racconta, infatti, che una vecchia mucca pezzata quando veniva portata al pascolo nella prateria dove oggi sorge la basilica, si fermava e si inginocchiava come per pregare. Il pastore riferì l’accaduto alla sua padrona che, a sua volta, affascinata dal racconto, lo interpretò come un’ispirazione divina. Decise allora di fare costruire proprio in prossimità di quel dosso un una piccola chiesa per poi affidarla ai frati Camaldolesi. 


Un’altra versione della stessa leggenda narra sempre di una mucca pezzata che veniva da un pascolo lontano per offrire il proprio latte ai frati del convento. Si inginocchiava proprio nel luogo in cui oggi sorge la chiesa.


Il toponimo “sa acarza”, “la vaccheria”, è probabilmente legato alla conformazione del luogo ricco di terreni particolarmente adatti all’allevamento del bestiame. Secondo altri, l’origine è dovuta al vocabolo fenicio “sachar” che significa “luogo chiuso”. La fertile vallata, infatti, è chiusa da ogni parte da un tavolato di rocce vulcaniche.


I sardi visitano la basilica di Saccargia per sciogliere un voto, chiedere una grazia, o, semplicemente, per pregare. La domenica successiva alla Pentecoste, tutti gli abitanti di Codrongianos raggiungono la basilica per celebrare il mistero della Trinità con processione e messa solenne.