Testo e foto di Andrea Ssemplici

Le matriohskas di piazza Libertad

A notte, arrivi in piazza Libertad. San Javier, paese di duemila abitanti, sponde del rio Uruguay, confine con l’Argentina. Le piazze dei paesi, in questo interior, sono in penombra. Sono spazi solitari, silenziosi. Fine dell’estate australe: quietamente i ragazzi ascoltano musica e bevono mate. E, qui, a San Javier, una luce in più, un faro illumina quattro matriohskas. Una di loro sembra salutarci. Sono immobili, abituate allo stupore dei viaggiatori. Mi fermo, scendo dalla macchina, penso che amo questo Latinoamerica così meticcio e folle.

Tramonto sul rio Uruguay

In questo sterminato Cono Sur del Latinamerica le cronache di incredibili migrazioni disegnano storie sorprendenti. I migranti scrivono sempre romanzi di mille pagine. Solo che sono realtà: Vasili Lubkov era un profeta, predicatore messianico di una nuova religione nella Russia zarista, nel maremoto di un tempo che stava finendo. Viveva nelle campagne di Rostov e voleva il regno di Dio sulla terra. Voleva una Nuova Israele. La Russia dell’ultimo zar non poteva tollerarlo. I contadini russi erano miserabili, analfabeti, non vivevano più di trentacinque anni, si genuflettevano davanti a un dio che non li ascoltava e si piegavano nei campi. Lubkov era un visionario, vedeva la sua gente morire, si mise in cerca un’altra terra, andò anche in Canada per trovarla, fino a quando un console uruguagio, in Europa, ai primi del ‘900, non seppe della loro storia. Quel diplomatico irreale aveva una missione da compiere: trovare uomini e donne che volessero popolare le campagne di un paese spopolato. In una terra chiamata Sudamerica. Loro non potevano nemmeno immaginarla. Il console andò a incontrarli.

Nicolas, nipote di un cosacco, di fronte alla sua casa

Non so come sia stato possibile, ma, nel 1913, i contadini di Lubkov, fedeli di una religione millenarista, riuscirono davvero a raggiungere un porto lettone e a imbarcarsi su piroscafi transoceanici. Deve essere stata una migrazione epica: dalla Russia di una rivoluzione imminente a una terra sconosciuta, all’altro capo del mondo.

Mesi dopo essere salpati da un porto baltico, nel pieno di un inverno australe (e non ne erano abituati: troppa umidità, i bambini morivano, non vi era difesa contro quel nuovo freddo), trecento famiglie russe arrivarono sulle sponde del rio Uruguay. E, come sempre accade nelle storie di una migrazione disperata, avevano braccia, mani, testa, cuore, fame e una volontà di ferro. Volevano il futuro. Non sapevano quale fosse, ma lo cercavano. Seminarono girasoli che mai si erano visti da queste parti, costruirono un molino per ricavarne olio. Si indebitarono (finiranno di pagare i debiti mezzo secolo dopo). Costruirono un paese. Divennero comunità latinoamericana. Fecero a meno anche del loro profeta, volevano un regno terrestre, non divino. Lubkov fu inghiottito nuovamente nel silenzio russo. Tornò nelle sue terre, non immaginava cosa stesse accadendo laggiù. Dicono che morì in un lager siberiano. I suoi contadini ora bevono mate e non professano più la vecchia religione dei nonni, ma non dimenticano la terra di origine. Ma preparano ancor oggi shaslik e vareniky, bevono idromele, danzano balli russi…

Oscar nel suo ristorante Nazadarovie

I militari della dittatura uruguagia erano stolti. Sessanta anni dopo l’arrivo dei primi migranti, pensarono: se questi contadini sono russi, devono essere comunisti. E assediarono San Javier. Paradosso ipocrita: a poca distanza dal paese, l’Uruguay stava costruendo la più grande diga del Latinoamerica e comprava da Mosca le turbine per farla funzionare. I soldi non hanno colore. Mentre i figli dei vecchi russi di San Javier venivano arrestati, perseguitati, isolati. Fu vietato loro di usare la lingua russa. Vennero distrutti i loro centri culturali. Vladimir Rozlik, il medico del paese, fu l’ultima vittima dei tiranni, il colpo di coda dell’orrore. Fu imprigionato e torturato nel 1984. Morì, ma questa volta i militari non riuscirono a nascondere il loro crimine. Il paese insorse grazie anche al martire di San Javier.

In Uruguay, sulle sponde del rio Uruguay, vivono ancora i discendenti di una migrazione russa del primo '900. Il paese si chiama San Javier
San Javier, rio Uruguay

Ora, in una bella giornata del primo autunno, saluto le quattro matriohskas dagli occhi sorridenti. Andiamo all’unico ristorante del paese. Si chiama Nazdorovie, ‘salute’. Oscar, il suo proprietario, mi dice che non chiude mai: ‘siamo aperti ogni giorno dell’anno’. E’ un uomo che mette allegria, Oscar. La festa del paese è in pieno inverno, alla fine di luglio, ricordo dello sbarco dei nonni di Oscar (e di sua madre: aveva sette anni allora) su queste sponde. Oscar di cognome è Malarov e indossa un abito russo quando gli chiedo di farsi fotografare accanto a un samovar. Mangiamo vareniki e shaslik.